3 Dicembre 2020

«Signor Prefetto, ancora una volta, come dal 2006, e con i miei familiari, devo rinunciare ad esercitare il mio diritto e il mio dovere di cittadina italiana, precludendomi di partecipare a libere elezioni e alla vita democratica». Inizia così la lettera inviata al Prefetto da Liliana Esposito Carbone, la mamma di Massimiliano Carbone, giovane imprenditore ucciso a 30 anni a Locri, nel 2004. «Negli anni – prosegue – ho ascoltato molte parole, troppo spesso retoriche e di blandizie di circostanza, o talvolta magnanime; indimenticabili per loro efficacia comunicativa in termini di impegno personale e istituzionale, quelle che mi pervennero in una lettera dell’agosto 2007 dall’allora prefetto di Reggio Calabria: “La credibilità dello Stato e delle istituzioni si difende nell’assicurare i rei della Giustizia, e nel far sì che mai più una madre debba piangere il proprio figlio”. Ma –  dichiara – non è cambiato nulla per la mia famiglia, nulla per la Memoria di questo giovane uomo di Calabria straziato sotto casa da una lupara». Liliana si chiede quindi: «A chi è stata di vantaggio l’insufficienza delle indagini? (…) Continuo a mantenere il dovere dell’indignazione per questa vita spezzata, e ora sommersa nell’indifferenza». Poi, rivolgendosi al Prefetto: «Comprendo bene che nonostante il Suo ruolo e le Sue competenze nessun intervento possa essere esercitato in questa vicenda. Le sono grata comunque per l’attenzione che mi avrà prestato».

(LA RIVIERA ONLINE)

Facebook Comments

Di

CHIUDI
CHIUDI
Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.