REGGIO, L’INCHIESTA SUL CONCORSO A PRIMARIO CONTINUA (E SI ALLARGA)

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Il gip respinge la richiesta di archiviazione. E chiede nuovi approfondimenti su «gravissime anomalie» nella gestione del bando per il Pronto soccorso. E sulla presenza dell’allora dg Benedetto nella stanza in cui la Commissione faceva le sue scelte

«Gravissime anomalie», prove concorsuali «a porte chiuse», un direttore generale che entra mentre la Commissione vaglia le domande, un altro primario che sembra (fin troppo) informato sui curricula dei partecipanti. Ce n’è abbastanza, secondo il gip del Tribunale di Reggio Calabria Caterina Catalano, per chiedere un supplemento di indagini sul concorso per il primario del Pronto soccorso del Gom (Grande ospedale metropolitano). E questo nonostante la richiesta di archiviazione avanzata dal pm. L’esposto di Francesco Moschella sull’iter che ha portato, nel 2016, alla nomina di Angelo Iannì trova nuova linfa dopo l’ordinanza dello scorso 1 marzo. Al punto che il caso dei gessi di cartone potrebbe essere solo uno dei problemi per un reparto destinato, almeno per qualche tempo, a restare sotto la lente d’ingrandimento degli investigatori. 
L’esito delle indagini, secondo il magistrato che ha esaminato il caso, si colloca infatti «nel solco della denuncia sporta dal dottor Moschella, confermandone punto per punto la ricostruzione fattuale e i profili di forte ambiguità riscontrati». Il gip spiega che «tutti i dichiaranti sentiti confermano le gravissime anomalie registratesi nell’espletamento delle prove concorsuali». E riserva una considerazione ironica ai componenti della Commissione esaminatrice «che hanno sostenuto, in modo a tratti imbarazzante, di non sapere o di non ricordare come si fosse sviluppato l’iter concorsuale e come fossero stati valutati i titoli e attribuiti i punteggi». Nella valutazione compare anche il ruolo irrituale, sempre secondo il giudice, del direttore generale dell’ospedale reggino. Si sarebbero verificate, infatti, «irruzioni, apparentemente immotivate e comunque inopportune, e perciò assai sospette, nella sala in cui la Commissione era riunita per deliberare l’esito finale, da parte del dg Frank Benedetto». Lo stesso dg, secondo quanto riferito nell’ordinanza (e «ammesso» anche da lui) «nel corso della riunione dell’11 dicembre 2015 aveva garantito che l’attribuzione della carica di primario sarebbe avvenuta in favore di un soggetto forestiero: “Nessuno di voi farà mai il primario e se all’esito del concorso dovessi essere costretto a nominare uno di voi preferirei dimettermi, Il primario verrà da fuori e dovrà parlare tedesco”». Quale che fosse l’intento del direttore generale, le sue parole oggi appaiono al gip degne di approfondimento. E lo è anche la presenza, nei giorni dell’assegnazione dei punteggi, «del direttore della Uoc Rianimazione Giuseppe Doldo (che, il giorno precedente la prova, aveva prospettato ad alcuni candidati dubbi sulla validità dei titoli dagli stessi posseduti, dimostrando di essere a conoscenza del contenuto della documentazione relativa alla procedura di concorso, in teoria conoscibile solo dai legittimati)». Per il magistrato, i due manager sarebbero «soggetti che non avevano titolo per interferire con i lavori della commissione». E c’è da approfondire anche «la posizione della direttrice sanitaria dell’Ao, Rosa Italia Albanese, che in tale qualità ha fatto parte della commissione esaminatrice».
L’inchiesta (che vede indagati Mario Cavazza, Anna Maria Matarese e Antonio Apolito), insomma, potrebbe addirittura allargarsi. Il giudice per le indagini preliminari suggerisce anche un’altra attività. «Come peraltro già suggerito dalla pg operante – scrive –, si impone un’investigazione suppletiva anche sull’attribuzione dei punteggi dati dai commissari ai vari candidati in relazione ai rispettivi curricula (titoli, pubblicazioni, esperienze professionali) che tenga conto delle linee guida elaborate dalla Simeu (società italiana di Medicina ed emergenza e urgenza), attraverso una consulenza tecnica da affidare a un professionista di comprovata imparzialità ed esperienza, possibilmente interno o collegato alla medesima Simeu». Questo per «verificare la fondatezza delle doglianze specificamente addotte da Moschella», difeso dall’avvocato Caterina Malara del foro di Reggio Calabria. Nel caso in cui risultino evidenti nuove anomalie, «a fronte dell’evidente macroscopicità delle violazioni di legge riscontrate prenderebbe corpo indubbiamente un’ipotesi di abuso di ufficio». È un quadro che si fa più complesso, dunque, quello dell’inchiesta sul concorso per il Pronto soccorso. E si amplia – stando ai suggerimenti del gip –, rivolgendosi anche al ruolo tenuto da Benedetto e Doldo, che non sono tra gli indagati. Per il pm la storia raccontata da Moschella, medico che ha un ruolo nel sindacato, ha un «mero rilievo amministrativo». E il colloquio a porte chiuse «deve ritenersi misura opportuna e indispensabile a garantire la genuinità delle prove, dal momento che si era previsto di formulare tre quesiti identici per tutti i candidati ed era necessario impedire che quelli da esaminare comunicassero con quanti avevano già sostenuto la prova». «La scelta della Commissione – sono ancora valutazioni del pubblico ministero riportate nell’ordinanza del gip –, ispirata a criteri di discrezionalità amministrativa, peraltro era stata accettata dai concorrenti, che non avevano impugnato gli atti della procedura. A ogni modo si rileva negli indagati l’assenza del profilo psicologico richiesto dall’articolo 323 del codice penale, ossia l’intenzionalità del dolo». Per il giudice, però, l’inchiesta deve andare avanti.

 

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