Sab. Gen 23rd, 2021

Se ne va (con i suoi segreti) una delle figure di raccordo tra cosche e istituzioni. Le indagini della Dda sulle intimidazioni al magistrato e i rapporti dell’uomo con i vertici della ‘ndrangheta riservata. Dietro le missive una strategia su più livelli. Alcuni dei quali ancora da scoprire

Per tutta la vita è riuscito a mantenere un basso profilo, tessendo nell’ombra rapporti e affari con i massimi esponenti della ‘ndrangheta e della politica cittadina, e anche la sua morte è riuscita a passare quasi sotto traccia. Se n’è andato portando con sé molti dei suoi segreti Pietro Siclari, imprenditore di riferimento dei più importanti clan di Reggio Calabria, qualche mese fa identificato come l’autore delle minacce che negli anni hanno raggiunto il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo.

 

IL RISERVATO A svelarlo, le indagini a sostegno del provvedimento di sequestro di beni per oltre 142 milioni di euro, firmato dal pm Stefano Musolino,eseguito a carico di Siclari qualche mese fa e da cui emerge un profilo forse inedito dell’imprenditore dei clan, in passato per questo condannato a 8 anni nel processo Entourage. Un inquadramento forse riduttivo. Per i magistrati, Siclari era infatti uno dei pochi, selezionati soggetti inseriti a pieno titolo nella componente riservata della ‘ndrangheta e per questo in grado di rapportarsi con uomini e logge della massoneria deviata operante in città.

IL “CARNET DE BAL” DI SICLARI È in quegli ambienti – dicono i magistrati – che Siclari avrebbe gestito affari e carriere politiche. Nel suo “carnet de bal” c’è il re della montagna, don Rocco Musolino, ci sono diverse generazioni di Serraino, ci sono i Barbaro di Platì, ci sono i “custodi delle regole” del clan Libri. E ci sono l’avvocato Antonio Marra, considerato il braccio destro di Paolo Romeo, oggi a processo come elemento di vertice della direzione strategica della ‘ndrangheta reggina, c’è Alberto Sarra, uno dei politici che a quella “cupola” secondo le accuse deve la propria carriera, c’è Vincenzo Aquila, ex presidente della provincia scelto per il ruolo dall’ex parlamentare latitante Amedeo Matacena per conto del clan Rosmini. Ma Siclari – si legge nelle carte dell’ultimo provvedimento di sequestro che lo ha colpito – è risultato in rapporti anche con l’ex deputato e presidente del consiglio regionale Luigi Fedele e dalle indagini che lo hanno riguardato sono emersi anche «interessamenti presso il politico Pietro Fuda e la società di gestione dell’aeroporto dello Stretto Sogas».

STRATEGIA DI ALTA ‘NDRANGHETATutti contatti maturati e mediati nel contesto riservato e segreto in cui alta ‘ndrangheta e massoneria deviata si tengono per mano e si mischiano e insieme lavorano per gestire relazioni, contatti e affari. Sono gli ambienti ovattati in cui verrebbe gestita la “banca dei favori” evocata da più di un pentito e si mettono in pratica tattiche e strategie che la direzione strategica dei clan reggini ha stabilito. Strategie come quella che mirava a colpire l’allora pm, oggi procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo.

ACCERTAMENTI DETERMINANTI Un compito – emerge dalle carte dell’ultimo provvedimento di sequestro di cui è stato destinatario – svolto in prima persona dall’imprenditore Pietro Siclari. A dimostrarlo sarebbero stati gli accertamenti tecnici e scientifici eseguiti sugli scritti anonimi che negli anni sono stati indirizzati al magistrato e hanno identificato in Siclari l’autore di quelle spaventose missive. Inquirenti e investigatori poi non hanno avuto difficoltà a mettere in relazione la cronologia di quei messaggi con una serie di iniziative (che in teoria avrebbero dovuto essere protette da segreto investigativo) che la Dda stava per intraprendere. Un rosario di coincidenze che si sgrana a partire dal gennaio 2010.

LA PUNTUALITÀ DELLE MISSIVE  All’epoca, Lombardo era impegnato in un’inchiesta, ancora in fase investigativa dunque assolutamente segreta, relativa ad un articolato progetto affaristico criminale, divenuto crocevia di gestioni politiche, speculazioni imprenditoriali ed interessi di ‘ndrangheta. Spaventava molti e toccava gli interessi di tanti, che – evidentemente ed indebitamente – erano stati informati al riguardo. E probabilmente hanno deciso di reagire attraverso un sottile quanto complesso e articolato tentativo di manipolazione psicologica. Dall’inizio del 2010, all’indirizzo di Lombardo sono stati inviati diversi scritti anonimi, spesso “appesantiti” da proiettili di grosso calibro, tesi da una parte ad intimidirlo, dall’altra a “pilotare” le indagini con “soffiate” anonime.

«FARAI LA FINE DI FALCONE E BORSELLINO» Il primo arriva il 25 gennaio 2010. Qualche giorno prima – si sottolinea nel provvedimento – erano stati convocati per un formale interrogatorio il direttore di filiale di una banca presente in città e un noto operatore finanziario, entrambi risultati in contatto con SIclari e intercettati nel suo ufficio. Ai due era stato notificato semplicemente un avviso a comparire, senza alcuna specifica riguardante il tema del colloquio. Due giorni dopo la ricezione di quella convocazione, viene intercettata una missiva intimidatoria indirizzata a Lombardo con all’interno un proiettile calibro 12 e un messaggio, scritto in stampatello. «Stai attento dottorino a Reggio comandiamo noi non rompere le palle statti con il bambino se non vuoi fare la fine di Falcone – e Borsellino». Toni quasi irridenti, minaccia chiara. Chi lo ha inviato, voleva dimostrare di conoscere dettagli anche sulla vita privata del magistrato. E di poter colpire.

IL SECONDO MESSAGGIO Passano alcuni mesi e arriva un secondo scritto anonimo. Se possibile, il messaggio è ancora più inquietante. Anche questo è scritto in stampatello. E recita: «Sei un morto che cammina carne da macello bastardo hai i giorni contati ultimo avviso». Il messaggio viene recapitato il 12 maggio del 2010. Meno di due settimane prima, a Reggio Calabria, era finito in manette Giovanni Tegano, all’epoca massimo vertice dell’omonimo clan, scovato dagli investigatori mordendo i passi a Giancarlo Siciliano, uno dei responsabili della latitanza del boss. Ma Siciliano è anche il nipote di Pasquale Rappoccio, storico braccio destro di Siclari, come lui imprenditore noto in città e come lui pienamente inserito in quegli ambienti oscuri e ambigui in cui ‘ndrangheta e massoneria si mischiano.

UNA BOMBA PER IL PM Non passano molti mesi e le minacce si ripetono. E sono ancora più pesanti. Alla Dda si lavorava (ovviamente in segreto) ad un provvedimento di sequestro a carico di entrambi e di fermo per Rappoccio. La data dell’esecuzione era fissata per il 6 ottobre 2011. Due giorni prima, il 4 ottobre, qualcuno – evidentemente molto ben informato – ha lasciato nei parcheggi del palazzo che ospita procura e tribunale un ordigno esplosivo, cui era attaccata una foto di Lombardo. Sul retro, un messaggio inquietante.  «È tutto pronto per la festa». All’epoca Siclari era  già in carcere perché finito in manette qualche mese prima con l’operazione Entourage. Ma secondo fonti investigative, il contesto in cui l’intimidazione del 4 ottobre è maturata sarebbe sempre direttamente relazionato a lui, che dal carcere probabilmente non ha mai smesso di comunicare con i suoi più stretti sodali.

CAMBIO DI TATTICA Tuttavia – emerge dalla ricostruzione degli investigatori – Siclari sarebbe stato in grado anche di adattare la tattica alla congiuntura. Le pesantissime minacce indirizzate tra il 2010 e il 2011 all’allora pm Lombardo non avevano sortito effetto alcuno. Al contrario, in quegli anni dalle sue inchieste sono scaturite importantissime operazioni che hanno colpito i principali clan cittadini, mentre nei procedimenti già a giudizio hanno continuato a fioccare condanne su condanne. Forse per questo, nel giugno 2013 – dicono i magistrati – si decide di ricorrere alla più volte testata strategia della confusione. Del resto, la posta in gioco era alta.

L’INDAGINE BREAKFAST Il 24 giugno del 2013 viene eseguito il secondo decreto di perquisizione e sequestro emesso nell’ambito del filone madre dell’inchiesta Breakfast, che ha svelato i legami fra i clan di Reggio Calabria, i suoi professionisti di fiducia e la Lega nord, con lo studio milanese Mgim a fare da collante. E molti iniziano a tremare. Creatura dell’ex Nar Lino Guaglianone, culla dei più importanti affari reggini, dalle speculazioni edilizie alla municipalizzate cittadine, la Mgim è stata anche il crocevia della straordinaria operazione di riciclaggio che per i magistrati avrebbe permesso al Carroccio di far sparire rimborsi elettorali per milioni. Ma secondo quanto emerso dalle indagini, quello studio sarebbe anche al centro di trame di alta ‘ndrangheta.

RAFFICA DI AVVISI DI GARANZIA Ecco perché, il 24 giugno 2013, a un anno dalla prima perquisizione gli uomini della Dia notificano anche una serie di avvisi di garanzia a Guaglianone e al suo socio alla Mgim Giorgio Laurendi, Bruno Mafrici, avvocato mai laureato finito a fare da consulente per l’allora ministro della semplificazione Roberto Calderoli e indicato da più di un pentito come uomo vicino ai clan di Archi, Romolo  Girardelli, considerato proconsole dei clan in Liguria, più una serie di imprenditori di Reggio Calabria, fra cui Michelangelo Tibaldi, direttamente interessato con le sue società all’affare delle società miste, e un ex consigliere comunale della città calabrese dello Stretto, Giuseppe Sergi, vicinissimo all’ex governatore Giuseppe Scopelliti, proconcole della Lega Nord in Calabria prima di finire in carcere a scontare una condanna definitiva a 4 anni e 7 mesi.

ASSOCIAZIONE SEGRETA  L’accusa, all’epoca contestata agli indagati, è pesante. Per la Dda di Reggio Calabria, farebbero tutti parte di una «struttura criminale (connotata da segretezza) a carattere permanente», che nel tempo avrebbe agevolato operazioni di riciclaggio e reimpiego di capitali illeciti «attraverso molteplici operazioni di consulenza finanziaria e commerciale illecita (in quanto finalizzata a illegale arricchimento), riguardante operazioni imprenditoriali relative al contesto territoriale reggino riferibili all’attività professionale svolta dalla Mgim». Traduzione, la Mgim per i magistrati sarebbe servita a riciclare e investire il denaro dei clan. Ma non solo.

OMBRE SULLA LEGA Nel corso delle indagini preliminari – si leggeva nelle carte – sono emersi infatti «continui contatti e collegamenti fra i soggetti investigati e ambienti politici e istituzionali, che hanno consentito a più di un indagato – ben collegato alla cosca De Stefano – di ricoprire incarichi in tali ambiti operativi». Ed oltre a quelli individuati e raggiunti da formale avviso, spiegava il capo di imputazione, ce n’erano altri «da considerare diversi e ulteriori rispetto a quelli riferibili ai soggetti facenti parte del sodalizio oggetto di contestazione, a loro volta risultati collegati, al fine di sviluppare i loro programmi illeciti, alle attività politico-finanziarie della Lega Nord».

INDAGINI CHE PREOCCUPANO Affari e rapporti delicati per i massimi vertici della ‘ndrangheta reggina, che forse proprio da quelle contestazioni iniziano a sentire il fiato degli inquirenti sul collo. In embrione, in quel capo di imputazione emergeva parte della struttura, oggi al centro del processo Gotha, che in Giorgio De Stefano e Paolo Romeo ha alcuni dei suoi capi, alle cui dipendenze si muovono una serie di “riservati”. Contestazioni che sembrano aver quanto meno colpito molto Pietro Siclari, che insieme ad altri è risultato coinvolto in uno degli affari finiti al centro dell’indagine Breakfast. All’epoca, l’imprenditore dei clan era stato scarcerato da meno di un paio di mesi e si trovava ai domiciliari, ma evidentemente – è emerso dalle indagini – ha ritenuto necessario ed urgente tentare di interferire con l’indagine in corso.

STRATEGIA DELLA CONFUSIONE Tre giorni dopo l’esecuzione del sequestro viene spedito per raccomandata un messaggio – hanno svelato gli accertamenti tecnici – scritto di suo pugno. Non si tratta di minacce, ma di un sottile tentativo di sviare le indagini attraverso soffiate anonime. Una tattica classica della strategia della confusione tanto cara alla ‘ndrangheta e che Siclari ha deciso di attuare in prima persona. E questo non è un dato neutro.

I SEGRETI DI SICLARI Siclari – dicono le tante indagini che nel corso della sua vita l’hanno lambito – non era certo un soldato nell’esercito dei clan. Sedeva a buon diritto fra gli ufficiali di grado più elevato e aveva contatti diretti con i massimi vertici dei centri di comando della ‘ndrangheta. Perché più e più volte avrebbe rischiato vergando di proprio pugno messaggi e intimidazioni? Allo stato non è dato sapere. Tanto meno è dato sapere se sull’argomento sia mai stato sentito dai magistrati della Dda di Catanzaro, che da tempo indagano sulle minacce di cui Lombardo è stato vittima. Plausibilmente, Siclari ha portato con sé nella tomba quei segreti. Ma su quel rosario di minacce e intimidazioni resta ancora molto da scoprire.

A CACCIA DEL SISTEMA? Dietro quei messaggi si intuisce un intero sistema – complesso, articolato – probabilmente strutturato su più livelli, con compiti e funzioni diverse. Di certo, Siclari ha potuto contare su qualcuno in grado di informarlo con straordinaria puntualità delle iniziative che la Dda stava per assumere contro di lui, su altri che magari hanno materialmente spedito i messaggi o piazzato gli ordigni, altri ancora che hanno autorizzato le sue iniziative, perché toccare o disturbare magistrati e forze dell’ordine – è dato noto e confermato da più di un pentito – è peccato mortale all’interno della ‘ndrangheta. A meno che non ci sia un’esplicita autorizzazione al riguardo, dettata da un’esigenza dell’organizzazione tutta. Uno scenario che merita di essere approfondito.

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