Lun. Gen 25th, 2021

Dall’inchiesta che ha portato al fermo di sei persone per l’autobomba che ha ucciso il 42enne emerge il diverso atteggiamento dei boss di Limbadi dopo l’omicidio. “Zio ‘Ntoni” avrebbe dato la «benedizione». Mentre Luigi, che è anche andato a casa della vittima, si sarebbe dissociato

L’omicidio di Matteo Vinci è stato premeditato ed eseguito con «crudeltà». Il 42enne di Limbadi è morto carbonizzato «tra atroci sofferenze». L’auto su cui era a bordo assieme al padre, lo scorso 9 aprile, è stata fatta saltare in aria con metodi tipicamente mafiosi. Tutto sarebbe successo per «motivi futili e abietti», ma dietro l’autobomba che ha attirato sul Vibonese l’attenzione di tutta Italia non c’è solo un astio alimentato per anni attorno a dei terreni contesi. Ci sarebbe soprattutto la volontà di esternare il potere di una famiglia di ‘ndrangheta su un territorio, e per questo i Di Grillo avrebbero agito con modalità così eclatanti. I vicini dei Vinci sono direttamente imparentati con alcuni boss del clan Mancuso. Ma i Mancuso, ormai si sa da anni, non sono un’entità mafiosa granitica e le divisioni della famiglia emergono chiaramente – sebbene sia ancora difficile decifrarne i contorni – dal provvedimento di fermo emesso dalla Dda di Catanzaro nei confronti di sei persone per l’omicidio di Matteo Vinci e il tentato omicidio del padre Francesco.

LE PARENTELE A finire in manette sono stati i coniugi Domenico Di Grillo e Rosaria Mancuso, le figlie Rosina e Lucia e il marito di quest’ultima, Vito Barbara. I fratelli di Rosaria sono Salvatore Mancuso – anche lui fermato assieme alla famiglia della sorella – ma soprattutto Peppe “’Mbrogghjia”, Pantaleone “l’Ingegnere”, Diego “Mazzola” e Francesco “Tabacco”. Tutti sono ritenuti boss di un certo peso nel casato di Limbadi, e tutti sono figli del defunto Domenico (classe ’27), che era il primogenito del nucleo originario della famiglia, la “generazione degli 11”. Un altro figlio di Rosaria, infine, è Sabatino Di Grillo, attualmente detenuto e ritenuto, stando a quanto emerso dall’operazione Grillo parlante, un pezzo da novanta del clan in Lombardia.

LA TERRA L’astio dei Di Grillo contro i Vinci avrebbe origini lontane, trentennali. È una storia di terreni confinanti, di limiti contesi, di contenziosi legali affiancati ad aggressioni violente. Una storia come tante, all’apparenza, di attaccamento malato alla “roba”, di prepotenza. Ma la vicenda però, a un certo punto, dai dispetti messi in atto con il pascolo degli animali è sfociata in un delitto che ha fatto molto rumore. E la punizione contro chi, come i Vinci, non ha voluto piegarsi ai tentativi di sopraffazione, doveva essere esemplare.

IL GENERO Stando alle accuse della Dda, un ruolo di primo piano nell’omicidio di Matteo lo avrebbe avuto il genero 28enne di Rosaria Mancuso, Vito Barbara. Originario di Simbario, nelle Serre, Barbara emerge dall’inchiesta come uno dei più determinati della famiglia a farla pagare ai Vinci. «A settantant’anni non arriva questa», diceva, intercettato, riferendosi alla madre di Matteo, Rosaria Scarpulla. Il marito Francesco, invece, ancora ricoverato nel reparto grandi ustionati di Palermo, è per lui un «cancro», e se fosse tornato a Limbadi si sarebbe dovuto fare «u ripigghiu» per chiudere la faccenda.

LA VERITÀ DA DIRE A «LUI» In una conversazione intercettata Barbara e la moglie Lucia accennano ad accordarsi su una versione dei fatti univoca da fornire. Ma non alle forze dell’ordine, bensì ad alcuni parenti. Lucia chiede a Vito se avrebbe ammesso la verità con «lui», Vito risponde affermativamente e dice di non poter nascondere la verità alle persone con cui «si rispettavano», spiegando che «lui» aveva battezzato la loro figlia. Secondo quanto annotano gli inquirenti potrebbe trattarsi del cugino Domenico “The red”, figlio di Diego (fratello di Rosaria), ma il battesimo sarebbe effettivamente avvenuto il 2 giugno, cioè dopo la conversazione intercettata che risale al 17 maggio. Il ruolo di Barbara e i suoi rapporti con gli esponenti delle varie articolazioni dei Mancuso risulta oggi di un certo interesse investigativo. E secondo Sara Scarpulla il 28enne originario del Serrese con le aggressioni alla famiglia Vinci si sarebbe “accreditato” per entrare nella «malandrineria».

«CI DISSOCIAMO» Il 14 aprile, cinque giorni dopo l’autobomba, Silvana Mancuso, figlia di Giovanni e nipote di Luigi, boss di primissimo piano della “generazione degli 11”, va a casa Vinci e sussurra all’orecchio di Sara Scarpulla: «Ricevi le condoglianze dalla mia famiglia. Vedi che io e la mia famiglia ci dissociamo da questa storia, noi non sapevamo niente, altrimenti non lo avremmo permesso». Nel pomeriggio a casa Vinci-Scarpulla arriva anche Luigi in persona, che dice alla mamma di Matteo: «Mannaia cu sti cognomi! Ma è mai possibile questa cosa?». Intendeva dire, il più piccolo (solo d’età) dei boss della “generazione degli 11”, che per colpa di quel cognome erano tutti nell’occhio del ciclone. Sara Scarpulla risponde che, effettivamente, due dei Mancuso (Rosaria e Salvatore) sono coinvolti nelle aggressioni a suo marito. Ma Luigi “U signurinu” aggiunge che con tanti dei suoi parenti non ha più rapporti da tempo, e che mentre era in carcere molti di loro nemmeno erano andati a trovarlo.
La signora Scarpulla chiede al boss se vuole partecipare alla fiaccolata, Luigi dice di no a causa della «gogna mediatica», ma aggiunge che avrebbe invitato alcuni membri della sua famiglia, che effettivamente poi hanno partecipato al corteo. Ciò secondo Scarpulla avrebbe significato «una loro sottomissione al popolo di Limbadi» e un gesto simbolico «per rasserenare gli animi».

LA BENEDIZIONE Ma se Luigi Mancuso ha reso in qualche modo nota la sua “distanza” dall’autobomba costata la vita a Matteo Vinci, altri esponenti della famiglia avrebbero avuto ruoli diversi. Ruoli che, in una terra tristemente nota per la ferocia della ‘ndrangheta e per le “tragedie” ordite attorno a brutali fatti di sangue, spetterà agli inquirenti decifrare in maniera più compiuta.
Tra le conversazioni intercettate finite nel provvedimento di fermo ce n’è una particolarmente significativa. Rosaria Mancuso si sfoga con il nipote Domenico, figlio del fratello Diego, spiegando che alcuni nipoti del ramo familiare di un altro fratello, Peppe “’Mbrogghjia”, non la salutavano più da quando «è successo». La donna ricorda di aver «sofferto» per i trascorsi giudiziari del fratello Giuseppe, di aver subito anche perquisizioni notturne, e di non essersi mai lamentata, anzi di essere stata sempre «orgogliosa». Quindi riteneva «ingiusto» il comportamento di alcuni parenti. Rosaria, poi, dice di non riuscire a trovare una motivazione a questo comportamento «anche in considerazione del fatto che, prima di realizzare l’azione delittuosa, la donna, per sua stessa ammissione si era recata dallo zio Mancuso Antonio (classe 1938, anche lui della “generazione degli 11”, ndr) per ricevere la “benedizione”». Il consenso sarebbe insomma arrivato dal vertice del clan e quindi tutti, secondo Rosaria, avrebbero dovuto accettare la decisione. Domenico le risponde che «in questi guai… è cappello di ogni testa», cioè è un problema di tutta la famiglia.

IL TRIUMVIRATO Stando ad alcune indagini degli anni scorsi “zio ‘Ntoni” Mancuso avrebbe fatto parte di un organismo di vertice sovraordinato a tutte le articolazioni del clan Mancuso, un triumvirato di cui avrebbero fatto parte anche il defunto Pantaleone “Vetrinetta” e Luigi “U signurinu”. Ma i due mammasantissima rimasti in vita, stando a quanto emerge dalle carte, sull’autobomba contro i Vinci non avrebbero avuto la stessa posizione. Almeno all’apparenza.

(fonte corriere della calabria)

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