“Lande desolate”, indagati anche Adamo e Bruno Bossio

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La Dda di Catanzaro ha notificato l’avviso di conclusione indagini a 19 persone. Tra loro anche il governatore Oliverio, la deputata del Pd e il marito: sono accusati di corruzione. Al centro dell’inchiesta gli appalti dell’impianto di risalita di Lorica, dell’aviosuperficie di Scalea e di Piazza Bilotti a Cosenza

È stato notificato a 19 persone l’avviso di conclusione indagini per il procedimento “Lande Desolate”, condotto dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro e che ha coinvolto il presidente della Regione Calabria, diversi funzionari della Cittadella regionale e l’imprenditore Giorgio Ottavio Barbieri. E tra i destinatari dell’avviso firmato dal sostituto Veronica Calcagno e del procuratore aggiunto della Dda Vincenzo Luberto ci sono anche nomi eccellenti che non risultavano tra gli indagati al momento in cui è deflagrata l’inchiesta che ha coinvolto i vertici della Cittadella. Su tutti, quelli della deputata del Pd Enza Bruno Bossio e del marito Nicola Adamo. Oltre ai due, nell’avviso di conclusione indagini compare anche il nome del governatore Mario Oliverio e dell’ex sindaco di Pedace Marco Oliverio. Poi ci sono l’imprenditore Giorgio Ottavio Barbieri, Carlo Cittadini, Vincenza De Caro, Ettore Della Fazia, Gianbattista Falvo, Gianluca Guarnaccia, Carmine Guido, Rosaria Guzzo, Pasquale Latella, Damiano Francesco Mele, Paola Rizzo, Marco Trozzo, Francesco Tucci, Luigi Zinno e Arturo Veltri.

LE ACCUSE In tutto sono venti i capi d’imputazione contestati agli indagati coinvolti nell’inchiesta portata avanti dalla Guardia di finanza che ha passato al setaccio documenti ed intercettazioni relativi alla costruzione dell’impianto di risalita di Lorica, dell’aviosuperficie di Scalea e della realizzazione di Piazza Bilotti. Ed è proprio in riferimento a questi cantieri che secondo gli investigatori, i politici coinvolti avrebbero realizzato in concorso tra loro con i funzionari ed il costruttore, una serie di attività illecite tali da farli finire nel registro degli indagati. Il presidente Mario Oliverio, insieme a Nicola Adamo, Enza Bruno Bossio, Francesco Tucci, e Giorgio Ottavio Barbieri dovranno rispondere del reato di corruzione per atti contrari ai doveri di ufficio con l’aggravante che si tratta di pubblici impieghi. Questo perché secondo la magistratura, gli indagati «in concorso morale e materiale tra loro e con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, poste in essere anche in tempi diversi, nelle loro rispettive qualità, stringevano un accordo illecito per effetto del quale Tucci, direttore dei lavori (dell’impianto di risalita di Lorica, ndr), per compiere atti ai propri doveri di ufficio, consistiti nell’adoperarsi concretamente sia presso i subappaltatori che presso l’ufficio tecnico del comune di Cosenza, ai fini del rallentamento dei lavori in corso a Piazza Bilotti, allo stesso “gruppo Barbieri” affidati, chiedendo quale direttore dei lavori ed ottenendo una proroga sui tempi di consegna dell’opera, accettava la promessa e infine riceveva quale corrispettivo per sé ed in via indiretta per l’imprenditore Barbieri, dal presidente della Regione Calabria di ulteriori finanziamenti sebbene non dovuti né legittimamente esigibili». Ulteriori soldi in cambio dei rallentamenti dei lavori a piazza Bilotti, sostiene la Dda di Catanzaro, ma anche il pressing su Tucci affinché oltre a rallentare i lavori venisse vietato l’accesso sul cantiere al sindaco Mario Occhiuto ed all’assessore ai lavori pubblici (all’epoca Giulia Fresca). Il tutto, sostengono i magistrati, per un mero tornaconto politico consistito nella possibilità di non far inaugurare ad Occhiuto la piazza che si trova nel centro cittadino.

ABUSO D’UFFICIO Il governatore è però anche indagato per abuso di ufficio, reato commesso in concorso con i burocrati della Regione come Francesco Tucci e Luigi Zinno, con l’imprenditore Barbieri, Damiano Mele e Arturo Veltri. Secondo la Procura antimafia, nel giro di soldi per realizzare il progetto di Lorica Oliverio avrebbe «recepito e assecondato le richieste di Zinno e Veltri, consapevole delle incompiutezze dei lavori presso il cantiere, tra cui, la mancata istallazione della seggiovia. Altresì consapevole della incapacità tecnica e finanziaria del gruppo Barbieri di assolvere all’obbligo contrattualmente assunto di co-finanziare i lavori con proprio capitale privato provocava ben due incontri di cui disponeva di procedere a liquidare l’intero importo richiestogli (dal gruppo Barbieri) alla stazione appaltante ai fini del successivo accredito alla Lorica Ski di Barbieri, così accollando alla Regione Calabria per intero il costo dei lavori». Se da una parte c’è il coinvolgimento della politica, l’impianto accusatorio si cristallizza sul ruolo dei funzionari regionali ed il gruppo Barbieri. A loro, nei diversi capi, vengono imputati i reati di falso ideologico, falso materiale, corruzione di persona incaricata di pubblico servizio.

IL TRONCONE D’INDAGINE A SCALEA «Il problema è che io sono andato a Scalea, ed è una landa desolata». L’intercettazione che dà il nome all’intera inchiesta coordinata dalla Dda di Catanzaro guidata da Nicola Gratteri, chiarisce in che condizioni si trovavano i lavori dell’aviosuperfice progettata nella cittadina tirrenica. Nell’avviso di conclusione indagini, i magistrati, annotano i capi d’imputazione e li dividono dal resto della storia che riguarda invece l’impianto di risalita di Lorica. C’è un appunto però dove compare l’imprenditore Barbieri, vero perno di tutta l’indagine: «Con l’aggravante, per Giorgio Barbieri, di aver commesso il fatto al fine di agevolare le illecite attività consortili della cosca “Muto”». I magistrati evidenziano come i soldi finissero in una bacinella che avrebbero implementato il potere del gruppo criminale del tirreno. Queste ed altre circostanze saranno chiarite davanti ai giudici, anche in considerazione della sentenza della Corte di Cassazione sul ruolo di “imprenditore-vittima” e nella quale si esclude l’aggravante mafiosa. L’imprenditore di origini romane, è indagato, per quanto riguarda i lavori da realizzare a Scalea, assieme ai dirigenti regionali Luigi Zinno e Vincenzo De Caro, oltre che a Francesco Tucci (direttore dei lavori) e Pasquale Latella (Rup del comune tirrenico). Falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, abuso di ufficio e falso materiale commesso da un pubblico ufficiale sono i reati presenti nei diversi capi di accusa. Le condotte contestate agli indagati vanno dall’ingiusto profitto che avrebbero permesso di guadagnare a Barbieri (circa 1 milione di euro) per lavori complementari alle strutture dell’aviosuperfice, fino alle presunte false attestazioni dello stato di avanzamento dei lavori. Sull’imprenditore romano, insieme a Cittadini, Trozzo e Tucci, pesa anche l’accusa di frode nelle pubbliche forniture e inadempimento di contratti di pubbliche forniture.

I SAL DI LORICA ED I FONDI DISTRATTI Da Scalea a Pedace (adesso Casali del Manco). Cambiano le latitudini ma non il modo in cui gli indagati avrebbero operato. I protagonisti, al netto degli impieghi nei municipi, sono sempre gli stessi. La presunta collusione tra imprenditori e funzionari della regione si sarebbe verificata nel tempo in tanti episodi poi messi nero su bianco nelle carte dell’inchiesta. Sull’Altopiano silano, infatti, per gli investigatori, Tucci, Barbieri e Zinno si sarebbero messi d’accordo per trovare un impiego per il figlio del dirigente. «I tre – è scritto nell’avviso di conclusione delle indagini – stringevano un accordo illecito, per effetto del quale Zinno (per aver compiuto o compiere atti contrari ai suoi doveri di ufficio asservendo stabilmente i propri poteri e funzioni agli interessi dell’imprenditore Barbieri) accettava quale corrispettivo la promessa di utilità quale l’assunzione del figlio presso le imprese del gruppo Barbieri». Indagando sui capitolati d’appalto, i finanzieri, avrebbero poi riscontrato una serie di irregolarità sullo stato di avanzamento dei lavori. Illeciti, che avrebbero dovuto avere come beneficiario proprio Barbieri, le cui casse aziendali sarebbero state rimpinguate dai soldi derivanti dalle casse pubbliche. Illeciti, capo d’imputazione per capo d’imputazione, che farebbero emergere un quadro indiziario fatto di abusi e collusioni e che avrebbe permesso di attestare falsamente lo stato di avanzamento dei lavori come successe a Lorica quando fu certificata la realizzazione della strada di accesso al comprensorio, la piazzola Helipad e l’area attrezzata per attività ludiche e sportive. Un investimento di quasi 2 milioni di euro che la procura scrive: «lavori e interventi, in realtà, neppure avviati in cantiere, ovvero in parte appena avviati e comunque privi di qualsivoglia idoneità tecnica e funzionale». L’intreccio tra Giorgio Barbieri, Luigi Zinno e Francesco Tucci avrebbe portato, secondo la Dda, ad un intreccio di interessi personali che sarebbero andati ben oltre i loro doveri di pubblici impiegati ed ufficiali. In cambio di una trance di finanziamento pari al 5 % del residuo, sostiene l’accusa, Luigi Zinno avrebbe sollecitato Francesco Tucci per avere una casa a Sangineto (di proprietà di Barbieri) ad un prezzo di favore. Un prendi e dai. Soldi pubblici, ulteriori, per finanziare una commessa principale ancora incompiuta.

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