Sab. Gen 23rd, 2021

Per il gip il 42enne accusato di aver sparato il sindacalista maliano Soumaylia Sacko è «pericoloso e senza autocontrollo». Assolutamente infondata la versione fornita sotto interrogatorio. E c’è la prova che i familiari abbiano già tentato di inquinare le prove

Resta in carcere Antonio Pontoriero, il 42enne di San Calogero accusato dell’omicidio di Soumaila Sacko, il sindacalista maliano 29enne ucciso sabato pomeriggio nell’area dell’ex “Fornace Tranquilla”, una fabbrica abbandonata e posta sotto sequestro anni fa per il presunto interramento di rifiuti tossici. Così ha deciso il gip Gabriella Lupoli, che, pur non convalidando il fermo nei confronti di Pontoriero per mancanza di sufficienti elementi per provare il pericolo di fuga, ha ordinato che l’uomo resti dietro le sbarre. Le dichiarazioni di assoluta estraneità di Pontoriero, che in mattinata ha risposto all’interrogatorio, «non sono idonee – si legge nell’ordinanza – allo stato a scalfire il grave quadro indiziario che si ricompone attualmente a carico del prevenuto».

PERICOLOSO E IN GRADO DI UCCIDERE ANCORA Per il giudice, «le modalità del fatto, siccome connotate da elevata aggressività, assenza di autocontrollo e verosimilmente pochezza dei motivi scatenanti denotano oltremodo l’elevato grado di pericolosità e impulsività caratterizzante la personalità del prevenuto certamente incline a non disdegnare il ricorso a sistemi oltremodo violenti, aggressivi e sbrigativi onde tutelare presupposti interessi» scrive il gip. Per questo – dice il giudice – non si può escludere che Pontoriero possa colpire ancora con «violenza e aggressività». Del resto, l’arma usata per uccidere Soumayla è stata immediatamente occultata quindi presumibilmente è ancora a disposizione del 42enne, così come immutato resta l’interesse della sua famiglia «a controllare ed assicurarsi l’indisturbato possesso di tutta la zona», inclusi i terreni e il casolare che occupano e sfruttano senza averne titolo alcuno. In più, spiega il gip, c’è il rischio che il 42enne e i suoi possano inquinare il quadro probatorio, magari tentando di avvicinare direttamente o indirettamente i testimoni, tutti in condizioni di «estrema vulnerabilità, per condizionarli. Per questo per il giudice, Pontorieri deve restare in carcere.

QUADRO ACCUSATORIO SOLIDO Le accuse a suo carico – si legge nell’ordinanza – sono chiare, pesantissime e sostenute da elementi solidi, che la versione fornita dal 42enne sotto interrogatorio non è riuscito minimamente a scalfire. E il gip lo spiega punto per punto. Che lui fosse alla casupola che si affaccia sull’ex Fornace al momento dell’omicidio è assodato. Lo hanno detto i suoi familiari, lo testimonia la telecamera, lo ha ammesso lui stesso e lo hanno affermato con forza il ragazzo senegalese che vive in quel rudere Seydi e i sopravvissuti all’agguato. Quello che non è vero – afferma il giudice – è che l’uomo sia trattenuto non più di un quarto d’ora nei pressi del cancello del rudere per poi fare rientro a casa del padre, distante 5 minuti dal terreno, da dove la sorella lo ha accompagnato a casa sua distante tre km. Le immagini della telecamera di una stazione di servizio che ha immortalato la panda bianca all’andata e al ritorno, la testimonianza del ragazzo senegalese che vive in quel rudere e persino quelle dei familiari di Pontoriero – scrive il gip – «consentono di concludere che si sia trattenuto sul posto per un tempo maggiore di quello da lui affermato e dunque compatibile con l’esecuzione criminosa, il ritorno sul luogo, l’incontro e la discussione con Drame».

TESTIMONI ATTENDIBILI Tutti passaggi che il ragazzo, sopravvissuto ai colpi di fucile che hanno ucciso il suo amico, ha raccontato ai carabinieri. E la sua versione – sottolinea il gip – è assolutamente attendibile. Drame non conosceva Pontoriero, non aveva ragioni di astio o contrasto tali da spingerlo ad accusarlo e dal basso è riuscito a vedere bene chi sparava. Anche Seydi, il ragazzo senegalese che da tempo abita nel rudere, ha affermato di essere in grado di riconoscere l’assassino di Soumayla

LE INVOLONTARIE CONFERME DEI FAMILIARI Poi ci sono i goffi tentativi dei familiari di coprire il 42enne. Intercettando le loro chiacchierate, gli investigatori si sono resi conto del tentativo della sorella e dello zio di negare che Pontoriero usasse quella Panda, il rammarico per non aver prelevato il bossolo da terra, l’intenzione trovare un giornalista amico per coprire il 42enne. Per il gip sono tutti elementi «altamente indicativi della consapevolezza dei parenti della responsabilità del congiunto e corroborano la conclusione per la quale in Antonio Pontoriero vada identificato nell’autore dell’omicidio».

MOVENTE CREDIBILE A detta del giudice poi, anche il movente ipotizzato dagli inquirenti è ancorato ad una serie di solidi riscontri. Lamiere e mattoni della Fornace sono identici a quelli utilizzati per costruire un rinforzo al tetto del casolare e nei capannoni adiacenti il ristorante di proprietà della sorella di Pontoriero. Per il giudice, il 42enne e la sua famiglia consideravano «il materiale presente nell’ex Fornace, ancora commerciabile e comunque riutilizzabile» esclusivamente da loro. La consideravano roba loro. E per affermarlo, Antonio Pontoriero avrebbe sparato e ucciso Soumayla Sacko.

(fonte corriere della calabria)

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