Mar. Apr 20th, 2021

Le diffide di Chiappetta e la minaccia di rivolgersi alla Procura aumentano i dubbi di Palazzo Campanella. Il guazzabuglio della legge elettorale e le (mancate, per ora) risposte della burocrazia

Meno due: sono i giorni che mancano alla decisione del consiglio regionale sulla surroga di Giuseppe Mangialavori. Il neo senatore vibonese ha scelto lo scranno di Palazzo Madama, lasciando agli ex colleghi di Palazzo Campanella l’onere di una scelta che potrebbe diventare “pericolosa”. La burocrazia del Consiglio ha predisposto gli atti per l’ingresso di Claudio Parente, sulla base di un meccanismo elettorale che vedrebbe prevalere (come criterio per la surroga) quello del primo dei non eletti nella stessa circoscrizione di Mangialavori. Il guaio è che, secondo la versione di Gianpaolo Chiappetta e dei suoi legali, Mangialavori ha ottenuto il proprio scranno come consigliere più votato nel collegio unico regionale subito dopo Wanda Ferro (“volata” alla Camera dei deputati dopo le elezioni del 4 marzo scorso). Su queste basi – cioè utilizzando la graduatoria del collegio unico regionale – Chiappetta sarebbe sicuro di accomodarsi tra i banchi della Casa della libertà.

I DUBBI DEI CONSIGLIERI Lo ha già chiesto due volte agli uffici del Consiglio. Che, però, non hanno – almeno finora – risposto alla sua domanda. Si sono limitati a chiarire che il consiglio regionale non può intervenire sulla segnalazione di irregolarità (ma la richiesta di Chiappetta non era questa). Dunque si riparte. Con un dubbio: qual è la versione degli esperti giuridici di stanza a Reggio Calabria? Non è questione di poco conto, visto che l’ex consigliere cosentino minaccia di spostare lo scontro sul piano penale, dopo il voto previsto martedì. E proprio questa possibilità crea qualche dubbio a una truppa bipartisan di consiglieri, non troppo convinti di “accogliere” Parente (nulla di personale, per carità) sulla base di un’istruttoria che considerano, come minimo, insufficiente.

IL CAOS DELLE LEGGI Comunque vada a finire, tutta la storia delle surroghe ruota attorno a un punto fermo: la legge elettorale che determina la geografia della rappresentanza politica calabrese è un avamposto del caos. Concepita male e scritta peggio, crea una confusione che non fa bene a una politica già assillata da altri problemi. E il “caso Chiappetta-Parente” è soltanto una delle prove, perché il percorso seguito da Wanda Ferro per riappropriarsi di un posto che sarebbe dovuto essere suo fin dall’inizio è un’ulteriore conferma della confusione che regnai attorno (e dentro) le norme. E se la norma non è chiara, interviene la burocrazia, con le sue interpretazioni. Nel caso di Chiappetta, alla notifica del parere legale redatto dal presidente dell’Ordine degli avvocati della Provincia di Cosenza, Vittorio Gallucci, segue un lungo silenzio. Poi, in prossimità della data in cui il consiglio regionale sarebbe stato chiamato a decidere sulle surroghe (seduta poi rinviata), l’aspirante consigliere riceve una pec a firma non già dei destinatari del parere legale reso dall’avvocato Gallucci, ma di una dirigente regionale che non entra nel merito della questione ma si limita a lasciare intendere che sarà Parente a entrare in Consiglio. Cosa succede a questo punto? Chiappetta manda una nuova diffida e minaccia di andare in Procura. Mentre i boatos si rincorrono. E pare che la “nuova” spiegazione offerta richiami l’eliminazione del listino dalla legge elettorale. Ma sono soltanto indiscrezioni perché, almeno per il momento, il parere non è stato reso pubblico. Il problema è (anche) questo: fino a quando non appariranno motivazioni ufficiali si è autorizzati a pensare di tutto. Anche che qualcuno preferisca non avere Chiappetta in consiglio regionale. Ma questo è il lato politico di una faccenda che burocrazia non è ancora riuscita a sciogliere: se ne capirà di più martedì a Palazzo Campanella.

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