In Piemonte i clan «facevano affari con nigeriani e zingari»

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Nelle carte dell’inchiesta sulle cosche nel Torinese il patto tra ‘ndrangheta e Cosa nostra sancito con un summit in Calabria. Il business dei documenti falsi, le estorsioni ai commercianti, le bombe a mano «per chi creava problemi», le minacce di morte a un ragazzino di 13 anni. Il pentito: «Pagava il pizzo anche il ristorante dell’ex calciatore Lentini»

Sarà che tra emigrati in terra “straniera” ci si intende, ma non sembra che la diversa provenienza geografica abbia impedito a calabresi, siciliani, nigeriani e nomadi di fare affari tra loro. Tutto, in provincia di Torino, avveniva sotto un’unica regia criminale frutto di un’alleanza tra ‘ndrangheta e Cosa nostra. E sotto il coordinamento dei calabro-siciliani, stando alle parole dei pentiti confluite nell’inchiesta “Carminius”, sarebbe successo davvero di tutto: traffici di droga dalla Spagna e dalla Calabria, riciclaggio di soldi sporchi tramite le slot machine, sacchetti pieni di bombe a mano per chi dava fastidio all’organizzazione, estorsioni a chiunque facesse commercio, minacce di morte riferite anche a ragazzini di 13 anni.

UN SUMMIT IN CALABRIA SANCÌ L’ALLEANZA L’interrogatorio di Ignazio Zito è recente, risale al 7 febbraio dell’anno scorso. Lui è uno dei nove pentiti le cui parole sono finite nelle carte dell’indagine e, tra questi, è quello che più di tutti parla del patto tra ‘ndrangheta e Cosa nostra per gestire in pace il business del crimine nel Torinese: «Tonino Buono (uno degli indagati, ndr) è al vertice di questa alleanza tra calabresi e siciliani, unitamente a Rocco», che secondo gli inquirenti è Rocco Zangrà, persona «di indubbia elevata caratura in seno alla ‘ndrangheta». Zito conferma che «Franco Arone (fratello del presunto boss “Turi” Arone, ndr) comanda a Carmagnola, ma ora, dopo l’alleanza, prima di fare qualsiasi cosa calabresi e siciliani parlano tra di loro». Insomma ‘ndrangheta e Cosa nostra, in Piemonte, «lavorano assieme» e quest’alleanza, secondo Zito, sarebbe nata «all’inizio del 2015». Anche Rocco Zangrà gli aveva confidato che «i capi di Cosa nostra e ‘ndrangheta in una riunione svoltasi in Calabria si misero d’accordo». Il presunto boss dei siciliani, Buono, sarebbe «un capo mandamento» e, per il pentito, gli uomini di Cosa nostra in Piemonte sarebbero addirittura legati a Matteo Messina Denaro.

BOMBE A MANO PER CHI «CREAVA PROBLEMI» Zito dice di aver partecipato alle riunioni in cui calabresi e siciliani si accordavano su come «lavorare senza darsi fastidio, anzi, in collaborazione». Nelle riunioni si parlava delle spartizioni del denaro incassato con il traffico di droga, di banconote e documenti falsi». Dalla Calabria però non arrivavano solo le banconote false ma anche, se servivano, armi da guerra. «Dietro casa sua, nei pressi del suo magazzino, Rocco ha preso un sacchetto nero – è uno degli episodi che racconta il pentito – nel quale vi erano sei bombe a mano. (…) Rocco aveva fatto arrivare le bombe dalla Calabria per usarle contro una persona che creava problemi».

GLI AFFARI CON NIGERIANI E SINTI Zito racconta ai magistrati della Dda di Torino anche i traffici con la mafia nigeriana, spiegando di aver portato personalmente la droga «da casa di Rocco a Torino ad una ragazza e poi anche a un uomo di colore», un nigeriano, che «si chiama Lucky». Ai primi di ottobre del 2016, ad esempio, il pentito avrebbe portato 2 kg di cocaina a Lucky. E quest’ultimo, a suo dire, per i pagamenti «andava da Rocco». I traffici riguardano non solo la droga ma anche documenti e permessi di soggiorno falsi. Lucky, spiega Zito, gli fu presentato come «il capo dei neri» e «collaboratore» degli uomini di Cosa nostra e ‘ndrangheta con cui lavorare per i documenti falsi: «Trovava persone a cui servivano patenti, permessi di soggiorno e passaporti». Per i permessi di soggiorno «pagavano 3000 euro», il prezzo delle patenti era 2500, per i passaporti ce ne volevano 4000. Per un matrimonio falso invece «i neri pagavano 6000 euro per l’uomo disposto a sposarsi e 7000 per le donne italiane»
A marzo 2018, poi, Zito racconta che «Arone Franco è imparentato con famiglie di zingari». E questi zingari «hanno molti soldi e portano tutta la roba rubata a Franco Arone». Anche un altro pentito, Francesco Costantino, ex “compare” di un pezzo da novanta dei Mancuso, dice di essere a conoscenza di rapporti tra «alcuni esponenti della famiglia Bonavota-Arone-Defina con nomadi sinti. Ricordo che Turi Arone manteneva i rapporti con i sinti e manteneva con tale etnia particolarmente presente in Carmagnola e zone limitrofe». Lo stesso Arone avrebbe fatto in alcune occasioni da «garante e mediatore» tra una banda di sinti e il proprietario di una sala giochi vittima di estorsioni.

«PAGA IL PIZZO ANCHE IL RISTORANTE DI LENTINI» Il pizzo alla ‘ndrangheta, a Carmagnola, secondo Zito dovevano pagarlo in molti. Il gestore di una concessionaria di auto, ad esempio, doveva versare ai clan 500 euro al mese. Stessa cifra per il negozio che vende mangimi e prodotti per animali, per il tabaccaio e per il supermercato. Il doppio, invece, sarebbe costata secondo il pentito la “tranquillità” per il ristorante gestito da Gianluigi Lentini, ex calciatore di Torino e Milan: «A riscuotere si reca nel ristorante mio genero Fabio – racconta Zito – per conto di Franco Arone e Tonino Bono. È stato mio genero a dirmelo; paga 1000 euro al mese».
Un altro episodio raccontato dal pentito fa capire come gli uomini dei clan non si fermassero davanti a nulla. Il settore è quello delle auto a noleggio. Qualcuno aveva ricevuto dall’organizzazione delle vetture che doveva rinoleggiare a terzi ma questa persona non aveva pagato il costo del noleggio. Così Zito e un altro uomo vanno a chiederne conto all’interessato. Sul posto però c’è solo il figlio della persona che non ha pagato. Il ragazzino, un 13enne, dice che il padre non c’è e l’uomo che era con il pentito gli dice di riferre a suo padre che «se non cacciava i soldi» avrebbero «ammazzato tutta la sua famiglia». 

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