Gio. Gen 21st, 2021

Il racconto dei sopravvissuti all’agguato a San Calogero. «Non volevamo rubare nulla a nessuno». Il procuratore di Vibo non esclude che l’omicidio possa essere maturato perché «qualcuno era infastidito dai migranti». Il sindacato, di cui faceva parte la vittima, ha proclamato per domani lo sciopero generale

«Ma è giusto morire solo perché sei nero? Qui ci trattano come animali e ci ammazzano come animali. Basta». Nella vecchia tendopoli di San Ferdinando, la notizia dell’omicidio di Soumayla Sacko  – il ventinovenne maliano ucciso ieri da un cecchino ancora ignoto – è arrivata solo in tarda mattinata. È passata rapida di bocca in bocca, mentre i capannelli di persone attorno ai piccoli spacci del campo si ingrossavano via via che i braccianti tornavano dal lavoro.

MORIRE DI TENDOPOLI «Prima Becky, adesso Soumayla. Si può morire sempre per questa tendopoli?» urla un ragazzo del Gambia, con le mani e la maglia sporche della terra che fino a poco prima ha lavorato. Attivisti e sindacalisti di Usb e Cgil faticano a calmare gli animi. «Bisogna stare uniti e non dare a nessuno il pretesto per intervenire contro di voi. Bisogna ragionare con la testa, non con la pancia». Lo sanno i ragazzi della tendopoli. Sono in Italia da abbastanza tempo da conoscere le idee di Matteo Salvini e da temerle adesso che è ministro. Sono tutti o quasi regolari, con permesso di soggiorno o in attesa – fin troppo lunga, denunciano – di rinnovo. Ma hanno paura.

MINACCE FEUDALI «Se abbiamo documenti regolari non possono toglierceli, vero?» chiede uno. Ad annunciarglielo trionfante è stato l’agricoltore che da tempo lo fa lavorare a nero e a giornata. Nonostante le più volte annunciate operazioni anticaporalato, nella Piana si continua a lavorare in spregio a contratti nazionali e accordi quadro. «Anche se si registra un lieve incremento delle regolarizzazioni dei lavoratori, che raggiunge appena il 30% del totale, – denuncia nel suo rapporto annuale Medu – non vengono sempre rispettati i più elementari diritti ed è spesso a rischio anche la stessa paga del lavoro». E solo sulla carta i datori di lavoro sono tenuti a fornire ai braccianti vitto e alloggio.

L’ETERNA TENDOPOLI I più sono costretti a vivere nella tendopoli, rinata come una brutta fenice dalle ceneri del vecchio insediamento, distrutto dall’incendio che solo qualche mese fa ha ucciso Becky Moses. Soumayla invece viveva nel nuovo campo, quello messo su l’estate scorsa dalla prefettura come soluzione “temporanea” in attesa di dare il via ai progetti di accoglienza diffusa. Ma il cronoprogramma per l’abbattimento definitivo delle tende è rimasto sulla carta dei comunicati stampa che lo hanno annunciato e in tanti sono stati costretti nuovamente a mettere su ricoveri di fortuna.

LE NUOVE BARACCHE Dopo l’incendio che qualche mese fa ha distrutto buona parte della vecchia tendopoli, le baracche sono state ricostruite, per lo più usando vecchie lamiere. «Così non bruciano come qualche mese fa» spiega uno dei braccianti. Il materiale si trova facilmente. L’intera zona industriale di San Ferdinando è punteggiata di capannoni abbandonati, nati e morti solo per arraffare i finanziamenti previsti dalla legge 488. Anche Madiheri Drame e Madoufoune Fofana ieri erano alla ricerca di lamiere per mettere su un posto da chiamare casa. E hanno chiesto aiuto a Soumali. Lui – dicono al campo – era uno che ci sapeva fare con le costruzioni.


«ERA CON NOI SOLO PER AIUTARCI» In Italia da anni, con regolare permesso di soggiorno, Soumayla si spezzava quotidianamente la schiena nei campi, poi – finita la giornata – collaborava con lo sportello che il sindacato di base Usb ha da tempo aperto alla tendopoli. «Lui era uno che voleva sempre aiutare. Anche ieri era venuto con noi solo per questo. Non aveva bisogno di costruirsi una baracca, aveva un posto in cui dormire» dice Drame Madiheri, sopravvissuto all’agguato in cui Soumayla ha perso la vita.

LA FABBRICA DEI VELENI Per recuperare delle lamiere avevano scelto la vecchia fornace di san Calogero, ex fabbrica di mattoni, abbandonata dopo il sequestro disposto dalla procura dopo il ritrovamento di 135mila tonnellate di rifiuti pericolosi e tossici, inclusi fanghi altamente inquinanti. «Sapevamo che quella fabbrica non aveva padroni, non volevamo rubare nulla a nessuno. Per questo siamo andati lì». Dalla tendopoli, c’è quasi un’ora di cammino.

L’AGGUATO «Siamo arrivati lì attorno alle 4 e ci siamo messi a lavorare. Poi dopo un’oretta abbiamo visto arrivare una Panda». Dall’auto è sceso l’uomo che ha iniziato a sparare. I primi colpi hanno cercato di raggiungere Soumali e Drame sul tetto, ma sono riusciti a fuggire al piano terra. Il cecchino però ha continuato a colpirli. E un proiettile – ricorda con voce sommessa – ha colpito Soumali alla testa. «Sono strisciato via per sfuggire ai colpi e sono riuscito ad uscire dal retro. Ho visto un uomo di carnagione chiara, basso, con addosso una maglia nera e pantaloni grigi». Una faccia conosciuta, già vista in zona, ha raccontato poi Drame ai carabinieri, che sulla base dell’identikit da lui fornito stanno sviluppando le indagini.

C’E’ UNA PISTA Il procuratore capo di Vibo Valentia, Bruno Giordano, non si sbilancia: «In zona avevamo ricevuto diverse segnalazioni. Più di qualcuno era infastidito dalla presenza dei migranti e non escludiamo che l’omicidio sia avvenuto in questo contesto». Insomma, qualcuno – sembra lasciar intendere – ha voluto dare una lezione “ai niri”, chiarire a colpi di fucile che in quell’ex fabbrica non ci devono andare. E Soumayla ha pagato quella lezione con la vita.

SCIOPERO GENERALE «Da quello che raccontano i sopravvissuti non possiamo che qualificarla come aggressione. La vittima e gli altri due ragazzi stavano prelevando lamiere e altri materiali da una fabbrica da tempo sequestrata perché sono stati trovati fanghi tossici provenienti da Brindisi e chi ha sparato ha preso la mira per quattro volte da 150 metri» dice Peppe Marra del sindacato Usb, fin da stamattina alla tendopoli. Per domani, il sindacato di cui anche Soumayla faceva parte ha convocato lo sciopero generale. Nessuno dei braccianti dell’Usb si presenterà nei campi domani. Per le 10 è convocata una grande assemblea per decidere cosa fare e come reagire perché – dice Drame – «qui non si può continuare a morire solo perché qualcuno vuole costringerci a vivere come animali».

 

(fonte corriere della calabria)

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