«MATRIMONI FINTI A RIACE? BUGIE, IL MIO È VERO»

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Dei tre matrimoni «fittizi» finiti nell’inchiesta solo uno si è celebrato, ma il diretto interessato smentisce: «Tra me e Stella è amore vero». Sgomento tra la popolazione per l’arresto del sindaco Lucano: «È una brava persona». Il fratello Giuseppe: «Colpirne uno per educarne cento»

n paese sospeso, impaurito. Nel giro di poche ore tornato agli anni Novanta, quando partire era normalità e restare una scommessa azzardata. Nelle ore successive all’arresto di Mimmo Lucano, Riace torna un paese fantasma. Poca gente per strada, bar deserti, piazze vuote. Chi passa per andare in bottega o a prendere i bambini all’asilo non ha voglia di parlare.

 

TIMORI NUOVI E GHIGNI SODDISFATTI «Il sindaco è una brava persona», mormorano i riacesi di nascita, poi cercano un pretesto per scappare via. «Ora abbiamo nuovamente paura» dicono i riacesi d’adozione. Solo chi Lucano non lo ha mai amato, non si tira indietro di fronte alle domande e con aria tronfia commenta «noi lo diciamo da anni che questo è tutto un business». Peccato che quell’accusa sia stata radicalmente smentita dall’inchiesta.

PAURA DEL DOMANI Solo con il passare delle ore, quando iniziano ad emergere i particolari dell’inchiesta che è costata i domiciliari al sindaco, divenuto simbolo mondiale dell’accoglienza ma considerato “uno zero” dal ministro dell’Interno italiano, in paese ci si inizia a sbilanciare.
«Abbiamo paura, adesso non sappiamo che fine faremo» dice Rosy, partita quattro anni fa dal Camerun su un barcone e approdata a Riace dopo il consueto rosario di trasferimenti fra i centri di Sicilia e Calabria. «Qui stavamo bene, eravamo felicissimi, io lavoravo anche al laboratorio di tessitura. Poi è diventato tutto più difficile, non arrivavano più fondi, il progetto ha chiuso e adesso anche l’arresto del sindaco. Lui è un uomo buono. Abbiamo paura che finisca tutto. Ma io dove vado con i bambini?», si chiede.

CONTRO IL SINDACO «SOLO BUGIE» «Sono tutte bugie, hanno capito solo quello che hanno voluto capire» dice la biondissima titolare di una delle due botteghe del paese. È una delle tante attività commerciali che proprio grazie al “modello Riace” ha continuato ad avere ragione di esistere e clienti da soddisfare. A fine anni Novanta Riace sembrava destinata a morire per abbandono, poi con i progetti di accoglienza sono arrivati rifugiati e richiedenti asilo ad abitarne nuovamente le case, affollarne le strade, frequentare le botteghe, i bar, la tabaccheria.

ERA AMORE NON CITTADINANZA «Il sindaco è una persona per bene. È incomprensibile quello che sta succedendo» aggiunge l’altrettanto bionda ragazza che la aiuta. «Perché non sono venuti a Riace a vedere davvero come stanno le cose? Parlano di questioni che neanche conoscono». Come i matrimoni che la procura ha bollato come fittizi. Secondo inquirenti e investigatori sarebbero tre, ma per circostanze diverse solo uno sarebbe stato effettivamente celebrato. Ma Nazareno, il diretto interessato, non è poi così d’accordo. «Con Stella è stato un matrimonio vero. Ci siamo conosciuti perché lei faceva da badante a mia madre, abitavamo fianco a fianco, ci vedevamo tutti i giorni e ci siamo innamorati. Quando i miei sono morti ci siamo sposati», dice.

(Parla il fratello di Domenico Lucano: «Volevano colpirlo»)

MATRIMONIO A DISTANZA, MA VERO Magro magro, piccolino di statura, Nazareno, per la Procura è «non avvezzo a intrattenere relazioni amorose». Ma pur di sposare Stella non ha esitato a mettersi contro metà della sua famiglia perché «non hanno gradito che sposassi una straniera». E non sono per nulla d’accordo neanche adesso che per lavoro vivono in paesi diversi. Da quando i fondi hanno iniziato ad essere erogati a singhiozzo, molti progetti hanno chiuso e molti riacesi – di nascita e d’adozione – hanno dovuto cercare lavoro altrove. «Lei adesso lavora a Guardavalle, ha trovato da fare lì, io faccio l’operaio nelle campagne. Ma nessuno si deve permettere di dire che il nostro è stato un matrimonio finto».

«MIMMO CUORE E CERVELLO DI RIACE È angustiato anche Fernando Antonio Capone, il presidente di Città futura, l’associazione che del “modello Riace” è stata da sempre centro nevralgico e di comando. Lucano l’ha fondata un anno dopo lo sbarco dei profughi curdi che gli ha cambiato la vita per dare continuità e strutturazione alle pratiche di accoglienza sperimentate. «Da allora sembra passato un secolo, qui grazie a Mimmo, perché lui è il cuore e il cervello, abbiamo costruito tanto». Con i 35 euro che altrove hanno buttato e sperperato chissà dove e chissà come, qui abbiamo costruito asili, un ambulatorio medico, la scuola, un frantoio, abbiamo dato case a tutti questi bambini», dice indicando un gruppo di ragazzini che si rincorre in piazza.

CHI ALTRI HA CREATO LAVORO PER IL PROPRIO PAESE? «Abbiamo dato lavoro, a italiani e migranti». Anche nella raccolta e trasporto rifiuti? «Certo, eravamo noi di Riace ad occuparsene. Inizialmente attraverso la pratica dell’avvalimento perché si poteva fare, poi è stata fatta una gara d’appalto, ma la ditta vincitrice ha preso l’impegno di contrattualizzare i lavoratori». Per la Procura, quell’affidamento diretto è un atto illecito. «Venissero a spiegare a questa gente che ha lavorato con dignità e sacrificio, che dare un’opportunità è reato. Andassero a vedere nei paesi del circondario, quanti sindaci sono stati in grado di creare tanti posti di lavoro per i propri cittadini».

SERVIZI SEMPRE EROGATI Ed è lavoro vero ci tiene a puntualizzare. «Qui i servizi sono sempre stati regolarmente erogati». In effetti, le strade sono linde, per terra non c’è né una carta, né una cicca di sigaretta, i mastelli fuori dalle porte vuoti. Per i vicoli di tutto il paese, scopa di saggina alla mano, mentre Capone parla, passano tre operatori che lavorano senza sosta. «Questa – sottolinea – è gente che lavora grazie ai progetti portati avanti dal sindaco».

COLPIRNE UNO PER EDUCARNE CENTO Lucano è un leone in gabbia. Da dietro le finestre con le imposte chiuse lo si sente andare avanti e indietro per le stanze di casa. Su di lui, vigilano i fratelli Giuseppe e Sandro. Sanno che queste sono ore difficilissime per lui e non smettono mai di controllare che stia bene. Domani arriverà una delle figlie. «Lui – dice il fratello, Giuseppe Lucano – è amareggiato, un po’ frastornato, quello che è successo non se lo aspettava perché, dice “Io non ho nulla da nascondere, quello che dovevo dire l’ho già detto, i documenti li avevano presi molto prima”. Non si riesce a spiegare questa accelerazione dell’inchiesta».
Per Mimmo, come per i suoi familiari, spiega Giuseppe «questo provvedimento ha un unico significato: colpirne uno per educarne cento».

CAPRO ESPIATORIO E non esita a ricollegare quanto successo all’attuale clima politico. «Mio fratello è riuscito a dare dignità a persone che venivano dalla fame, dalle guerre, dalle carestie, dalle malattie e questa è una cosa che resta e nessuno può toccare, ma è diventato un problema perché Riace e il suo sindaco sono il simbolo dell’accoglienza che funziona». E oggi questo in Italia è un problema. «Spira un vento contrario, quindi – sottolinea – è possibile che quello che è successo sia da inserire in quel contesto». Significa che Mimmo Lucano è da considerare un capro espiatorio? «In parte sì».

Alessia Candito

corrieredellacalabria

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