La settimana Santa a Bovalino Superiore, U Santu Vennari

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Gesù, gridando a gran voce, disse <<Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito>>. Detto questo spirò.” Lc 23, 46

Il Venerdì Santo è il giorno in cui la religiosità popolare e ufficiale concentra le manifestazioni più forti e cruciali. Questo è facilmente spiegabile se si prende in considerazione la frase di H.U. Von Balthasar, che descrive il Vangelo come “una narrazione della Passione con una estesa introduzione”. E’ un giorno di mestizia, di digiuno, il giorno in cui in passato, in segno di lutto, incontrandosi per strada neanche ci si salutava. E’ il giorno in cui vengono rappresentate e ricordate il dolore provato da Cristo e dalla Madre. Un dolore che non colpisce solo la debolezza umana, ma anche l’Onnipotenza, ed è questo che accomuna il popolo al Divino e ne crea un rapporto di intimità. Intimità presente soprattutto tra le donne e l’Addolorata, nel giorno in cui forse quello che risalta di più è il Suo aspetto umano, quello che la rende simile a ogni madre che piange per il proprio figlio. Interessante è vedere con quale senso di amicizia e solidarietà Le si rivolgono.

I preparativi per le funzioni che si svolgeranno nel pomeriggio, a Bovalino Superiore, occupano tutto il mattino. Importanza è data all’allestimento della realistica scultura rappresentante il Cristo Morto. Riproduce la figura del Cristo distesa su un lenzuolo, accompagnata agli angoli da quattro angeli, che portano in mano alcuni degli oggetti usati per la Passione di Cristo, e cioè la corona di spina, i chiodi e le corde, e il panno su cui rimase impressa l’immagine del volto. Alla varetta su cui è adagiato il Cristo vengono agganciate 4 aste che salgono verso l’alto per poi convergere al centro, su cui viene adagiato un velo bianco. Davanti e dietro vengono fissati, attraverso una cordicella intrecciata, dei fiori di Calle, e l’iscrizione I.N.R.I.

Alle 17:00 il suono delle “tocche” percorre le strade del paese. Come nei giorni di festa i tamburi, servono per annunciare l’inizio delle Celebrazioni. Alle 17:30 infatti, in Chiesa Matrice, ha inizio del rito dell’adorazione e bacio della Croce, seguita dalla Messa in Passione Domini, che per l’assenza dell’Offertorio e della Consacrazione risulta “anomala” alla popolazione, che la chiama “a Missa a storta“.

Ma è alle 21:00 che ha inizio la Funzione più toccante del Venerdì Santo. E’ la predica di Passione, con all’interno le “chiamate” della Croce, del Cristo Morto e della Madonna, e la Processione che segue.

La Predica di Passione è una narrazione e una spiegazione, resa più “realistica” dall’utilizzo di sculture, delle ultime ore di vita terrena di Gesù, culminate con la morte in croce e la “consegna” del corpo alla Madre. E’ una riflessione sull’enormità del peccato, sulla superficialità umana, ma anche l’amore sconfinato di Dio e la speranza di liberazione. E’ divisa in 6 atti, o, come vengono chiamati a Bovalino Superiore, “pedi“, intervellati da canti che, rivolgendosi direttamente a noi peccatori, riprendono il tema trattato. Importanti sono le doti oratorie e di recitazione del predicatore che sale sul pulpito, che deve riuscire a smuovere i sentimenti dei numerosi presenti. Fra il secondo e il quinto piede, fuori della Chiesa, avviene “l’incanto“, e cioè l’asta che decide chi dovrà portare la statua del Cristo morto e le lanterne che seguono e precedono Cristo e l’Addolorata.

Il primo piede è dedicato all’esaltazione della Croce. Croce non più strumento di tortura ma segno della benedizione divina, Croce che con la sua forma unisce il cielo e la terra, l’est e l’ovest. Nel primo piede avviene anche la “chiamata della Croce“: il predicatore chiama la Croce, che, portato da un confratello, si mostra ai presenti. E il canto del primo piede potrebbe essere definito un inno alla Croce: “Evviva la croce / la croce evviva, / evviva la croce / e chi la portò… O croce sacrata / io ti amo e ti adoro, a null’altro tesoro / sospira il mio cuore. Evviva la croce / la croce evviva, / evviva la croce / e chi la portò…”

Il secondo piede narra le ore passate da Cristo nel Getsemani e il Suo arresto. Dice il canto: “Deh! Mirate il Redentore / genuflesso sul terreno, suda sangue e viene meno / per l’ingrato peccator. Quel celeste Messaggero / sceso a vol dell’alte sfere ha nel calice il volere / dell’Eterno Genitore.

Il terzo piede si sofferma sul momento della Sua flagellazione. E infatti declama il canto: “Peccatore, rimira intanto / quell’Agnello immacolato,
vilipeso e flagellato / come fosse un malfattor. A colonna fu legato / per amor del peccatore, che indurito nell’errore / ha un cuor di marmo gel.

Il quarto (l’Ecce Homo) racconta della presentazione alla folla da parte di Pilato e la condanna a morte: “Ecco l’uomo dei dolori, / gridò il preside Pilato; e il popolo tanto ingrato / gridò: morte al seduttore! Fu proposto ad un Barabba, / uomo tristo ed assassino.E Gesù col capo chino / Fa del Padre il gran voler. Finalmente quell’infame / è già sciolto e liberato; e l’agnello immacolato / corre a morte per amor.

Il quinto ne descrive la crocefissione. Il canto esprime soprattutto un senso di vergogna: “Pien di piaghe e lividure, / deh! Contempla, o peccatore, spasimante pel dolore, / il mio Dio che in croce sta. Inchiodato sopra un tronco, / qual volgare delinquente. Deh! Ammira umana gente, / il mio Dio che in croce sta. Sudò sangue e bevve il fiele, / fu insultato e vilipeso; or vedetelo disteso, / il mio Dio che in croce sta.

Il sesto e ultimo piede, in cui avvengono le chiamate del Cristo Morto e della Madonna Addolorata, è il più emozionante. Siamo arrivati alla morte di Cristo e al dolore provato dalla Madre celeste. Il Predicatore invita Cristo a scendere dall’altare fino a sotto il pulpito. La scultura viene cullata dai confratelli (cinti alla testa da corone di spine), come se stesse dormendo. Dopo qualche minuto di predica ancora, incentrata sull’Addolorata, con grande enfasi il predicatore la chiama, la esorta ad andare dal Figlio morto. A questo punto la porta principale viene spalancata, e la Vergine entra e corre fino al Figlio adorato, e Gli si inchina dinanzi per tre volte. Poi Gesù, accompagnato dalla Madre, viene portato sino al Sepolcro, nella navata sinistra. E’ una processione breve ma toccante, e prova ne sono le lacrime che rigano i volti di quasi la totalità dei presenti. Anche questa processione è accompagnato da un canto. Il testo si rivolge direttamente agli strumenti usati per straziare il Signore, e ha una caratteristica in comune con tutti quelli che saranno cantati per il resto del venerdì e il sabato: l’invocazione affinchè la sofferenza ricada su di noi, affinchè Lui ne sia risparmiato “O fieri flagelli che al mio buon Signore le carni squarciate con grande dolore, non date più pene al caro mio bene, non più tormentate l’amato Gesù: ferite, ferite, ferite quest’alma, ferite quest’alma che causa ne fu.“. E ancora l’invocazione è alle spine crudeli, i chiodi spietati, la lancia tiranna.

Lasciato il Figlio nel Sepolcro, l’Addolorata torna sino al luogo in cui fu ucciso, il Calvario, all’entrata del paese. Si resta qui per pochi minuti, in cui viene intonato un altro canto. E’ dedicato ai tormenti che devette subire nel vederlo morire in Croce per colpa degli errori delle nostre anime. E anch’esso si conclude con la solita supplica: “nelle stesse acerbe pene, ah! Potessi anch’io morir“.

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