‘Ndrangheta stragista, il giorno di Spatuzza

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Il pentito di Cosa Nostra dovrà deporre venerdì nell’aula bunker di Reggio Calabria. La storia e le dichiarazioni del collaboratore che ha aiutato i pm a ricostruire l’attacco delle mafie allo Stato

Un teste chiave, con le proprie rivelazioni in grado di legare fili investigativi che stentavano ad annodarsi in modo ordinato e innescare le ulteriori indagini che hanno completato il quadro. È questo il peso e il ruolo del pentito Gaspare Spatuzza, atteso domani all’aula bunker di Reggio Calabria, dove dovrà deporre al processo ‘Ndrangheta stragista.

COLLABORATORE FONDAMENTALE Uomo di peso della famiglia palermitana di Brancaccio, braccio destro dei fratelli Graviano, come tale ha avuto un ruolo di peso nella stagione delle stragi. Di quella striscia di sangue che ha attraversato l’Italia negli anni Novanta, Spatuzza ha parlato a lungo con le Procure di mezza Italia, aiutando inquirenti e investigatori a individuare mandanti ed esecutori, come a smascherare i depistaggi organizzati dalla mafia siciliana per coprire i reali autori. Ma di quegli anni il pentito ha parlato a lungo anche con la Dda di Reggio Calabria e sono sue le dichiarazioni che hanno dato nuova linfa all’indagine che oggi vede imputati i boss Rocco Filippone e Giuseppe Graviano come mandanti degli attentati che fra il ’93 e il ’94 sono costati la vita ai brigadieri Fava e Garofalo e ferite ad altri quattro militari.

LA STRATEGIA STRAGISTA Azioni pianificate, pensate e da leggere nel quadro di un piano molto più complesso, con cui mafie, ambienti piduisti, settori dei servizi e uomini della galassia nera – ha ricostruito l’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo –  miravano a imporre un governo compiacente, secondo quanto emerso dalle inchieste in seguito individuato in quello di Forza Italia, in grado di sostituire i vecchi e non più affidabili interlocutori politici. Un obiettivo da raggiungere anche attraverso un piano di destabilizzazione tessuto su bombe, omicidi e sangue versato lungo tutta la penisola. È quella che è passata alla storia come “stagione degli attentati continentali”, cui ha versato il proprio pegno di sangue anche la Calabria.

L’INCONTRO AL BAR DONEY A mettere gli inquirenti sulla pista giusta, permettendo loro di inquadrare episodi solo apparentemente autonomi e  slegati, come gli attentati ai carabinieri degli anni Novanta, alla più generale strategia di destabilizzazione,  è stato proprio Spatuzza. Ai magistrati, il pentito ha raccontato di aver incontrato il boss Giuseppe Graviano al cafè Doney di via Veneto, a Roma, proprio nei mesi in cui le bombe seminavano terrore e morte in tutta la penisola. «Abbiamo il Paese in mano, si deve dare il colpo di grazia» sono state le parole del boss messe a verbale del collaboratore, che di fronte agli inquirenti ha ricordato «Graviano mi dice che dovevamo fare la nostra parte perché i calabresi si sono mossi uccidendo due carabinieri e anche noi dovevamo dare il nostro contributo. Il nostro compito era abbattere i carabinieri e quello era il luogo dove potevano essercene molti, almeno 100-150».

L’ATTENTATO ALL’OLIMPICO Quel luogo era lo Stadio Olimpico di Roma. Il giorno fissato, secondo Spatuzza, era «il 22 gennaio 1994» Un sabato. La macchina, una Lancia Thema riempita con 120 kg di tritolo, 30 kg in più rispetto a quello usato in via D’Amelio. Per i giudici, nelle intenzioni delle èlite delle mafie coinvolte nel piano eversivo doveva essere «l’atto finale di una precisa strategia che gli “amici calabresi” avevano attuato qualche giorno prima» con l’omicidio dei carabinieri Fava e Garofalo. «Anche se era oramai stato raggiunto l’obiettivo politico che le mafie si erano prefissate — ovvero quello di sostituire i vecchi ed oramai inaffidabili referenti politici con una nuova classe politica che fosse accondiscendente ai desiderata della mafia — era necessario tuttavia dare “il colpo finale” allo Stato ed acquisire in modo irretrattabile peso politico nella “seconda Repubblica”».

DICHIARAZIONI ESPLOSIVE Ma il telecomando non funzionò. Le dichiarazioni di Spatuzza invece hanno fatto da innesco perfetto per l’indagine calabrese che da lì è partita per rimettere insieme le tessere di un mosaico complesso e per lungo tempo sconosciuto che ha permesso ai magistrati di ricollocare eventi per lungo tempo considerati autonomi e slegati valorizzando elementi in parte emersi in passato in diverse indagini. Primo fra tutti, la sigla che fin dal 1990 è stata usata per firmare omicidi e attentati, Falange armata, apparsa per la prima volta in relazione all’omicidio dell’educatore carcerario Umberto Mormile. Un marchio – è emerso dall’inchiesta – che porta ad ambienti dei servizi un tempo legati a Gladio e al piano Stay behind, che proprio in quel periodo – con la liquefazione del blocco sovietico e il cambio degli assetti internazionali – vedevano crollare le fondamenta del proprio potere. Dunque anche le condizioni alla base del loro straordinario potere. Per questo, si ipotizza nell’inchiesta della Dda reggina, anche loro, insieme alla galassia dell’eversione nera con cui hanno sempre avuto contatti, hanno avuto interesse a lavorare con le mafie alla strategia di destabilizzazione. Un piano che mirava a destabilizzare la Repubblica e cambiarle il volto, per consegnarla ad un’élite criminale. Un piano che solo oggi si inizia a ricostruire in dettaglio.

Alessia Candito

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