5 Dicembre 2020

Paolillo (Wwf) analizza i dati sulla presenza di ungulati in Calabria e smentisce alcuni luoghi comuni: «Si continua ad affidare la soluzione del problema a chi ha tutto l’interesse a non risolverlo. Intanto la Regione approva un programma di abbattimento basato sui dati di quattro anni prima, e lo ripropone l’anno successivo»

I danni provocati dai cinghiali riempiono molto spesso le cronache locali, tant’è che ormai da anni gli agricoltori invocano provvedimenti radicali da parte della politica che, in qualche modo, si è mossa per risolvere il problema. Ma, a giudicare dai risultati, il bilancio delle operazioni anti-cinghiale è stato «fallimentare». Pino Paolillo, attivista storico del Wwf Calabria, ne è convinto e a sostegno della sua tesi porta gli stessi elementi contenuti nei documenti della Regione. Che sulla questione ha anche prodotto anche un piano «copia-incolla» basato sui dati di quattro anni prima.
«Si continua ad affidare la “soluzione” del problema a chi ha tutto l’interesse (per certi versi legittimo) a non risolverlo. L’ho detto e ripetuto in innumerevoli occasioni, ma, alla luce dei fatti, sembra che in Calabria – spiega Paolillo – ci sia una particolare e irrinunciabile predisposizione a perseverare nell’errore, specie quando “conviene”».
L’attivista del Wwf , coadiuvato dall’avvocato Angelo Calzone, è andato a chiedere e a leggere i documenti relativi ai piani di abbattimenti selettivi approvati dalla Regione: «C’è solo da trasecolare, ma è proprio in seguito all’esame di questi atti che, finalmente, possiamo dar conto dei “risultati” di tali campagne, nonché dell’andamento degli abbattimenti generali effettuati durante il normale periodo di caccia e quindi inquadrare il problema cinghiale in un contesto più razionale rispetto ai troppi luoghi comuni e alle autentiche invenzioni che circolano a ruota libera, senza un minimo di riscontro scientifico».
Per analizzare la questione Paolillo fa un passo indietro: «Con un comunicato stampa del 7 dicembre del 2011, la Provincia di Vibo annunciava solennemente che, con gli abbattimenti selettivi, il numero degli ungulati nelle campagne vibonesi si sarebbe normalizzato “nel giro di poco tempo” e che i problemi alle colture agricole sarebbero potuti diventare “presto solo un ricordo”. Purtroppo l’entusiasmo iniziale si è subito affievolito visto che, da allora, gli abbattimenti “extra”, cioè a caccia chiusa, rispetto a quelli ben più massicci del trimestre venatorio (ottobre-dicembre), sono continuati e sono ancora in atto. Un piano di abbattimento che si rispetti – prosegue l’esponente del Wwf – dovrebbe partire da una stima il più possibile attendibile della densità di cinghiali presenti (capi/unità territoriale), dalla definizione della densità-obiettivo da raggiungere o, eventualmente, della completa eradicazione della specie dalle zone non vocate, adeguando il piano di anno in anno sulla base delle consistenze stimate e dei risultati conseguiti (andamento dei carnieri)». Invece, in merito alla presenza del cinghiale («introdotto, ricordiamolo, dalle Province con il plauso dei cacciatori a corto di pennuti da sparare e più interessati a più redditizi cosciotti e pappardelle»), la Regione ha approvato due piani di abbattimento selettivo, uno per l’annualità 2016/17 e un altro per il 2018 («in corso!») che sono «praticamente identici».
Paolillo fa quindi notare che «per una specie che è la più mutevole dal punto di vista demografico, si fa un copia-incolla di un piano basato sui dati di quattro anni prima, e lo si ripropone per l’anno successivo».
La prova di ciò starebbe nella circostanza che il piano di abbattimento 2016/17 prevedeva l’abbattimento di 3375 cinghiali, che è esattamente lo stesso numero previsto per il 2018. «Risultato: su 3375 cinghiali che si dovevano uccidere nel periodo luglio 2016/luglio 2017, ne sono stati abbattuti 384, cioè poco più del 10%. Un fallimento, direte voi, mentre secondo la Regione – spiega ancora l’esponente ambientaista – il piano, “per grandi linee” (?) “ha conseguito l’obiettivo prefissato, vale a dire quello di fronteggiare lo sproporzionato aumento della popolazione di cinghiale, ad un livello sostenibile per l’ecosistema ed a limitare i danni arrecati alle colture agricole”. A questo punto la domanda (ri)sorge spontanea: se, come sostiene la Regione, tutto è andato liscio come previsto, il numero dei cinghiali si è ridotto e i danni sono stati limitati, perché gli agricoltori continuano a lamentarsi? E se, viceversa, non tutto è andato per il verso previsto, perché si ripropone un anno dopo lo stesso piano fallimentare?».
Ma le “sorprese” non finiscono qui: prendendo come dato di riferimento il numero dei cinghiali abbattuti in tutta la regione dalle 560 squadre di cinghialai per l’anno 2013/14, pari a 13.500 capi, si scopre infatti che nel giro di tre anni (stagione 2016/17) il numero si è più che dimezzato (6.059 capi abbattuti). «Se dunque dovessimo fare riferimento alle variazioni annuali dei carnieri, verrebbe da dire che il cinghiale… è in diminuzione! O forse – fa notare Paolillo – la colpa è della psicosi della tubercolosi che ha indotto molti a crescersi un porcellino domestico pur di avere salsicce e soppressate più “tranquille”?».
La stessa Regione Calabria, sulla base dei prelievi effettuati, ha calcolato una densità minima di circa 4,8 cinghiali ogni cento ettari, che è secondo Paolillo di poco inferiore alla media europea che è di 5 capi/100 ettari. «Da sottolineare inoltre che per due annate (2014/15 e 2015/16) né le Province, né gli Atc hanno fornito i dati sugli abbattimenti e quindi sull’andamento delle popolazioni. Ma tanto – chiede ironicamente l’attivista del Wwf – a che serve? Ormai è un disco incantato, per cui al primo branco di cinghiali avvistato, fotografato e “postato” si continuerà a ripetere che i cinghiali sono in aumento, che siamo invasi dai cinghiali e che bisogna prendere provvedimenti a suon di fucilate, ma non con le catture nei “chiusini”, perché altrimenti il gioco finisce. La Regione – conclude Paolillo – continuerà ad accontentare sia i cacciatori, che, oltre a votare, versano ogni anno bei quattrini di tasse, per cui avranno i loro canonici tre mesi di caccia (tranne a gennaio, sennò si uccidono le scrofe incinte e viene meno la materia prima), sia i selettori che continueranno a fare il tiro a segno a caccia chiusa. Così ogni volta si farà credere agli agricoltori di aver risolto il problema».

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