Dom. Mag 9th, 2021

Pubblichiamo un testo tratto da “Un paese”, scritto a Livorno nel 1916 mentre lo scrittore di San Luca era convalescente per le ferite riportate al fronte. Vito Teti: «Fa capire come pensasse a un racconto ambientato nel suo paese almeno quindici anni prima di “Gente in Aspromonte”»

Lo scritto che segue è tratto dal lungo racconto “Un paese”, scritto da Corrado Alvaro a Livorno nel 1916, mentre era convalescente a seguito delle ferite riportate al fronte sul Carso. Lo scrittore mandò, a inizio degli anni Quaranta del Novecento, questo scritto, che non aveva pubblicato e rivisto, a Domenico Lico, suo compagno di studi al Galluppi di Catanzaro, che aveva custodito poesie e racconti scritti a Catanzaro negli anni 1912-1913. Alvaro mandò un fascicolo, contenente due trascrizioni, annotando a penna: «Un Paese (1916). Tentativo di Romanzo. Mio padre scrisse: “C’è un manoscritto inedito di Alvaro, qualificato da lui stesso in una lettera a me diretta, come il primo tentativo di Gente in Aspromonte fatto a Livorno nel giugno 1916 tra una operazione chirurgica e l’altra dopo le ferite riportate in combattimento nella 1a grande guerra Mondiale”». Alvaro, probabilmente, non avrebbe mai pubblicato questo manoscritto, ma non è senza significato che lui lo inviò a Domenico Lico, il quale gli aveva detto che intendeva pubblicare i suoi inediti giovanili. I lavori giovanili di Alvaro sono importanti perché ci permettono di vedere le prime prove letterarie di quello che sarebbe diventato uno dei maggiori scrittori e intellettuali europei della prima metà del Novecento. “Un paese”, che Alvaro chiama Santa Venere, ha evidenti riferimenti autobiografici e alla sua famiglia, e ci fa capire come lo scrittore pensasse a un racconto ambientato nel suo paese in anni giovanili almeno quindici anni prima dell’uscita di “Gente in Aspromonte”.
Il manoscritto è stato pubblicato in C. Alvaro, Un Paese e altri scritti giovanili, a cura di V. Teti, con uno scritto di Pasquale Tuscano, Donzelli, 2014.
Un “Paese” consta di 104 pagine manoscritte. Nel Fondo Lico troviamo due trascrizioni di questo testo: la prima si interrompe al sesto capitolo; la seconda, incompleta, ci trasmette – con qualche variazione – un testo che, rispetto alla prima trascrizione, va dalla metà del primo capitolo fin quasi alla fine del quarto. Le carte sono tutte numerate (da 1 a 58 per la prima trascrizione, da 13 a 57 per la seconda) e, in entrambi i casi, il testo è suddiviso in capitoli. Il manoscritto e altri scritti giovanili di Alvaro sono custoditi nel Fondo Lico presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università della Calabria, dove è pervenuto grazie a una collaborazione stabilita con il Sistema Bibliotecario Vibonese (a cui un figlio di Domenico Lico ha donato carte, manifesti, foto, poesie, lettere di Alvaro e su Alvaro).

Vito Teti

… Il mare, da Santa Venere, sembra in una tazza, tanto i colli lo lasciano a pena intravedere. Dal mare le case di Santa Venere sembrano di cartone come quelle del presepe che venti anni fa la buona memoria dell’arciprete Giovanni Paiella rinnovò con ben cinquanta pastori di creta dipinti maestrevol […] Un angelo volava recando la scritta Grolia in eccelsi sdeo dettata da don Tommaso che aveva studiato, diceva, Bullo Tibullo e Catullo. Altri due angeli, più in basso suonavano uno il piffero, l’altro la chitarra.
E poi candele e lumi ad olio dapertutto: nelle mandre, accanto ai pastori, dietro le case di cartone, tra gli alberi.
Natale era dunque venuto. I ricchi si facevan mandare torrone e dolci dalle città, il popolo aveva conservato olio, fior di farina e miele; e tutte le case fin dalla Vigilia fumavano allegramente e per l’aria c’era odore e stridore di olio vergine, i ragazzi avevan conservato la cera per fare la pallottolina dei pifferi di canna, nelle case si erano puliti bene i lumi attendendo che le campane snodassero quel loro canto frettoloso che chiamava a raccolta.
E le campane suonarono. Allora da tutte le case, dai casolari bassi, dai palazzi alti, dalle capanne sparse nelle valli, le famiglie si precipitarono sul davanzale delle finestre tendendo un lume e prosternandosi.
C’erano i lumi ad acetilene del sindaco, c’erano quelli un po’ fiochi, un po’ rossastri delle lampade ad olio da certe finestre che si aprivano una volta al mese, quando il pastore tornava dalla montagna e la famigliola una volta tanto non andava a letto al buio ma accendeva un tocco di resina o di barabasso.
I lumi sparirono, le finestre si chiusero, gli usci si serrarono e si capiva che il paese a quell’ora mangiava, aspettando di andare a messa. Il primo a rompere il buio e il silenzio fu lo zampognaro: si snocciolò lungo la via principale, dai vicoli scuri una fila di donne raccolte, colle mani sul seno, una dietro l’altra. Le fiaccole di resina illuminavano la via, i vetri della chiesa erano rischiarati, il presepe splendeva. I ragazzi facevan ressa sui gradini dell’altare e soffiavano nei pifferi di canna, le donne intonavano il canto limpidamente.
Dormi visino bello
che tua madre ha gran da fare
per cucirti la camicina.
Dormi visino bello.

Lo zampognaro entrò maestosamente in chiesa, suonando. Ripose la berretta in tasca. L’armonia pareva gli scaturisse dall’anima tanto egli corrugava la fronte, si piegava sull’otre, dondolava le gambe, si volgeva a destra e a sinistra e s’inchinava volgendo gli occhi in giro. Passava come un sacerdote tra le donne sedute in terra che cantavano.
I bimbi piangevano interrotti dalla poppa azzurrina che la mamma offriva. Il viso bruno delle donne spiccava sotto il biancore delle tovaglie stese sul capo; cantavano senza sforzo e la canzone si allungava tranquilla e lenta come quella per chetare le creature.
Oh, oh, oh
fa la ninna, la nanna, oh! –
Gli uomini formavano dietro le donne una siepe nera ed alta. All’organo, presso l’altar maggiore, attendevano mastro Bastiano, don Lazzaro e il maestro don Antonio.
Quando il prete si accostò all’altare e volto per metà alla turba fece cenno di tacere, gli uomini in fondo fecero ala.
Entrava donna Serena la sindachessa, sua figlia Teresita vestita di rosa, la cugina Sarina vestita di verde pavone, la servitù che portava le seggiole. Poi la maestra Clementina. Ci fu un po’ di tramestio e di chiacchierio specie tra le donne; poi si intese solo il borbottio del prete, il pianto dei bimbi. Mastro Bastiano intonò con la voce riservata per le feste, pavoneggiandosi sulle modulazioni delle parole, come un ginnasta su un esercizio di sbarra: Kirie eleison. Don Lazzaro, soprannominato Tremitò, un uomo che aveva alzato il gomito fino a quando gli fu proibito dai medici e che viveva con una donna non sua, gli mormorava
– Fate più piano –
Mastro Bastiano cantava così alto che gli altri due non riuscivano ad accompagnarlo che in qualche nota.
A un certo punto però il maestro don Antonio si slanciò con una nota altissima, superò il cantore, lo costrinse a tacere. Il popolo seguiva un po’ quel duello. In fondo alla chiesa, il segretario comunale e le figlie, due fiori, alzavano vivamente il capo verso quel giovanottino che veniva da Napoli diplomato e che le aveva guardate per tutta la sera impacciate e rosse di vergogna. E guardava ancora! Il segretario mormorava:
– Guardate se è modo di mirare così i cristiani. E che ti guardi, il male che ti avvampi? Non son io se non ti faccio venire un’inchiesta per condotta immorale.
La sindachessa se ne era accorta da un pezzo, poco soddisfatta. Si volse alla più grande delle giovani e le mormorò:
– Come state? Siete tanto piena di grazie, Antoniuzza –
Donna Antoniuzza arrossì e rispose con un filo di voce:
– Come siete buona! –
– Come vi pare che canti il maestro? – insinuò donna Serena alla figlia del segretario guardandola negli occhi.
L’interrogata alzò le spalle e avvampò di rossore. Rispose:
– Io non so di queste cose, io – mentre la figlia di donna Serena si soffiava il naso a lungo col viso chino sull’abito rosa.

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