NDRANGHETA 2.0 NELLA TESI DI LAUREA DI SIMONA CANDIDO DI STILO

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di FRANCESCO SORGIOVANNI

STILO – La ‘ndrangheta 2.0 è frutto di un’associazione criminale che trova il suo momento di evoluzione dalla triste stagione dei sequestri di persona. Per capire certe dinamiche all’interno della criminalità calabrese concorre ora una tesi di laurea, discussa proprio ieri presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università Magna Graecia di Catanzaro. Un vero e proprio saggio, quello prodotto da Ines Simona Candido di Stilo, che ha conseguito a conclusione della sua laboriosa ricerca la laurea magistrale. Magistrale così come il lavoro presentato a conclusione dei suoi studi accademici. Grazie all’accompagnamento in questi anni e, soprattutto, nella fase conclusiva, dal conosciutissimo professore Tano Grasso, anima dei movimenti contro l’estorsione e relatore del lavoro finale della giovane Candido. Un lavoro che parte dall’evoluzione storica e geografica criminale dei sequestri di persona a scopo di estorsione, per soffermarsi sulla struttura e le dinamiche del particolare fenomeno delittuoso, facendo un’analisi comparativa sul tipo di delitto, a seconda della connotazione territoriale in cui si verifica. Il lavoro presentato ieri durante una brillante discussione accademica prosegue con alcune considerazioni critiche sulla legge del ’91 che ha introdotto nuove misure in materia di sequestri di persona a scopo di estorsione e per la protezione di coloro che collaborano con la giustizia, sulle problematiche e strategie investigative messe in atto per fermare un fenomeno che fino agli anni Novanta del secolo scorso costituiva una vera e propria “emergenza”, e non solo in Calabria. Ma è proprio su una parte della Calabria che Ines Simona Candido si sofferma con particolare puntiglio. Su quello che la stessa definisce “l’Aspromonte dei sequestri”. “C’è un protagonista di cui tutti parlano, ma che nessuno può intervistare; un “personaggio” – si legge nella tesi-saggio di Candido – che tutti vedono, ma nessuno conosce fino in fondo. Una parola che torna e ritorna, in ogni storia e in ogni cronaca, evocando l’immagine stessa della ‘ndrangheta al solo suono del suo nome: l’Aspromonte. Immenso, selvaggio, impenetrabile e misterioso, che da terra nobile e protagonista di vicende determinanti per l’Unità d’Italia è finita per diventare sinonimo di terra maledetta e carceriere silenzioso pronto a nascondere e a custodire tra i suoi anfratti e nelle sue insidie, decine e decine di vite umane: uomini, donne e bambini sequestrati, e a volte anche seviziati, utilizzati come merce di scambio per permettere alla ‘ndrangheta di accumulare capitali. È proprio alle pendici di questa vetta che per mezzo secolo si è mossa quella che davanti all’apposita Commissione parlamentare d’inchiesta fu definita come l’industria dell’Anonima sequestri calabrese”. Il lavoro si cala fino ad assumere un “volto più umano”, quando riporta alcune testimonianze e si sofferma sul rapporto tra ostaggio e sequestratori. Sono racconti ed esperienze di privazioni, di violenza e di umiliazioni che hanno avuto un forte impatto psicologico sul funzionamento psichico, sociale e lavorativo delle vittime, i quali hanno ricordato con profondo sconforto quell’essere ridotti a vivere “come animali”, abbandonati e “annullati” in quella condizione disumana. Un “caso emblematico” viene definito il sequestro di Lollò Cartisano avvenuto il 22 luglio del 1993 a Bovalino. L’ultimo dei sequestri di persona a scopo estorsivo. I suoi resti mortali vennero trovati dopo dieci anni a Pietracappa, grazie alle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia. Da allora quel luogo è meta di un pellegrinaggio, una lunga camminata, perché – come testimonia la figlia Deborah – “camminare insieme su un sentiero impervio per ricordare tutte le vittime innocenti della ‘ndrangheta ha un valore altamente simbolico: la lotta alla mafia è faticosa ma si può fare se si lavora insieme”. La ‘ndrangheta si trova di fronte ad una svolta epocale; riesce a respingere l’invito di Totò Riina a partecipare alla stagione degli attentati che, da lì a poco, avrebbe gettato l’Italia nel caos. Mentre i Corleonesi sfidano lo Stato, la ‘ndrangheta diventa la regina del narcotraffico, il più grande business mafioso.

 

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