Massoneria e politica, i progetti “nazionali” del clan di Aosta

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Dalle intercettazioni della Dda di Torino emergono i contatti di uno dei presunti membri della ‘ndrina con un “amico” che vuole mettere in piedi una lobby calabrese. «Facciamo un gruppo da Roma alla Calabria a Reggio Emilia ispirato a San Francesco di Paola. E invitiamo anche il presidente dell’Argentina»

Antonio Raso, per i magistrati della Dda di Torino, appartiene a pieno titolo al “locale” di ‘ndrangheta di Aosta con «ruoli di promozione, direzione e organizzazione». L’ipotesi accusatoria, evidenziata nell’operazione antimafia Geena, rende inquietanti i suoi tentativi di affermarsi nella massoneria e in politica.
Il secondo tentativo si incrocia con quello di un amico calabrese di Raso che compare nei brogliacci dell’antimafia piemontese in una sola circostanza e il cui ruolo non viene inquadrato dal punto di vista investigativo (ed è per questo che non lo riportiamo). Il contesto, però, aiuta a capire quanto sottile possa essere il confine tra la cosiddetta società civile e la zona grigia che permette ai clan (l’appartenenza di Raso a una cosca è soltanto presunta in questa fase del procedimento) di “entrare” nelle istituzioni o di avvicinarsi ai centri d’interesse economico e politico. È, questo, per la Dda, uno degli «obiettivi che Antonio Raso intendeva perseguire mediante l’affiliazione alla massoneria», un tentativo documentato dall’indagine. È proprio in una conversazione con il suo amico di stanza a Roma che il ristoratore calabro-aostano spiega «di essere entrato nella massoneria allo scopo di poter contare su una rete di relazioni e conoscenze da utilizzare per aumentare il proprio peso e la propria autorevolezza in seno alla comunità calabrese residente in Valle d’Aosta».
Dall’altra parte, Raso trova addirittura la possibilità di ampliare il proprio “progetto”. «Ti volevo dire Toni’ – dice il suo interlocutore –, io sto… sto… voglio vincere questa grande unione dei calabresi su scala nazionale per il movimento politico e quant’altro tu saresti sempre disponibile perché abbiamo un gruppo a Padova, uno a Roma, uno giù in Calabria, uno a Napoli». È una sorta di federazione politica dei calabresi in Italia quella di cui si discute al telefono. Un’idea alla quale il ristoratore risponde subito in maniera affermativa («io sono disponibile, io sono disponibile») ricordando il suo tentativo di entrare in contatto con la massoneria tra l’Italia e la Francia sfruttando sui buoni uffici di un altro calabrese.
L’interlocutore “politico” rilancia: «Ecco, perché io vorrei organizzare un’unica unione, diciamo fare un bel gruppo perché noi abbiamo fatto diverse manifestazioni importanti. Per le prossime volte ti invito e sei mio ospite a Roma per organizzare un bel gruppo, diciamo da Roma alla Calabria a Reggio Emilia, Valle d’Aosta dove ci sei tu, insomma, Reggio Calabria eccetera. Un gruppo di ispirazione cristiana, sotto l’egida di San Francesco da Paola, capito?».
Ci sono i riferimenti geografici e quelli dottrinali. L’opzione è chiara per Raso («ho capito benissimo quello che volete fare, certo…») e vede anche il tentativo di allargarsi su basi internazionali: «Perché questo ad esempio è una cosa molto importante. Fare, appunto, una lobby politica. Io adesso sto lavorando per far venire il presidente dell’Argentina che è un calabrese di Taurianova, Macrì. Io sto cercando con l’ambasciata di farlo venire e creare una grande, un grande evento ovviamente devi essere presente pure tu, però voglio organizzare prima questa unione da su a giù, hai capito quindi…».
Le idee, però, si poggiano sui numeri. E quando l’amico di Raso chiede quanti siano i calabresi in Valle d’Aosta resta stupito dalla replica: «Allora ti dico quanti calabresi ci sono in Valle d’Aosta, siamo un quarto della popolazione, siamo 32mila». È a quel punto che ribadisce l’utilità del proprio progetto: «Cazzo, ma tu puoi diventare un personaggio importante lì, no dobbiamo farlo ’sto movimento unico, hai capito ’sto gruppo politico con alternativa cristiana, mi capisci che ti voglio dire. È un peccato non lavorarci».

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