Gio. Gen 21st, 2021

Forse non ce ne accorgiamo, o forse sì, ma nella Locride esiste da anni un cantautore in grado di alimentare con un fuoco nuovo un genere di produzione artistica, quello appunto della canzone d’autore, che tra alti e bassi rappresenta pur sempre il prodotto italico più genuino. Del resto, in una delle sue canzoni, lui stesso canta che la felicità è appena nascosta vicino a noi sotto un velo, e non dovremmo far altro che sollevarlo, senza andarla a cercare chissà dove. Una voce, la sua, a tratti dolce come il miele, con la quale “pitta” melodie struggenti in ballate rubate al canto della nostra terra, ma che sa anche diventare rabbiosa e dissacrante, tanto da farmi ricordare la “bipolarità” acustica dell’eclettico Jan Anderson, quello dei Jethro Tull di Aqualung. È nella dualità, nel “doppelganger” che possiamo raccontare Fabio Macagnino e le sue due anime: una meridionale magno-greca e l’altra mitteleuropea, come ama raccontare nei concerti durante i gustosissimi preamboli dei suoi pezzi. Sì, perché anche lui è stato figlio dell’emigrazione e di una spartenza, nato e vissuto diversi anni in “Germagna”. Forse da questo connubio nasce la sua originalità frantumante, sia nelle musiche che nei testi. Mi piace molto accostarlo anche a Neil Young, e forse per questo trovo la potenza esplosiva di canzoni come Southern Pacific nella sua “Carma”, dove troviamo il vero manifesto di una identità calabrese conquistata dopo la decisione di lasciare la Germania: la candalia. Per lui Candalia è fede, lotta, rifiuto dei classificatori economici e sociali, delle etichette, ma soprattutto il titolo dell’ album che ne consacra la maturità artistica, ben attecchito nell’immaginario dei suoi appassionati. È stato proprio nella notte dell’eclissi della luna rossa, nel Parco archeologico del Museo dell’antica Kaulon, che Fabio Macagnino in una tappa del “Candalia by the Jasmine coast” si è raccontato di più, di fronte a un pubblico di amici “indemoniati” e di persone che ascoltandolo per la prima volta scotulavanu ‘i mani. Erano in due, ma suonavano abbastanza: Fabio, alla voce e chitarra, insieme con il talentuoso Massimo Cusato alle percussioni. Con i suoi brani, preceduti da interludi rivelatori, Macagnino ha tracciato l’affresco di una educazione sentimentale e onirica, pescando da un repertorio prezioso che gli consente di esprimersi liberamente con picchi suggestivi elevati. L’affiatatissimo duo Macagnio-Cusato presto partirà per un tour in Germania, dove iendu chianu ma luntanu sarà certo pesante il carico emozionale da affrontare, ma almeno questa volta non si tratterà di spartenza.

 

Antonio Milicia

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