Dom. Gen 24th, 2021

La DDA di Catanzaro ha chiesto il rinvio a giudizio e, dunque, il processo per gli indagati nell’ambito dell’operazione Jonny contro le cosche di Isola Capo Rizzuto. La richiesta, che segue la chiusura delle indagini di quasi un mese, è stata firmata dal Procuratore Nicola Gratteri, oltre che dagli aggiunti e dai sostituti procuratori titolari del fascicolo.
Tra l’otto e il nove febbraio scorsi furono notificati 124 provvedimenti di chiusura delle indagini a carico di altrettanti indagati tra i quali l’ex governatore nazionale delle Misericordie, Leonardo Sacco, oggi detenuto in regime di 41bis nel carcere di Rebibbia, e il parroco di Isola Capo Rizzuto, Edoardo Scordio, entrambi accusati, tra l’altro, di associazione a delinquere di stampo mafioso perché, secondo l’accusa, avrebbero gestito per contro della cosca Arena, il grande business dell’accoglienza dei migranti del Cara di Isola. Nella chiusura delle indagini fu raggruppata anche la parte di un’altra inchiesta che riguardava il traffico di reperti archeologici per la quale risulta indagato l’ex consulente del Tribunale di Crotone, Pasquale Attianese. Gli indagati ora hanno venti giorni di tempo per la produzione di memorie difensive e chiedere di essere ascoltati dai magistrati. L’operazione Jonny scattò all’alba del 15 maggio 2017. Un’indagine complessa quella condotta dalle squadre Mobili di Catanzaro e Crotone, dai carabinieri del Ros e del Reparto operativo di Catanzaro e dai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria e della Compagnia di Crotone, con i rispettivi Comandi centrali, con il coordinamento del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, dell’aggiunto Vincenzo Luberto e dei pm Domenico Guarascio e Vincenzo Capomolla, che portò all’esecuzione di oltre un centinaio di fermi, tra i quali Sacco e don Scordio. L’inchiesta ha evidenziato come la cosca Arena, che a Isola Capo Rizzuto ha il suo feudo, fosse riuscita ad impossessarsi, in un decennio, di 36 milioni di euro sui 105 stanziati dallo Stato per l’assistenza ai migranti. Era soprattutto il servizio catering quello su cui gli Arena lucravano. All’epoca Gratteri sintetizzò così la qualità del servizio: “Il cibo non bastava per tutti e spesso era quello che solitamente si dà ai maiali”. Secondo l’accusa, Sacco, imprenditore, in passato vicepresidente nazionale della Misericordia, e grazie a questo aveva stretto legami con vari ambienti politici. Sarebbe stato lui, secondo la Dda, a permettere agli Arena di inserirsi nell’affare, consentendo a ditte create ad hoc di aggiudicarsi gli appalti indetti dalla Prefettura. Nell’affare erano coinvolte anche altre cosche, tanto che, proprio i finanziamenti, sono alla base della pax mafiosa siglata nel 2004 dalle ‘ndrine della zona che fino a poco prima si combattevano a colpi di bazooka. In questo contesto, a guadagnarci sarebbe stato anche don Scordio che, secondo l’accusa, avrebbe ricevuto, nel solo 2007, 132 mila euro. Il sacerdote, per investigatori ed inquirenti, avrebbe anche avuto la capacità di riciclare denaro in Svizzera grazie al fratello che vi risiede. Don Scordio, indicato come gestore occulto della Misericordia, per l’accusa sarebbe stato l’organizzatore del sistema di sfruttamento delle risorse pubbliche destinate all’emergenza profughi, riuscendo ad aggregare le capacita’ criminali degli Arena e quelle manageriali di Leonardo Sacco.

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