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Così il boss Mancuso diede l’ok all’agguato contro il nipote

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Nelle carte dell’inchiesta “Errore fatale” la ricostruzione dell’omicidio di Raffaele Fiamingo e del tentato omicidio di “Ciccio Tabacco”. Lo scontro tra fazioni e il via libera del capoclan alla vendetta interna. Secondo Emanuele, rampollo pentito del casato di Limbadi, la frattura «fu ricomposta dopo la scarcerazione di zio Luigi»

Oggi la frattura, stando a quanto racconta il rampollo pentito Emanuele Mancuso, sarebbe stata ricomposta, ma nei primi anni 2000 la guerra interna al casato di ‘ndrangheta di Limbadi era realtà. Una realtà cruenta, lo si sapeva dagli elementi emersi dalla storica inchiesta “Dinasty” ma, oggi, a chiudere il cerchio su un fatto di sangue finora senza colpevoli è l’inchiesta “Errore fatale”, che ha portato a un’ordinanza di custodia in carcere per quattro persone. Tra queste c’è anche il boss Cosmo Michele Mancuso (“Michelina”), già detenuto al 41 bis e ritenuto il vertice dell’articolazione della famiglia che fa riferimento a Luigi Mancuso, che secondo molti oggi è il capo assoluto del clan. Al centro dell’inchiesta c’è infatti un agguato avvenuto 16 anni fa di cui “Michelina”, secondo la Dda di Catanzaro, sarebbe il mandante, mentre Antonio Prenesti e Mimmo Polito l’avrebbero eseguito materialmente, accompagnati sul luogo del delitto dal presunto boss di Zungri “Peppone” Accorinti.

L’AGGUATO A rimanere per terra, senza vita, fu Raffaele Fiamingo, all’epoca 43enne, pluripregiudicato di Zungri. Gli spararono alle gambe e al torace nei pressi di un panificio, a Spilinga, il 9 luglio del 2003. In quell’agguato rimase ferito anche un pezzo da novanta dei Mancuso, “Ciccio Tabacco”, che fu colpito al torace, all’addome e al braccio sinistro ma che riuscì a salvarsi dopo un’intervento chirurgico all’ospedale di Vibo e una degenza di un mese e mezzo al Policlinico di Messina. I due avevano chiesto il pizzo al gestore di un panificio di Spilinga, ma tra i proprietari di quel negozio c’era anche il fratello di “Mussu stortu”, cioè Antonio Prenesti, ritenuto braccio destro del boss Cosmo “Michelina” Mancuso. Dopo la richiesta estorsiva, i gestori del panificio, sentendosi forti – secondo gli inquirenti – del sostegno di boss locali, avrebbero chiesto a Fiamingo e a “Tabacco” di tornare dopo un’ora. Nel frattempo il gestore del panificio e il fratello di Prenesti si sarebbero recati da Cosmo Mancuso a Limbadi, assieme a Polito, per chiedere al boss il placet per l’agguato. E “Michelina” avrebbe dato l’ok a sparare contro il nipote. Così, una volta tornati al panificio, Fiamingo scese – mentre “Tabacco” restò in auto – ed entrò nel panificio, ma si ritrovò davanti due persone che gli spararono contro, lo inseguirono all’esterno e lo finirono in una via vicina. Anche Ciccio Mancuso venne colpito, però riuscì a fuggire in auto e ad andare a casa di una persona dove avrebbe ricevuto le prime cure da un medico.

I PENTITI Nell’indagine condotta dalla Polizia sotto il coordinamento della Procura antimafia di Catanzaro ci sono anche le parole di diversi pentiti. Tra questi ci sono Angiolino Servello (che avrebbe trafficato droga con Accorinti, tramite il quale era entrato in contatto con alcuni dei boss Mancuso), il boss pentito di Lamezia Giuseppe Giampà, l’ex “piscopisano” Raffaele Moscato, l’ex boss emergente di Vibo Andrea Mantella ed Emanuele Mancuso, figlio di Pantaleone “L’ingegnere”, nipote diretto di “Tabacco” e primo storico pentito del casato ‘ndranghetista di Limbadi.
Moscato racconta che Antonio Tripodi, dell’omonima famiglia di Porto Salvo, gli aveva detto che c’era anche lui in auto con Fiamingo e “Tabacco” e che era riuscito a scampare all’agguato. Secondo Tripodi – riferisce Moscato – Ciccio Mancuso «aveva picchiato uno che vendeva il pane», così il figlio del panettiere era andato da Cosmo Michele per dirgli che avrebbe ucciso Ciccio, e “Michelina” aveva dato l’ok all’agguato al nipote.
Mantella conferma che Tripodi era riuscito a scampare all’agguato e spiega che “Ciccio Tabacco” «stava facendo la scissione da Luni Scarpuni (Pantaleone Mancuso cl. 61, ndr)». E “Peppone” Accorinti «era un po’ con Ciccio e un po’ con Luni»

«FRATTURA RICOMPOSTA DOPO LA SCARCERAZIONE DI ZIO LUIGI» Emanuele Mancuso dice di avere appreso da suo cugino Domenico “The red” (figlio di Diego Mancuso) che a sparare a “Tabacco” era stato – evidentemente non in prima persona – “Michelina”. Proprio suo zio Ciccio in un’occasione aveva chiesto ad Emanuele se avesse armi a portata di mano dicendogli che erano «per quel gran cornuto di “Totò yo-yo” (altro soprannome di Prenesti, ndr)». Emanuele aveva risposto che se “Totò” era tornato a Nicotera significava che «evidentemente aveva avuto l’autorizzazione dai miei parenti». E aggiunge che “Tabacco” «era solito commettere danneggiamenti nei confronti di sodali e soggetti vicini a Cosmo Mancuso e Pantaleone “Vetrinetta”». “Ciccio Tabacco”, secondo il rampollo pentito, è «l’unico che non va d’accordo con il ceppo degli 11 (ad eccezione della famiglia di Scarpuni con cui ha buoni rapporti)». Ma ad oggi Emanuele ritiene «che la situazione sia composta», altrimenti ci sarebbe stata una reazione contro “Totò yo-yo”. Quest’ultimo, secondo il giovane pentito, è da sempre «legatissimo» a Cosmo e in un secondo momento si è avvicinato anche a Luigi. «La garanzia assoluta della risoluzione» dei contrasti tra gli “zii grandi” (quelli del ceppo originario “degli 11”) e i nipoti del ceppo “Mbrogghia” (Diego, Pantaleone “l’ingegnere” e i figli di Peppe “Mbrogghia”, Domenico e Antonio) si ebbe «dopo la scarcerazione di Luigi». Quando “Totò yo-yo” si mise alle dipendenze del capo assoluto del clan «fu chiaro a tutti che era rientrato in famiglia».

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