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Il futuro di Lamezia passa (anche) dalle informative di Crisalide

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Verbali inediti sui rapporti tra cosche e politica. Il sostegno ai candidati e la ricerca di voti (senza andare troppo per il sottile). Attesa per la decisione del Consiglio di Stato

Lamezia è in attesa. Politicamente vive in un limbo dal quale non sa quando e come uscirà. Le prime risposte potrebbero arrivare a breve, con l’udienza davanti al Consiglio di Stato che si terrà l’11 aprile riguardo alla sospensiva che l’Avvocatura dello Stato ha chiesto, e ottenuto, sulla sentenza del Tar che riabilita l’amministrazione sciolta per infiltrazione mafiosa a novembre 2017. Per poche settimane è stata reintegrata l’amministrazione guidata da Paolo Mascaro, neanche il tempo di riunire il primo consiglio comunale. Ma questo mese di aprile dovrebbe sbrogliare le carte. Da un lato sono previste le udienze al Consiglio di Stato e dall’altro è prevista, per fine mese, la sentenza del processo abbreviato “Crisalide”, istruito dalla Dda di Catanzaro. L’origine di tutto quello che è accaduto.

INCIPIT Le traversie politico-amministrative di Lamezia Terme nascono da un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro denominata “Crisalide” contro la cosca Torcasio-Cerra-Gualtieri che ha il suo centro nevralgico nel quartiere Capizzaglie. La cosca era sotto osservazione da parte del Nucleo investigativo dei Carabinieri del capoluogo proprio nel periodo delle elezioni amministrative del 2015. E nella rete dei militari è rimasto impigliato uno spaccato della campagna elettorale che in parte è passato da Capizzaglie, e offre un quadro del brulicare, più o meno sommerso, durante le elezioni, ma anche uno spaccato significativo di quella che è la weltanschauung della società lametina. Gli esempi non mancano e molti sono stati riportati nell’ordinanza di custodia cautelare che portò a indagare, a piede libero, due consiglieri consiglieri comunali, Pasqualino Ruberto e Giuseppe Paladino (all’epoca vicepresidente del consiglio comunale).

LA CARTA D’IDENTITÀ A luglio 2015, poco dopo le elezioni, Antonio Miceli, considerato reggente della famiglia Torcasio, telefona all’amico Mattia Mancuso (anch’egli imputato nel rito abbreviato di Crisalide). Ha bisogno di un favore da parte di Giuseppe Paladino, divenuto nel frattempo consigliere comunale di minoranza in una lista a favore di Pasqualino Ruberto. Miceli contatta Mancuso perché rintracci Paladino, che secondo gli investigatori è il politico di riferimento della cosca Torcasio, affinché quest’ultimo lo aiuti con il rilascio di una carta d’identità valida per l’espatrio in favore del nipote di Miceli, figlio del capo cosca Cesare Gualtieri. 
Miceli dice di trovarsi al Comune davanti alla macchina di Paladino. «Digli di scendere», intima all’amico.
La faccenda si risolverà senza aiuti ma per gli investigatori è la prova della vicinanza che Paladino aveva con Miceli e di come questi lo considerasse un riferimento per sé e il suo gruppo in seguito all’appoggio elettorale che avrebbe ottenuto dalla compagine di Capizzaglie.

L’INCIDENTE Un aiuto concreto da Giuseppe Paladino Antonio Miceli e Antonio Mazza (amico di Miceli, imputato nel rito abbreviato di Crisalide, candidato non eletto alle amministrative in una lista a sostegno di Ruberto) lo ottengono a luglio 2015. Mazza aveva fatto un incidente con la moto che non era assicurata. Era caduto, si era fatto parecchio male ma era preoccupato di più per l’arrivo dei carabinieri che lo avrebbero trovato senza assicurazione. «… meno male che poi Pepè (Giuseppe Paladino, ndr) a quel vigile lo conosceva e mi ha fatto andare… ci siamo presi la moto e me la sono portata io subito a casa… che stavano venendo i carabinieri… e se i carabinieri vedevano che la moto era senza assicurazione, un casino succedeva… hai capito come?».

IL LAVORO ALLA SACAL Altro imputato all’interno del procedimento “Crisalide” (ha scelto il rito abbreviato) è Domenico De Rito, detto “Tutù” anch’egli considerato vicino ad Antonio Miceli e accusato di una serie di episodi di spaccio. De Rito non appoggiava alle elezioni il candidato a sindaco Ruberto, denominato “Morbidone”. In un dialogo con Miceli riferisce che Antonio Mazza aveva deciso di appoggiare Ruberto perché «nutriva malumore nei confronti di Giampaolo Bevilacqua, già vicepresidente della Sacal (non imputato né mai indagato in questo procedimento) poiché quest’ultimo, in passato, quando era ancora in carica, non lo faceva assumere alle dipendenze della predetta società, favorendo invece quella di Domenico De Rito». «Ce l’ha con me, perché il mio posto doveva andare a lui, il posto della Sacal», dice De Rito a Miceli. Poi precisa: «No.. che ce l’ha con me, ce l’ha con Giampaolo apposta si è buttato con Morbidone». La cosca appare molto ambita per la ricerca di voti, e non solo dai sostenitori di Ruberto. Nell’informativa del Nucleo investigativo allegata al procedimento Crisalide è lo stesso De Rito che affermava che anche Giampaolo Bevilacqua «in passato, si rivolgeva ad un membro di spicco della cosca Torcasio-Gualtieri non meglio indicato, per ottenere il sostegno elettorale». «Giampaolo cerca sotto, però parla sempre con uno e basta… sempre uno di voi, però con uno», dice De Rito a Miceli il quale, consapevole che molti del clan sono in carcere in seguito alle operazioni “Chimera” e “Chimera2” replica: «Ma non c’è nessuno». De Rito gli ricorda che in quel periodo il reggente è lui: «Ora non c’è nessuno… ci sei tu… lo sai…».
In quel periodo però il gruppo al quale è legato De Rito appoggia altri fronti, e fa un riferimento esplicito al centrodestra per indicare la corrente politica.

«PERÒ PER UN POSTO DI LAVORO» Qualche tempo prima, a marzo 2015, era stato intercettato un dialogo tra Miceli, De Rito e Giuseppe Grande (anch’egli imputato in Crisalide). Si parla di elezioni e De Rito cerca di tirare gli amici dalla sua parte: «Tu il dottore Paladino lascialo fottere… al dottore Paladino… no… no… mi dovete, mi dovete… allora, se volete fatto un favore voi… che dobbiamo fare… dobbiamo fare una cosa seria…». 
«Domenico De Rito – annotano gli investigatori – riferisce a Giuseppe Grande e ad Antonio Miceli di prepararsi il curriculum per un eventuale posto di lavoro, chiede ai due se hanno precedenti penali e questi rispondono negativamente. Grande dice che se riuscirà ad entrare gli darà il voto a persona non specificata, Miceli aggiunge che se questa persona dovesse trovargli un posto di lavoro, gli raccoglierà pure i voti, nella circostanza chiede a De Rito chi sia questo politico, quest’ultimo risponde a bassissima voce e aggiunge che li porterà da questa persona». Alla fine Miceli decise di dare appoggio, secondo quanto riportano gli atti di indagine, a Giuseppe Paladino e Pasqualino Ruberto. Paladino era stato eletto nella lista “Pasqualino Ruberto Sindaco” per poi lasciarla e passare con la maggioranza nel gruppo “Patto per Lamezia” insieme ad Armando Chirumbolo, Massimo Cristiano e Alessandro Isabella, e diventa vicepresidente del consiglio comunale.

«SE C’ERA CHI CI DOVEVA ESSERE» Quando la cosca decide chi sostenere politicamente, rilevano le indagini, Antonio Miceli comincia a fare una lista per assicurare a Ruberto i voti cominciando dalla famiglia: «Già basta che giriamo tutti quelli che siamo noi» dice alla moglie Teresa Torcasio e alla cognata. Facendo un giro nel quartiere i tre notano che proprio davanti al “fortino” dei Torcasio era stata allestita la sede elettorale di Mtl (movimento territorio e lavoro) di Massimo Cristiano. Questa cosa indispettisce i Torcasio. Miceli afferma che «na persona, non meglio indicata, che stava fornendo sostegno elettorale alla lista Mtl era in grado di raccogliere un cospicuo numero di voti in tutto il quartiere di Capizzaglie». «Si spaventano… si spaventano tutti per questo qua, che lo vedi che ora… che tutti i voti a Capizzaglie li raccoglie lui», dice Miceli. A quel punto la moglie ribadisce che se c’erano i parenti che in quel momento erano in carcere – «se c’era chi ci doveva essere non…» – questa persona non meglio identificata «non avrebbe mai commesso quella “mancanza di rispetto”», scrivono gli investigatori.
Questo è uno spaccato di ciò che accadeva nel 2015. Secondo il Tar coloro che si sarebbero avvalsi dell’appoggio elettorale della locale cosca mafiosa appartengono «a un raggruppamento politico diverso da quello rappresentato in giunta». L’Avvocatura dello Stato replica che «il Tar da un lato non ha tenuto nel debito conto la circostanza che l’avvenuta elezione dei candidati in questione in seno al consiglio comunale di Lamezia Terme ha rappresentato una vera e propria “testa di ponte” per la criminalità organizzata dall’indubbia potenzialità inquinante».
Adesso Lamezia attende cosa le riserva il futuro.

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