REVENTINUM | Gli Scalise accusati dell’omicidio Pagliuso

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Il gip distrettuale ha accolto la richiesta avanzata dalla Dda di Catazaro che accusa Luciano Scalise di essere il mandante dell’agguato all’avvocato lametino. Agli indagati per associazione mafiosa si aggiungono i nomi di Domenico e Giovanni Mezzatesta e del killer Marco Gallo. Sei persone sono state scarcerate

Individuato un mandante dell’omicidio Pagliuso. Si tratterebbe di Luciano Scalise, al vertice del’omonima cosca di Decollatura. Il capo d’imputazione che gli viene contestato è stato cristallizzato nell’ordinanza di custodia cautelare emessa da gip distrettuale di Catanzaro, Paolo Mariotti, che ha  accolto la richiesta formulata dalla Dda di Catanzaro, vergata dal procuratore capo Nicola Gratteri e dal pm Elio Romano. Secondo l’accusa formulata dalla Dda sia Pino che Luciano Scalise, «in concorso morale e materiale tra di loro, quali capi dell’omonima cosca ed in qualità di mandanti, e con il killer Marco Gallo, deliberavano l’assassinio dell’avvocato Pagliuso, incaricando per la materiale esecuzione il loro sodale Marco Gallo, killer della cosca, che cagionava la morte dell’avvocato Pagliuso», avvenuta la sera del 9 agosto 2016 nel giardino della sua abitazione, alla quale il legale aveva appena fatto ritorno. «Delitto commissionato – secondo l’accusa – perché l’avvocato Pagliuso era dagli Scalise ritenuto responsabile di aver agevolato e favorito il capo della cosca rivale Domenico Mezzatesta, sia nel processo che vedeva quest’ultimo, insieme al figlio Giovanni (classe 74, ndr) responsabile del duplice omicidio di Giovanni Vescio e Francesco Iannazzo» (soggetti legati a doppio filo alla cosca Scalise), sia nel periodo della latitanza di Domenico Mezzatesta (ritenuto il boss dell’omonima cosca), latitanza durante la quale veniva ucciso Daniele Scalise (il 28 giugno 2014), figlio di Pino e anch’egli elemento di spicco della sua consorteria.

GRAVI GLI INDIZI PER LUCIANO MA NON PER PINO SCALISE Secondo il gip gli indizi a carico di Luciano Scalise sono gravi. Sia vista la sua vicinanza a Marco Gallo sia perché tra i due vi sarebbero stati frequenti contatti telefonici pochi minuti dopo la consumazione dell’omicidio di Francesco Pagliuso. «Tutto quanto sinora detto porta a ritenere la sussistenza di gravi indizi nei confronti di Luciano Scalise», scrive il gip. «Infatti l’intensità dei rapporti riscontrata nei momenti coevi dell’omicidio, il movente, le precedenti minacce mosse nell’interesse del gruppo criminale degli Scalise depone inequivocabilmente a favore di tale ricostruzione». Per quanto riguarda Pino Scalise, invece, nonostante diversi elementi possano portare a ritenere che «effettivamente, anche Pino Scalise in quanto appartenente al gruppo criminale degli Scalise, aveva fatto propria la minaccia di morte all’avvocato Pagliuso», gli indizi nei suoi confronti «non si appalesano gravi». «Allo stato attuale – scrive il gip –, infatti, non è possibile individuare il contesto in cui maturava la decisione di affidare l’incarico a Marco Gallo e, conseguentemente, il ruolo avuto da Pino Scalise in tale contesto decisionale».

TRE NUOVI INDAGATI Altro elemento nuovo nell’ordinanza è l’aggiunta all’elenco degli indagati per associazione mafiosa nell’indagine Reventinum, di altri tre nomi.
Sono quindici, ora, gli indagati individuati dal gip distrettuale Paolo Mariotti, nell’inchiesta “Reventinum” che ha portato, lo scorso 10 gennaio, all’arresto di 12 persone da parte della Dda di Catanzaro ritenute appartenenti a due consorterie di stampo mafioso operanti nel territorio montano del Lametino tra i comuni di Soveria Mannelli, Decollatura, Platania e Serrastretta. Le cosche individuate sono “Scalise” e “Mezzatesta” protagoniste – stando alle indagini condotte dai carabinieri del comando provinciale di Catanzaro e dal Nucleo investigativo del capoluogo – di una sanguinosa faida per il controllo del territorio e dei lavori per la realizzazione della strada del Medio Savuto che dovrebbe collegare le zone montane del Cosentino con quelle del Catanzarese. Il fermo era stato convalidato con ordinanza di custodia cautelare dai gip competenti per territorio e gli atti erano stati poi rimandati, per competenza in materia di criminalità organizzata, al gip distrettuale di Catanzaro. Questi ha accolto la richiesta di accogliere, quali indagati accusati di associazione mafiosa, le posizioni di Domenico Mezzatesta e di suo figlio Giovanni (classe ’74), attualmente detenuti in carcere per l’omicidio di Giovanni Vescio e Francesco Iannazzo. Accusato di associazione a delinquere anche Marco Gallo, ritenuto legato alla cosca Scalise della quale è considerato il braccio armato. Gallo, in carcere per rispondere di tre omicidi (il rom Francesco Berlingeri; l’avvocato Francesco Pagliuso; Gregorio Mezzatesta, fratello di Domenico Mezzatesta) non era stato ancora raggiunto dall’accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso che gli viene contestata in questo procedimento.

SEI SCARCERATI Il gip ha ritenuto non sussistenti gli elementi per le esigenze cautelari nei confronti di Cleo Bonacci, Eugenio Tomaino, Giovanni Mezzatesta (classe ’76), Livio Mezzatesta, Giuliano Roperti, e Ionela Tutuianu (moglie di Domenico Mezzatesta) che sono stati scarcerati.
Secondo il gip è innegabile la faida tra i Mezzatesta e gli Scalise. Ma il giudice non ritene tutti gli indagati – anche se con rapporti di parentela e amicizia con gli esponenti delle cosche – legati alla consorteria mafiosa. Secondo il gip, infatti, Giovanni Mezzatesta (classe ’76), Livio Mezzatesta e Giuliano Roperti, nonostante avessero frequenti rapporti con Domenico Mezzatesta non dimostravano la partecipazione all’associazione criminale quanto «pressanti e ansiose richieste al detenuto circa il loro stato di pericolo il quale, ragionevolmente, rappresenta il motivo» dei contatti con il presunto boss in carcere. Per quanto riguarda Ionela Tutuanu, moglie di Domenico Mezzatesta, per lei varrebbe parzialmente lo stesso discorso fatto per gli altri. La Tutuianu è accusata di avere portato all’esterno un’ “imbasciata” che il marite le avrebbe riferito dal carcere. Secondo il gip, «non è stato individuato il contenuto dell’imbasciata», né dal tenore delle conversazioni contenute nelle lettere scambiate col marito si evince il messaggio da veicolare.
Per quanto riguarda Eugenio Tomaino – considerato intraneo alla cosca Mezzatesta, tra i promotori e organizzatori, tanto da prendere decisioni anche su azioni omicidiarie – è evidente, secondo il gip, il suo odio nei confronti degli Scalise, l’interesse all’eliminazione di Pino Scalise, e rilevare la partecipazione al gruppo storico della montagana, ma «non vi sono gravi indizi rispetto all’operatività di Eugenio Tomaino nella cosca Mezzatesta dopo il tentato omicidio di Pino Scalise». Secondo le dichiarazioni di Domenico Mezzatesta, Cleo Bonacci apparterrebbe alla cosca degli Scalise, ma secondo il gip «pur ritenendo corretto attribuire valore indiziario alle conversazioni di Domenico Mezzatesta, le stesse non raggiungono lo standard indiziario che consente l’emissione di una misura cautelare.

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