Mar. Gen 19th, 2021

Rosaria Scarpulla ricostruisce le angherie subite dai Di Grillo-Mancuso per i terreni contesi. La famiglia del 42enne ucciso subiva aggressioni «subito prima o subito dopo le udienze». L’ultima c’era stata cinque giorni prima dell’omicidio

Aggressioni fisiche, pascolo abusivo, danneggiamenti, sversamento di liquami nel proprio terreno, esposti ai vigili urbani. Le vessazioni che la famiglia di Matteo Vinci – ucciso da un’autobomba il 9 aprile scorso – ha subìto nel corso degli anni sono numerose. Non semplici dispetti, ma uno stillicidio di angherie con lo scopo, da parte della famiglia Di Grillo-Mancuso, di prendere per sfinimento i Vinci e ottenere i loro terreni, in località Macrea di Limbadi, visto che con le minacce e la soggezione del proprio cognome non ci riuscivano. Era stato facile ottenere il terreno dei parenti. Avevano acquisito una proprietà di una parente che lo aveva riferito, con aria sconfortata, ai coniugi Francesco Vinci e Rosaria Scarpulla. «Ciccio, ce l’hanno presa», aveva raccontato. Le acquisizioni documentali testimoniano che la promessa di vendita era stata fatta da un notaio nel 1991 per essere poi acquisita formalmente nel 2014. Ma già prima delle formalità i Mancuso facevano pascolare i loro animali su quel terreno. Nella promessa di vendita infatti è scritto che l’immobile è «già detenuto in comodato d’uso gratuito dalla promittente acquirente Rosaria Mancuso». Le mire si estendevano su tutti i terreni, compresi quelli dei Vinci tanto che Rosaria Mancuso, è scritto nelle carte della Dda di Catanzaro che hanno portato al fermo di sei persone tra i Di Grillo-Mancuso, «riteneva che il suo fondo si estendesse maggiormente rispetto a quanto loro pensavano fosse giusto».

IL TORMENTO Inizia così quello che Rosaria Scarpulla definisce «un autentico tormento». La Mancuso, racconta Scarpulla ai magistrati, metteva in atto tutta una serie di atti di prevaricazione: portando al pascolo i suoi animali nel loro terreno, danneggiando i limiti, sversando liquami e stallatico nei piccoli edifici costruiti per depositare arnesi o offrire riparo agli stagionali che li aiutavano periodicamente a coltivare i campi. Ma non solo: in un paio di circostanze avevano trovato i cani avvelenati, spesso trovavano galline morte nel loro terreno, in una occasione era stato dato fuoco a un piccolo locale collegato all’abitazione dei Vinci. E accadeva «sempre» di trovare cartucce posizionate sui muretti della loro proprietà «a mò di intimidazione» (questo accadeva negli anni ’90, periodo in cui era presente il figlio dei vicini, Sabatino Di Grillo, attualmente detenuto). La terra, spesso, è anche una questione di eredità. La signora Scarpulla racconta che il suocero non aveva predisposto un testamento, rimettendo la successione a una divisione bonaria tra cugini. Per questo motivo, visto anche quello che era accaduto alla loro parente, appena raggiunti i termini di legge, i Vinci avevano deciso di avviare le pratiche per l’acquisizione di dei terreni mediante usucapione. Cosa che era avvenuta nel 1997 e il fondo era diventato di proprietà della famiglia Vinci-Scarpulla.

UN’UDIENZA, UN’AGGRESSIONE I contenziosi tra le due famiglie erano anche legali. Con la caratteristica, racconta Rosaria Scarpulla, che i Vinci subivano aggressioni «subito prima o subito dopo delle udienze». Così avviene il 29 marzo 2014 mentre i coniugi Vinci sono intenti a pulire il loro terreno. Quel giorno vengono raggiunti da Rosaria Mancuso che, brandendo delle grosse forbici, simula il gesto di tagliare la rete di protezione del terreno. Francesco Vinci le intima di smettere ma all’improvviso appaiono Lucia e Rosina Di Grillo, figlie della Mancuso, e il marito Domenico Di Grillo, che comiciano ad aggredire a mani nude Francesco Vinci. Poco dopo appaiono, brandendo bastoni, Salvatore Mancuso, fratello di Rosaria, e un ragazzino che somiglia, secondo quanto ricorda la signora Scarpulla, a Sabatino Di Grillo. Rosaria Scarpulla si allontana, si mette al riparo e chiama in aiuto sua cognata chiedendole di contattare Matteo Vinci «perché stavano picchiando il papà». Fa in tempo a telefonare prima di venire raggiunta dall’intero gruppo dei vicini che l’aggredisce. Rosaria Scarpulla riceve una bastonata «così forte da farmi perdere i sensi». Fa in tempo a sentire Rosina Di Grillo intimare al fratello di andare a nascondersi. È intontita e con la testa sanguinante mentre la Mancuso le si rivolge dicendo «non muori no…» a significare che per una bastonata non era in pericolo di vita. Poco dopo arrivano i carabinieri e il figlio Matteo che, vedendo la madre contusa e sanguinante, cerca di scagliarsi contro i vicini. Nel frattempo Salvatore Mancuso era scappato. Va a finire che vengono tutti arrestati per rissa. Ma quell’episodio oggi è stato definito dai carabinieri del comando provinciale di Vibo Valentia come un’aggressione ai danni dei Vinci. Ironia, crudele, della sorte, il 24 aprile scorso si sarebbe dovuta tenere una udienza in merito davanti al Tribunale di Vibo Valentia. Ha prevalso però la legge dei Mancuso-Di Grillo: un’udienza, un’aggressione. E il 9 aprile, cinque giorni dopo l’udienza civile del 4 aprile per la causa dei terreni (un ricorso perché nella causa precedente i Mancuso avevano perso), c’è stato l’attentato con l’autobomba nel quale ha perso la vita Matteo ed è rimasto gravemente ustionato il padre Francesco. Un gesto eclatante per il quale, lunedì, sono finiti in carcere Rosaria Mancuso, Domenico Di Grillo, Salvatore Mancuso, Lucia e Rosina Di Grillo, e Vito Barbara, marito di Lucia.

«NDAI SORDI? L’HAI APPOSTO STI BARRACCHE?» «Ndai sordi? L’hai apposto sti barracche?», aveva chiesto minaccioso Domenico Di Grillo a Francesco Vinci. Sul terreno dei Vinci arrivavano spesso le forze dell’ordine, soprattutto i vigili urbani, in seguito a esposti presentati dai Mancuso. Era un altro modo per dare fastidio, per creare il tormento. Un giorno si presentano un brigadiere e un vigile urbano per controllare lo stato dei lavori di un tubo di scarico dell’acqua. Francesco Vinci si irrita e, rivolgendosi al vigile gli dice di controllare anche il cancello realizzato dai Di Grillo, abusivamente, che chiudeva l’accesso a una strada comunale. «Al riguardo devo segnalare – racconta Rosaria Scarpulla – come il sindaco di Limbadi, qualche giorno fa, recatosi presso la mia abitazione per portarmi le condoglianze per la morte di Matteo, all’improvviso di punto in bianco, mi informava che era stata emessa l’ordinanza per rimuovere quel cancello». Il 26 aprile 2018 il governo su proposta dell’ex ministro dell’Interno Minniti, ha sciolto per infiltrazioni mafiose il Comune di Limbadi. «Noi la ‘ndrangheta l’abbiamo sempre combattuta con i fatti e non con le parole», ha affermato l’ex sindaco Pino Morello.

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