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SALVINI, LUCANO E LO “0”

1937

Il segretario della Lega, nonché Ministro degli Interni, nonché diarca del governo italiano, Matteo Salvini, eletto Senatore in Calabria, della quale evidentemente conserva sempre il concetto di Terronia (non avendo, tra l’altro, né lui né l’altro diarca Di Maio, voluto nessun calabrese tra i ministri o sottosegretari di questo cosiddetto “governo del cambiamento”), parlando di Mimmo Lucano l’ha definito uno “0”. Evidentemente in questa etichettatura Salvini ha voluto inserire quanto di più negativo si possa associare allo “0”.

A ben pensarci, però, al contrario degli intendimenti denigratori del Ministro, per chi conosce la storia un po’ misteriosa ma essenziale di questo numero (e non pensiamo certo agli accoliti del segretario leghista), l’essere definito uno “0”, l’avere la dignità, la centralità e l’importanza di questo numero, si addice proprio a Lucano perché con esso condividono una storia di emigrazione e di integrazione che, partita dalla lontana India, attraversando i paesi dell’Asia Minore, dell’Africa mediterranea è approdata in Italia e, da qui, si è diffusa in Europa e, poi, in tutto il mondo.

Nel nostro continente lo zero e il sistema di numerazione posizionale, che ha reso possibile  lo sviluppo della matematica così come la conosciamo oggi, è stato conosciuto quando Leonardo Pisano, detto Fibonacci, nell’anno 1202, pubblica il suo Liber Abaci, Il libro dell’àbaco.

Leonardo era figlio di un mercante pisano, Guglielmo dei Bonacci, che, guarda caso, faceva grandi affari con gli arabi di Sicilia, di Tunisi e di tutti gli altri paesi bagnati dal Mediterraneo, tanto che, sul finire del XII secolo, Guglielmo ha il suo centro di attività in Africa settentrionale. E così il figliolo Leonardo trascorre alcuni anni nella città di Bugia (l’odierna Behaia, in Algeria) a contatto con la cultura del posto e con quella dei paesi islamici a sud-est del “mare nostrum”, compresa la scienza dei numeri. A Bugia il filius Bonacci apprende l’arabo e si appassiona alla matematica, tanto da iniziare a viaggiare a sua volta, per perfezionarne la conoscenza.

Le cronache narrano di sue presenze oltre che in Cirenaica, in Egitto, Siria, Asia Minore, Grecia e Provenza. Ma narrano, soprattutto, di approfonditi studi delle opere dei matematici islamici di maggior valore, come il persiano al-Khwārizmī o come l’egiziano ibn Aslam (vissuto tra l’850 e il 930), oltre che sui classici greci ed ellenistici tradotti in arabo.

Fibonacci diventa così, a sua volta, un grande matematico: un matematico capace di produrre nuova conoscenza (per esempio sulla sezione aurea). E quando ritorna a Pisa e pubblica il Liber Abaci realizza un autentico primato. È infatti il primo matematico creativo – probabilmente il primo scienziato in assoluto – dell’Europa latina. Prima di lui nessun lembo del nostro continente aveva conosciuto un uomo capace di creare nuova conoscenza matematica. Gli unici geni dei numeri originari delle terre europee erano stati Pitagora di Samo ed Archimede di Siracusa, in epoca ellenistica, e i matematici arabi dell’al-Andalus. Uomini nati in terre europee ma appartenenti a culture diversa da quella romana.

Fibonacci riconobbe che il nuovo sistema proveniva dall’India. Ma anche lui non era aggiornato sui progressi che nel frattempo aveva fatto la matematica indiana. Come dimostra l’incipit del Liber abbaci:

«Le nove cifre indiane sono: 9 8 7 6 5 4 3 2 1. Con queste nove cifre e con il segno 0, che gli arabi chiamano zefiro, si può scrivere qualsiasi numero come è dimostrato sotto»

 

 

E’ indubbio che Fibonacci si è formato sui libri di al-Khwārizmī. Ma si è anche fermato a quei libri. Cosicché propone all’Europa un simbolo dello zefiro che sembra più vicino al concetto di nulla che a quello di un “numero vero” (e Salvini è rimasto al 1202 nel giudizio che ha affibbiato a Mimmo Lucano).

Dicono gli storici, però, che il Pisano non è stato il primo europeo in assoluto ad avere cognizione dell’esistenza del sistema di numerazione indo-araba. Che prima di lui lo ha conosciuto il monaco Gerberto di Aurillac, vissuto tra il 950 e il 1003. Ma Gerberto ha avuto, per così dire, il torto di tenere chiuso nel suo convento quel suo sapere. E, dunque, l’impatto culturale delle sue conoscenze matematiche è stato pressoché nullo. Fibonacci, invece, ha avuto il merito di rendere pubbliche le sue conoscenze. E solo così la numerazione indiana e araba, passando dalla Persia, dalla Siria, dall’Egitto etc. è entrata a far parte della cultura europea.

Questa, per chi sa guardare oltre l’orizzonte,  è una storia emblematica, una semplice dimostrazione di come la cultura italica di Fibonacci, lasciandosi contagiare dalla cultura islamica a sua volta contagiata dalla cultura indiana e cinese, oltre che ellenistica, ha raggiunto due grandi obiettivi che vanno oltre la matematica. Ha dimostrato che non c’è scienza senza comunicazione della scienza. E ha dimostrato che non c’è cultura senza contagio.

E allora, caro Mimmo Lucano, caro “0” aureo dell’accoglienza e dell’integrazione, esempio che molti vogliono ignorare o vorrebbero cancellare, perché hanno paura della tua ricetta vincente che consente di smantellare affari e pregiudizi e dimostra con i fatti che, se solo si volesse “un’altra via è possibile”.  Egregio e coraggioso sindaco, ormai il dado è tratto, continua sulla tua strada, perché non ci sarà nessun Salvini di turno che potrà offuscare la tua immagine o fermare la tua opera. Sappi che molti di noi, anche se minoranza,  sulla tua stessa  strada sono pronti alla resistenza.

 

Giuseppe Grenci

 

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