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SAN FERDINANDO: LA BARACCOPOLI NON C’E’ PIU’

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Terminate le operazioni di smantellamento del ghetto di San Ferdinando. Restano le macerie e cumuli di oggetti appartenuti ai migranti. Ora serve un accordo per portare via tutti i materiali. Già partito il rimpallo di competenze. Intanto molti braccianti sono tornati al lavoro nei campi. Altri sono partiti per il Nord. Ma la gran parte ha trovato posto nella nuova tendopoli

Alle sei del pomeriggio, l’ultima baracca del ghetto di San Ferdinando è venuta giù. Nell’area enorme su cui fino a due giorni fa sorgevano baracche a perdita d’occhio, sono rimaste solo macerie. Lamiere accartocciate, brandine, scarpe spaiate, qualche detersivo, libri e vecchi materassi stanno ammonticchiati in piccoli e grandi cumuli, quasi a testimonianza della baraccopoli che c’era e non c’è più. E probabilmente ci resteranno per un po’. Bombole di gas e lastre di eternit sono state messe in sicurezza e portate via, per le macerie invece tocca ancora mettersi d’accordo.

IL CONTO DELLE MACERIE «Bisogna chiedere i finanziamenti», si lascia strappare il prefetto Michele di Bari, che attorno alle 14 fa la sua apparizione di fronte all’ormai ex baraccopoli. Chi lo dovrà fare, al momento non è dato sapere. In teoria, toccherebbe al Comune, ma uno stanziamento di questo genere rischia di mandare a gambe all’aria l’amministrazione. Il terreno – ricordano alcuni – è però in area Corap, quindi anche la Regione dovrebbe fare il suo. E poi, magari il Viminale che tanto ha fatto pressione per lo sgombero, potrebbe metterci qualcosa. Nulla è ancora definito. Chi viene interpellato al riguardo si limita a rispondere «Si vedrà».

SALVARE IL SALVABILE Nel frattempo, c’è già chi fra le macerie ha tentato di recuperare il poco che è scappato alla violenza delle benne. Impilati ordinatamente sul lato della strada, lì dove sorgevano le ultime baracche del ghetto ci sono brandine, qualche lastra di lamiera ancora integra, ferro. Da vendere o da usare, magari per costruire un nuovo riparo, lontano dall’area ancora presidiata dalle forze dell’ordine, ma comunque vicino ai campi, dove molti, anche questa mattina, sono andati a lavorare.

CONTI CHE NON TORNANO Anzi, alcuni sono stati obbligati ad andarci anche il primo giorno di sgombero. C’erano zucchine da piantare e le arance tardive da raccogliere. In molti, mentre il ghetto veniva militarizzato e le camionette risalivano lo stradone, si dirigevano verso i campi. E al ritorno hanno scoperto di avere un problema. Nelle liste dei braccianti da smistare fra Cas e Sprar e tende, chi è in possesso di un permesso di lavoro non era contemplato.

CAMBIO IN CORSA Molti di loro hanno dormito nelle baracche rimaste in piedi dopo la prima giornata di ruspe. All’alba, alcuni di loro hanno cercato autonoma sistemazione altrove, chiedendo un tetto al datore di lavoro, cercando un casolare o prendendo un treno diretto a nord. Altri hanno trovato posto nella “nuova” tendopoli, saturata di tende messe in piedi in fretta e furia per dare un tetto a chi è rimasto senza.

NUOVA TENDOPOLI SATURATA Sono state piantate tutte nella nuova tendopoli, messa in piedi dalla prefettura come “soluzione temporanea” nell’agosto del 2017. All’epoca poteva ospitare circa 400 persone, quattro o sei per tenda. C’erano bagni e docce per tutti, corridoi coperti di ghiaia e spazio per cucinare o semplicemente stare fuori a respirare. Nel giro di 24 ore la popolazione della “nuova tendopoli” è raddoppiata e per far posto agli attuali 932 residenti adesso sotto ogni telone blu marchiato “Ministero dell’Interno” si sta in otto, se non di più. I corridoi sono stati riempiti di tende, montate quasi una sull’altra e qualche nuovo container con bagni e docce è stato aggiunto ai precedenti.

E DOMANI? «Ma la situazione nel giro di poco rischia di diventare ingestibile» mormorano sottovoce i dipendenti della cooperativa che gestisce la struttura, che per tutta la giornata presidiano gli ingressi, controllando documenti e permessi. La nuova tendopoli è satura di persone, molti dei vecchi residenti temono che l’arrivo di donne sole possa turbare gli equilibri, ma soprattutto – dicono allarmati i dipendenti della cooperativa – a breve di porrà il problema di come mangiare. Per adesso c’è un camion mensa della protezione civile che fornisce i pasti, ma presumibilmente già domani andrà via. Si tornerà come in passato a cucinare nelle tende, ma adesso sono quasi raddoppiate e la situazione igienico sanitaria potrebbe rapidamente deteriorarsi. In più, ci sarà il problema di procurarsi il cibo. I piccoli spacci del ghetto adesso sono solo macerie e anche solo per comprare una bottiglia d’acqua bisogna camminare almeno tre chilometri. «Una soluzione si troverà» si dice. Per adesso tutti guardano le macerie e ripetono solo «Siamo molto soddisfatti».

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