Il vescovo di Locri mons. Oliva ai funerali di Padre Michele Ceravolo: “La sua è un’eredità da continuare. Non lasciamoci rubare questo patrimonio di carità. Rimane un campo aperto dove tanto è stato seminato.”

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Omelia

(Gioiosa Jonica – 28 maggio 2018 – Esequie di p. Michele Ceravolo)

 

Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce” (1Pt 1,3-9).

Siamo rigenerati grazie alla risurrezione di Gesù. Non siamo destinati alla morte eterna. quanto viviamo è per una “speranza viva”, per una “eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce”. Questa “speranza viva”, questa “eredità che non si corrompe” è il dono più bello che spetta a chi – come padre Miche – ha reso una testimonianza di vita sacerdotale, che non marcisce, perché tutta spesa in un servizio di amore, che l’ha portato a dimenticarsi di sé, a pensare più agli altri che a sé e alla sua stessa salute. Quella di p. Michele è un’eredità che non si corrompe e non può venire meno, e che noi sacerdoti, religiosi e religiose, fedeli tutti, siamo chiamati a fare nostra ed a continuare.

Una vocazione, quella di P. MICHELE Ceravolo, nata nel contesto di una famiglia cristiana, che ha dato alla luce P. Michele, sacerdote religioso, due consacrate Suor Virginia e suor Elisa (ora defunta), Missionarie del Catechismo, e Maria Antonia, mamma di due figli. La mamma, donna molto pia, è stata collaboratrice di Padre Vincenzo Idà nella Parrocchia di Anoia Superiore, dove nel 1939 ha fondato le Suore Missionarie del Catechismo. Una famiglia benedetta da Dio, contrassegnata dal carisma di padre Vincenzo Idà, che ha fatto sua la chiamata di Dio nel suo essere vocazione all’amore coniugale e familiare e alla vita di consacrazione religiosa:

Per questa famiglia e per le tante nostre famiglie diciamo grazie a Dio. Ogni famiglia fondata nel sacramento del matrimonio, pur con tutte le sue fragilità e ferite, insufficienze e povertà, è sempre un dono grande per la Chiesa e per l’intera società.

  1. Michele era nato ad Anoia Superiore (RC) il 13 agosto 1948. Fin da piccolo, alla domanda cosa volesse fare da grande rispondeva sicuro: “Voglio diventare prete di Padre Idà”. Entrato nel Seminario di Ariccia (Roma), cresce all’ombra di Padre Idà. Completati gli studi filosofico – teologici nella Pontificia Università Lateranense, viene ordinato sacerdote il 2 settembre 1973. La sua attività sacerdotale abbraccia i diversi campi del ministero sacro: Vice – parroco in Ariccia (5 anni). A Terranova, dirige una casa di ricovero per orfanelli (una quindicina), è Rettore del Santuario SS. Crocefisso. Ha insegnato religione nelle scuole statali. Dal 1992 sino a sabato scorso è stato Parroco di questa parrocchia S. Nicola di Bari. Parroco amato e stimato, ben voluto per la sua bontà, disponibilità. Uno di quei parroci che nessuno vorrebbe perdere. E che questa parrocchia ricorderà a lungo. E – mi auguro – ne vivrà gli insegnamenti. Gioiosa Jonica è stata il suo principale campo di lavoro. Qui p. Michele è stato vero punto di riferimento. Lo è stato per la sua fedeltà al Signore che l’ha scelto sin dalla più giovane età. Senza mai perdere il suo aspetto gioviale, sorridente e accogliente. Accogliente verso tutti, anche quando non era in condizione di poter rispondere ai tanti bisogni che gli venivano prospettati. A Gioiosa – come in tanti altri paesi della Locride – le povertà sono tante e la Chiesa con la caritas diocesana e parrocchiale non è sempre in grado di corrispondervi. Quelle della Chiesa sono piccole ‘opere segno’ che indicano il cammino di solidarietà che tutta la comunità è chiamata a seguire. Anche e soprattutto in occasione delle feste popolari, che rischiano di trasformarsi in occasioni favorevoli ad un vano e sterile consumismo.

Fedele all’opera di Padre Idà, p. Michele andava ripetendo: “Vorrei morire celebrando Messa”. Un desiderio che il Signore ha esaudito sabato scorso, dopo la celebrazione di un matrimonio, quando, esausto e privo di forze, ha rimesso la sua vita nelle mani del Padre. Il Signore lo ha chiamato, mentre era sul campo di lavoro. Lui, “servo buono e fedele”, amministratore saggio dei sacri misteri.

Lo sguardo di Gesù s’è posato su di lui:Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!»” (Mc 10,17-27). Il giovane Michele si era sentito amato da Gesù, ed ha lasciato ogni cosa per seguirlo sulla via della consacrazione religiosa e sacerdotale. Molti dei suoi beni sono stati impiegati per le opere parrocchiali. E’ questo il suo testamento spirituale: aver dato tutto di sé al Signore attraverso la Chiesa.

Di p. Michele mi piace richiamare tre note: la fede umile, la laboriosità e la fedeltà alla Chiesa. Una fede solida, la sua, una fede di sostanza, senza fronzoli, che lo portava ad andare avanti nella vita senza paure. Con uno sguardo attento ai poveri e generoso verso di loro. Non chiudeva le porte a nessuno e soprattutto ci metteva di tasca propria. Le sue mani erano sempre libere ed aperte. Un esempio per tutti. Da prete popolare, qual era, portava il passo di tutti. Umile e semplice. spontaneo e sincero, non amava i protagonismi né i primi posti. Sempre in prima fila quando c’era da rimboccarsi le maniche e lavorare sodo. C’era sempre nella sua mente un progetto da realizzare, non progetti per sé, ma per la comunità. Era difficile stargli dietro. Un sacerdote che sapeva sognare. Con lo sguardo rivolto a Cristo che vedeva riflesso nel suo Fondatore, padre Vincenzo Idà, al quale ha voluto titolare il campo di calcetto da poco realizzato per i ragazzi dell’oratorio. Molte delle sue opere sono davanti agli occhi di tutti: riguardano i giovani e le famiglie e la comunità parrocchiale. Penso al Parco giochi intitolato proprio a “Padre Vincenzo Idà”, all’oratorio parrocchiale, a diversi lavori di restauro, alla canonica, ai locali pastorali. Era grande la sua fiducia nella Provvidenza. Spesso mi ripeteva: c’è la Provvidenza, c’è la Provvidenza! E la Provvidenza non l’abbandonava. La sua fedeltà alla Chiesa si esprimeva in modi semplici, rispettosi, ubbidienti. Era la Chiesa ad affermarsi non il proprio io. Sempre pronto e disponibile a quanto gli veniva richiesto. Con umiltà, senso del dovere e rispetto delle indicazioni della Chiesa.

La sua è un’eredità da continuare. Non lasciamoci rubare questo patrimonio di carità. Rimane un campo aperto dove tanto è stato seminato. Spetta a questa comunità, ai sacerdoti Missionari dell’evangelizzazione, ai movimenti ed alle associazioni parrocchiali, continuare a coltivare questo campo. E’ il campo di Dio e non il nostro. Per questo occorre fare di tutto, perché quanto è ancora in corso venga portato a compimento. Diversamente, tutta Gioiosa (e la stessa Chiesa) ne soffrirebbero.

Ai sacerdoti presenti che hanno conosciuto p. Michele, dico semplicemente: il nostro presbiterio ha un angelo in più in paradiso, un prete “con l’odore delle pecore”, un apostolo del Signore che non stava seduto a guardare gli altri o a criticare, un missionario che era tutto per la Chiesa ed il Signore, un testimone che non amava i compromessi e che anche quando era in mezzo a tante situazioni delicate e a persone conservava sempre la sua rettitudine interiore e la sua identità sacerdotale. Parlava il giusto necessario, avendo fatto suo l’invito del maestro: “Sia il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno”. Un sacerdote consapevole dei suoi carismi e dei suoi limiti, come anche delle difficoltà del cammino sempre impegnativo della santità.

A chi si chiede chi continuerà l’opera di p. Michele? P. Michele avrebbe risposto: la Provvidenza non ci (non vi) abbandona, lasciate fare a Dio. Personalmente sento, soprattutto in questa ora che ci è venuto meno un sacerdote ‘vero’, di dover sollecitare l’attenzione di tutti sulla crisi delle vocazioni. Lo ha fatto il Papa nei confronti di noi Vescovi nell’ultima Assemblea della CEI. Vi chiedo: non mancate di pregare con più assiduità per le vocazioni sacerdotali e religiose. Facciamolo con la sicura speranza che il Signore ci ascolta e non farà mancare gli operai nella sua vigna. Alla Congregazione dei Missionari dell’evangelizzazione di padre Vincenzo Idà che ci ha fatto dono di questa figura sacerdotale auguro che p. Michele possa essere seme di nuove vocazioni. Grazie p. Vincenzo Idà, grazie p. Michele.

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