Belsito, il dramma degli anziani sfrattati dalla casa di cura

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La coop a cui pagavano la retta per anni non corrisponde il canone d’affitto alla parrocchia. E il Tribunale decide lo sgombero dei vecchietti, tra i quali c’è una centenaria. La storia di una struttura donata alla chiesa perché nessun dovesse guadagnarci

Emilia Carbone voleva che la sua vecchia casa servisse ancora a qualcosa di buono. Voleva lasciare una traccia di sé, un buon ricordo. Lo aveva anche scritto nel testamento, con parole semplici: la donazione alla parrocchia di Belsito avrebbe dovuto «accogliere persone anziane e sofferenti senza che nessuno ci deve guadagnare».
È proprio il denaro, invece, il protagonista di questa storia, che si svolge in una casa di riposo e finirà il 28 agosto con lo sfratto di dieci persone anziane, finite al centro di uno scontro tra il proprietario – la parrocchia, che ha ereditato un immobile diventato casa di cura – e il gestore della struttura – la cooperativa “Calabria assistenza”. Il finale drammatico è già scritto. Le parole della burocrazia sembrano aver chiuso la storia con una lettera di poche righe. «È pervenuta da parte del Tribunale di Cosenza richiesta di assistenza per l’esecuzione della procedura di sfratto degli anziani ospiti della casa di riposo “San Giovanni Bassista”». Alle 10, come se si trattasse di un check out in una albergo, dovranno abbandonare le stanze che li ospitano da anni. Sarà dura da spiegare e uno strazio per tutti. Nella casa di cura c’è una donna che compirà presto 100 anni. Magari la sua famiglia pensava a un modo diverso per festeggiarla. Invece dovrà trovarle una nuova sistemazione. Eppure, alla radice di questa contrapposizione risolta dai giudici nel 2016 (e poi trascinata per le richieste di sospensione dello sfratto avanzate dagli ospiti della struttura), non ci sarebbero inadempienze degli anziani ospiti dell’ospizio. Avrebbero pagato tutti regolarmente la retta da 850 euro al mese. Poco importa: devono andarsene, alcuni dopo molti anni di permanenza tra quelle mura che sono diventate la loro casa.
“San Giovanni Battista” è nata nel 2000 da generosità semplice di Emilia Carbone. Nel 2010, poi, la parrocchia stipula con “Calabria assistenza” un contratto di locazione da 9.600 euro all’anno. È così, in fondo, che i soldi entrano in questa vicenda. Perché gli anziani, da quel momento in poi, non pagano più il minimo indispensabile per coprire le spese ma un contributo di 850 euro mensili più altre spese aggiuntive per lavanderia, stireria, per le medicine (circa 150 euro mensili). La società che gestisce la struttura (ed è attiva anche nel campo dell’accoglienza dei migranti), però, non corrisponde l’affitto al proprietario. Fino a quando la parrocchia non ne può più e si rivolge al Tribunale. Per don Claudio Albanito, che cita la sentenza di sfratto, i canoni non versati arrivano ad alcune decine di migliaia di euro. I giudici trovano un solo modo per risolvere la questione: decidono lo «sgombero forzoso di persone e cose».
E adesso: i Servizi sociali di zona (il Comune capofila è Rogliano), e il sindaco del Comune di Belsito si attivano per dare esecuzione alla sentenza e al trasferimento in strutture più lontane. I vecchietti saranno sradicati, allontanati dai loro affetti, divisi e trasportati altrove, la loro routine snaturara. E al danno potrebbe aggiungersi la beffa di una retta maggiorata, fino a 1.200 e 1.300 euro mensili. Al centro di tutto, insomma, ci sono i soldi. Anche se la storia di “San Giovanni Battista” nasce proprio per non dare pensieri economici agli anziani bisognosi. Nasce perché «nessuno ci deve guadagnare». Eppure di quella volontà non ha tenuto conto nessuno, neppure la sentenza che sancisce lo sfratto. Gli anziani e le loro famiglie, tra un tentativo e l’altro di opporsi alla decisione, hanno sperato in una sospensione della sentenza, in un cambio di gestione, nell’intervento dei servizi sociali per scongiurare il trasferimento. E i servizi sociali interverranno. Ma, probabilmente, solo per accompagnare gli anziani in una nuova casa. Ammesso che la si possa davvero chiamare così.

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