Mar. Gen 19th, 2021

Le indagini incomplete. Il clima di collusione e connivenza. I «privilegi» di cui godeva il “re del Pesce” Franco Muto. Il figlio dell’ex sindaco comunista ucciso a Cetraro racconta la sua verità. «Nessuno ha raccolto l’eredità di mio padre»

Un sera di inizio estate di 38 anni fa. La 126 azzurra di Giannino Losardo, segretario capo della Procura di Paola viene affiancata da una moto. Due killer aprono il fuoco: quattro colpi di lupara e uno di pistola. Non lasciano scampo all’ex sindaco e assessore in quota Pci del comune di Cetraro non c’è nulla da dare. Giannino, ferito, esce dall’auto per tentare di salvarsi ma l’ultimo colpo di pistola gli costerà la vita. Lo soccorrono e lui, quando arriva all’ospedale di Paola, dice con estrema lucidità: «Tutta Cetraro sa chi mi ha sparato». Poche ore dopo morirà. Aveva 54 anni, una moglie e due figli, Raffaele e Angela, che ancora aspettano che si faccia giustizia.

Nel riquadro, il boss di Cetraro Franco Muto

L’agenzia Dire ha sentito suo figlio Raffaele nell’ennesimo triste anniversario di quel delitto di mafia. «Volevano colpire l’amministratore che impediva determinati traffici e il segretario della Procura della Repubblica di Paola che con lealtà verso lo Stato vigilava affinché la macchina della giustizia funzionasse correttamente». Raffaele nel 1980 era un giovane studente di Giurisprudenza della Sapienza, oggi è un noto avvocato della scena romana. «Non so se c’è stata una saldatura precisa tra questi due profili – dice –: l’azione politico-amministrativa a Cetraro e l’attività di funzionario integerrimo al Tribunale di Paola. Attività che hanno suscitato entrambe una serie di opposizioni, che probabilmente si saldarono tra loro in un quadro di tipo criminoso. Ma queste restano ipotesi. Le indagini, a loro tempo, furono indirizzate solo sull’ambiente di Cetraro. Non furono toccate queste possibili connessioni». Queste connessioni furono accertate nel corso del processo Losardo e in altri procedimenti giudiziari: «È noto che Franco Muto (il boss della ‘ndrangheta di Cetraro noto come il “Re del pesce”, ndr) godesse di privilegi che non venivano accordati normalmente a persone perbene – spiega Raffaele – Da parte delle banche, per esempio. O di personaggi dell’amministrazione comunale di Cetraro che intrattenevano con lui rapporti di comparaggio». Le indagini sul caso si arenarono subito, secondo il figlio di Giannino «per responsabilità molteplici».
«Inizialmente non furono neanche completate e fu necessario andare a Bari – racconta -. Pochi anni dopo ci fu anche l’ispezione del magistrato ispettore Francantonio Granero, su disposizione del ministero di Grazia e Giustizia, per indagare sui rapporti illegali di alcuni magistrati di Paola». Sei anni di processo e poi nulla: «Il processo sull’omicidio di mio padre si è chiuso nel 1986 senza l’individuazione dei colpevoli – spiega Raffaele -. Che io sappia non esistono elementi per una riapertura delle indagini. E intanto il tempo che passa giova agli autori del crimine».

Enrico Berlinguer a Cetraro nel giorno della grande manifestazione seguita al delitto Losardo

Gli anni – tanti – sono passati: resta aperta la questione giudiziaria. Ma ce n’è anche una culturale. Chi ha raccolto l’eredità di Giannino Losardo. Anche qui la risposta del figlio è amara: «Direi che nessuna forza politica è riuscita a raccogliere il testimone di papà e del Pci, che in quegli anni era baluardo della questione morale e della lotta alle mafie. Quando Berlinguer scese in Calabria per i funerali di mio padre avvertì dai rischi della trasformazione dei partiti in macchine di potere, permeabili alle cosche criminali. Purtroppo questa trasformazione l’ha subita in parte anche il Pci, i cui eredi non brillano nella volontà di mantenersi fedeli a quegli ideali di giustizia per cui ha combattuto mio padre».

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