Autobomba nel Vibonese, il coraggio della mamma di Matteo: “I Mancuso volevano le nostre terre”

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La denuncia della madre del 43enne ucciso nell’attentato compiuto ieri pomeriggio a Limbadi: “Sapevo che sarebbe accaduto dopo anni di angherie, minacce e aggressioni”

Anni di soprusi ed angherie, minacce ed aggressioni. Denunce senza risposte fino alla tragedia. “Mi aspettavo che accadesse” dice ai microfoni del giornalista della Rai Riccardo Giacoia la mamma di Matteo Vinci, Rosaria Scarpulla.

Madre-coraggio. Le sue parole confermano che la strada imboccata dai carabinieri per fare luce su quanto avvenuto ieri pomeriggio a Limbadi sia quella giusta.  Si segue una pista precisa che porta a vecchie questioni mai risolte tra la famiglia Vinci e quella di Sara Mancuso, sorella di Giuseppe (alias ‘Mbroghja”), Diego, Francesco (alias “Tabacco”) e Pantaleone Mancuso, alias l’ingegnere. Potrebbe esserci la lite per un terreno dietro l’attentato che è costato la vita a Matteo Vinci, 43 anni, informatore farmaceutico, e il ferimento del padre Francesco. “Noi in quella terra – dichiara ai microfoni dal Tgr Calabria – non ci stavamo bene perché i nostri vicini non sono persone a cui si può parlare, non sono persone civili”. Quei vicini citati dalla signora Rosaria sono i Mancuso. “Volevano – spiega – che ce ne andassimo da là, volevano a tutti i costi i nostri terreni. Abbiamo subito angherie di ogni genere, soprusi, ma non abbiamo mai ceduto e non cederemo mai per onorare la memoria di mio figlio, innamorato di questo terreno”. Rosaria Scarpulla non ha paura e vuole andare fino in fondo ma precisa: “Il mio non è coraggio ma difesa dei propri diritti. Non ho paura. Non l’abbiamo avuta fino ad oggi. Abbiamo fatto i nomi senza paura”.

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