Ven. Mag 14th, 2021

La “Palazzina studi e corsi” della Scuola di Polizia è stata intitolata a Montinaro, capo scorta di Giovanni Falcone morto nella strage di Capaci. Esposta la teca con le lamiere dell’auto blindata. La moglie: «Continua a macinare chilometri. I mafiosi non hanno vinto». Il questore Grassi: «Fu un attacco alle coscienze di tutti i cittadini onesti»

Gli occhi di Antonio sono quelli di un bambino che si avvicina con passo incerto alle lamiere della “Quarto Savona Quindici”, l’auto blindata su cui viaggiavano i poliziotti caduti nella strage di Capaci. A bordo c’era anche il capo scorta di Giovanni Falcone, Antonio Montinaro, che all’epoca, era il 1992, aveva appena 30 anni. A distanza di 26 anni da quell’evento tragico che ha segnato la storia d’Italia la Polizia di Stato ha deciso di ricordare Montinaro intitolandogli la “Palazzina studi e corsi” della Scuola Allievi Agenti di Vibo Valentia ed esponendo la teca dell’auto blindata fatta saltare in aria dai “corleonesi”. Per l’occasione il capo della Polizia Franco Gabrielli è tornato nel Vibonese – per la terza volta in pochi mesi – per presiedere la cerimonia assieme a Tina Montinaro, moglie del capo scorta Medaglia d’oro al valor civile che proprio alla Scuola di Vibo era diventato poliziotto. L’iniziativa, seguita nei prossimi giorni da una serie di manifestazioni che coinvolgeranno gli studenti vibonesi, è stata fortemente voluta dal questore Andrea Grassi – che è anche autore del soggetto del cortometraggio “Negli occhi di Antonio”, regia di Davide Catalano, proiettato in apertura di cerimonia – e dal direttore della Scuola di Polizia di Vibo, Stefano Dodaro. Proprio quest’ultimo ha introdotto l’incontro davanti ai “suoi” 216 allievi ricordando il «valore dell’esempio dato da Antonio Montinaro» e ribadendo l’importanza della formazione che «deve creare “spirito di corpo”, appartenenza, ma soprattutto infondere valori e virtù».
Il ricordo di Grassi è quello di un poliziotto arrivato a Palermo subito dopo la strage di Capaci, nell’anno «che cambiò la vita di Tina Montinaro, di molti di noi e di un intero Paese». «Non fu solo un attacco al cuore dello Stato – ha aggiunto il questore di Vibo – ma alle coscienze di tutti i cittadini onesti. Iniziò la stagione delle stragi ma anche quella dell’antimafia, lì conobbi Franco Gabrielli». Quindi una stoccata anche alla «mafia dell’antimafia» venuta poi «a colpire la credibilità delle istituzioni». «Oggi sono questore di Vibo grazie a Gabrielli – ha proseguito Grassi – che mi ha mandato qui in un momento per me difficile. È un momento difficile anche per Vibo che ha dei tristi primati, ma questo mi stimola ancora di più. Se siamo quello che siamo– ha concluso il questore prima di citare Corrado Alvaro («i calabresi vogliono essere parlati») – è grazie al sacrificio di Antonio».
Le parole di Tina Montinaro, che a Vibo si sente «a casa», non sono affatto di circostanza. Dopo i ringraziamenti, infatti, la moglie del capo scorta di Falcone ha ribadito quanto sia importante sentire sempre «la vicinanza della Polizia, dei colleghi» aggiungendo che «Gabrielli è un grande capo perché sta sempre dalla parte dei poliziotti». «Sono orgogliosa di appartenere alla Polizia – ha aggiunto – perché è tutta la famiglia che entra in Polizia. Se i mafiosi pensano di aver vinto si sono sbagliati – ha poi detto Tina Montinaro – perché Antonio non può continuare ma noi sì, non ci hanno fatto niente. Loro pensavano “la finiamo qui”, invece per noi è iniziata tragicamente quel 23 maggio. Io sono la moglie di Antonio, non la vedova, perché la “Quarto Savona Quindici” continua a macinare chilometri, non sono riusciti a fermarla. Voi – ha concluso rivolgendosi agli allievi della Scuola di Polizia – siete la “Quarto Savona Quindici”, siete l’orgoglio dell’Italia. Per questo dovete camminare nel fango e non vi dovete sporcare i piedi».
La metafora è più che mai efficace e a riprenderla è lo stesso Gabrielli, arrivato in «un pezzo d’Italia straordinariamente bello e straordinariamente complicato» per vivere «non una stanca liturgia che tende quasi ad assolvere un obbligo morale», ma un incontro che per lui «è un carburante straordinario per andare avanti cercando di fare meglio». «Il tema dell’etica è il primo fondamentale principio su cui dobbiamo costruire l’impegno a servizio del Paese. La nostra unica ragione è servire, soprattutto in un territorio come questo dove sicurezza e tranquillità non appartengono alla quotidianità. Noi il fango lo dovremo attraversare – ha aggiunto il capo della Polizia – perché siamo chiamati a stare non in uffici ovattati ma nella strada. Chi sbaglia e delinque portando la divisa sbaglia e delinque due volte, perché tradisce il giuramento di fedeltà e l’impegno che abbiamo assunto verso le nostre comunità». Poi, prima di annunciare l’arrivo di 80 poliziotti nel Vibonese e di ribadire che «la Scuola di Polizia di Vibo non può e non deve chiudere», Gabrielli ha spiegato di essere «sempre stato un convinto avversore delle fusioni e degli accorpamenti, perché ogni divisa è una storia, è un segno del sacrificio di chi ci ha preceduto, e troppo spesso le visioni ragionieriestiche perdono questa fondamentale eccezionalità». Infine i sentimenti di gratitudine verso Tina Montinaro e i suoi figli e l’augurio rivolto agli allievi che affollano l’auditorium: «La differenza la farete voi, la differenza la farà l’esempio. Oggi lo spread più preoccupante è nella credibilità delle istituzioni, è la distanza tra istituzioni e comunità, ma la credibilità passa attraverso il comportamento di ognuno di noi. Ricordo il giudice Rosario Livatino, profondamente cattolico, quando in uno dei suoi rarissimi interventi pubblici ci disse che quando moriremo ci chiederanno non se siamo stati credenti, ma se siamo stati credibili. Non so se Antonio Montinaro sia stato credente, ma so che è stato credibile. Vi auguro di essere credibili come lui».

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