Vibo Valentia: Il killer incastrato dal dna e dalla realtà virtuale

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Per risalire a uno dei due presunti assassini di Francesco Fiorillo, ucciso a Vibo a dicembre del 2015, è stata decisiva la ricostruzione in 3D realizzata dai tecnici della Polizia. Arrestato il 26enne Antonio Zuliani, ma l’indagine prosegue. Il movente potrebbe essere legato a un giro di prostituzione minorile

A trovare il cadavere di Francesco Fiorillo, la mattina del 16 dicembre del 2015, era stato un nipote della vittima. Quarantacinque anni, qualche precedente per droga, Fiorillo fu rinvenuto riverso a terra a pochi passi dalla sua auto, davanti al cancello di una sua proprietà a Longobardi, una delle frazioni marine di Vibo. L’uomo era stato ucciso la sera prima da due killer che hanno sparato, con due pistole diverse, almeno sette colpi di cui erano evidenti i segni sul parabrezza della sua auto. Una dinamica che, visto il territorio ad alta densità mafiosa, nell’immediato fece pensare a un delitto di ‘ndrangheta, ma gli investigatori della Questura di Vibo non hanno tralasciato alcuna pista e, a distanza di poco più di due anni, sono riusciti a chiudere il cerchio attorno a uno dei due presunti responsabili dell’omicidio. Si tratta di Antonio Zuliani, 26enne di Piscopio con precedenti per droga – è stato coinvolto nell’operazione “Giovani in erba” –, incastrato dal dna estratto da un guanto in lattice che è stato rinvenuto, con l’indice tagliato, a 75 metri dal luogo del ritrovamento del cadavere. L’indagine non è ancora conclusa: c’è da chiarire il movente e da individuare il secondo killer, ma intanto gli agenti della Squadra mobile, dello Servizio centrale operativo e della Scientifica, sotto il coordinamento della Procura di Vibo, sono riusciti a risalire a Zuliani affiancando l’utilizzo di tecnologie innovative ai metodi tradizionali di indagine.
A spiegare i dettagli dell’indagine in conferenza stampa sono stati il questore Filippo Bonfiglio, il capo della Mobile Giorgio Grasso e il suo vice Cristian Maffongelli, la pm Concettina Iannazzo e i dirigenti dello Sco Francesca Romana Capaldo e Mauro Melandri.

Per incastrare uno dei due presunti killer, oltre al dna, è risultata decisiva la ricostruzione in 3D della dinamica dell’omicidio. Grazie al lavoro realizzato con gli strumenti della realtà virtuale – dagli scanner 3D al motion capturing – gli inquirenti hanno dunque accertato che quella che portava al guanto in lattice era l’unica via di fuga possibile per i due killer. Un sentiero che li avrebbe portati sulla vicina statale 18 da dove sarebbero poi fuggiti in auto.

Oltre alla traccia biologica individuata come “uomo 2”, risultata poi compatibile con il dna di Zuliani, sul guanto in questione sono stati trovati anche residui di polvere da sparo. Tutti elementi poi incrociati con l’analisi dei tabulati e delle celle agganciate dal telefono del sospettato, che oggi si ritrova in carcere con l’accusa di omicidio volontario.
Le armi del delitto non sono state ancora trovate, l’indagine resta aperta e, soprattutto, è ancora mistero sul movente. Le piste più accreditate dagli inquirenti, però, sono principalmente due: una, visti i precedenti di Zuliani e Fiorillo, porta alla droga; l’altra potrebbe invece essere legata all’attrazione “pericolosa” della vittima verso ragazzi minorenni e a un giro di prostituzione minorile su cui gli inquirenti stanno tuttora cercando di fare luce.

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