CGIL E LEGAMBIENTE PARTE CIVILE NEL PROCESSO “STIGE”

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All’esito della maxi inchiesta contro la cosca Farao-Marincola del Crotonese è stato chiesto il rinvio a giudizio di 188 persone

La Cgil nazionale, la Cgil della Calabria e dell’Emilia Romagna e la Fiom-Cgil di Parma hanno avanzato richiesta di costituirsi parte civile nel processo di ‘ndrangheta “Stige”, del quale ha avuto inizio a Catanzaro l’udienza preliminare. La Dda di Catanzaro ha chiesto il rinvio a giudizio di 188 persone. L’inchiesta riguarda la cosca di ‘ndrangheta Farao-Marincola, attiva principalmente nel Crotonese, ma con diramazioni ed interessi in provincia di Parma ed in Germania. Secondo la Cgil, «l’attività svolta dalla cosca ha prodotto nell’economia e nel mondo del lavoro profonde distorsioni. Emerge, infatti, la forte pervasività dell’attività criminale, con un pesante riflesso negativo sulle condizioni del mondo del lavoro». Le parti civili della Cgil sono rappresentate dagli avvocati Massimo Di Celmo, Maria Irene Rotella, Libero Mancuso e Gian Andrea Ronchi. Analoga richiesta di costituzione parte civile è stata avanzata anche da diverse istituzioni comunali calabresi. La prossima udienza del processo è stata fissata per il 12 novembre prossimo.
Anche Legambiente Calabria ha chiesto di costituirsi parte civile nel processo “Stige” per alcuni capi d’accusa, venuti fuori dall’operazione, condotta da Carabinieri, Guardia di finanza, Polizia e Interpol e che lo scorso 9 gennaio portò all’arresto di 169 persone ritenute tutte riconducibili alla potente cosca di ndrangheta dei Farao-Marincola di Cirò. «La costituzione – si legge in una nota di Legamebiente – è finalizzata ad ottenere l’affermazione della penale responsabilità degli imputati in ordine ai reati a loro ascritti e, conseguentemente, l’integrale risarcimento di tutti i danni morali e materiali derivanti dagli stessi. Tra i molteplici capi di imputazione risultano essere di particolare rilevanza per l’associazione ambientalista la monopolizzazione degli appalti pubblici e privati per il taglio boschivo con l’impiego di metodo mafioso. Il quadro emergente dagli atti processuali, con lo sfruttamento illegale dei boschi, la gestione delle aste boschive delle proprietà forestali pubbliche, il controllo della filiera dei prodotti di origine forestale operate, in maniera organizzata, dalle consorterie criminali anche attraverso la corruzione di funzionari pubblici e la complicità di amministratori locali, delinea un intero territorio sottoposto alla ‘ndrangheta. Le risorse naturali ed ambientali della Calabria ed in particolare del Parco della Sila sono state rapinate inquinando la poca economia locale esistente e rendendo imprese all’apparenza sane strumenti idonei ad arricchire ulteriormente l’economia criminale. Illegalità che hanno portato al dissesto idrogeologico, agli incendi del patrimonio boschivo, al consumo di suolo, alla distruzione di biodiversità». In questi anni «Legambiente ha denunciato in più occasioni il taglio indiscriminato di aree boscate, l’abusivismo edilizio, il pascolo abusivo, l’utilizzo improprio di beni pubblici nel territorio del Parco Nazionale della Sila chiedendo il ripristino della legalità». Altro capo d’imputazione è l’abusivismo edilizio, sul cui aspetto Legambiente «è sempre attenta e vigile vista la costante attività dell’associazione diretta a contrastare gli abusi edilizi al fine di riscattare interi territori e le loro comunità, riportando legalità, sicurezza, bellezza, economia sana e turismo». A preoccupare gli ambientalisti calabresi è «anche la collusione delle istituzioni, infatti ad oggi altri due Comuni si aggiungono alla lunga lista di quelli sciolti per infiltrazioni mafiose, Casabona e Crucoli, entrambi per l’effetto dell’operazione Stige».

 
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