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Non studiano e non lavorano, a Crotone sono il 65% la percentuale più alta d’Europa

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Nel libro del giornalista Nicolò Zancan la storia di Fabrizio apre i racconti dedicati ai “Neet”. Giovani che vedono sfilare davanti agli occhi il loro tempo. «Se non si salva prima quello che ho raccontato venendo nella città ionica difficilmente si salverà il resto d’Italia»

Fabrizio De Leo, 26 anni di Crotone: «C’è una parte, nel libro di Primo Levi “Se questo è un uomo” in cui il protagonista entra in una fabbrica di chimica e vede le dattilografe vestite bene, molto eleganti e lui invece è pesto, gonfio e giallo. Proprio in quel punto, dove gli altri sono profumati lui si sente goffo. Quando descrive quella sensazione di inadeguatezza, ho sentito che parla di me». Sono le ultime battute del capitolo che Niccolò Zancan nel libro “1 su 4 storie di ragazzi senza studio né lavoro” edito da Laterza dedica a due giovani calabresi che abitano nella città con la più alta percentuale in Europa di giovani che non studiano, non lavorano e non cercano un lavoro. Crotone è la città con la più alta percentuale di Neet (neither in employment nor in education and training), sono il 65% in tutto ed hanno una età compresa tra i 19 e 25 anni. «Io non posso credere che non si riesca a trovare un modo per salvare questi due ragazzi –spiega l’autore al Corriere della Calabria-. Se non si salva Crotone non si salva l’Italia». Sì perché Fabrizio e Giuseppe altro non sono che “due bravi ragazzi”. Desidererebbero un lavoro, una entrata fissa a fine mese per provare cosa significhi non avere problemi nel sedersi al tavolo dell’aperitivo e chiedere una birra. «Incontrare i ragazzi che mi hanno permesso di raccontare le loro storie nel libro mi ha fatto del male –continua l’autore-. Vedevo la vergogna sulle loro facce perché mi sono accordo che oggi c’è una grande difficoltà nel dire chi si è veramente. Viviamo in un periodo in cui c’è la dittatura del successo ed anche una cosa banale come l’aperitivo in una città come Crotone cambia il tuo posto ed il tuo ruolo nella vita sociale».

CROTONE, CAPITOLO 1 «Non guadagno, non interesso. Non ricordo più nemmeno il profumo di una donna». È la terza pagina e verrebbe difficile immaginarsi che potrebbe andare peggio. Non è così. Fabrizio ed il suo amico Giuseppe vivono il peso dei 20 anni schiacciati dalle difficoltà che la vita gli ha messo davanti. Vivono nella città di cui l’inviato de La Stampa nota subito la statale 106 “la strada della morte”. L’odore di immondizia e le nigeriane che fanno l’autostop. È la città che non conosce pausa nel racconto quotidiano della cronaca. Ci sono le operazione della Dda di Catanzaro “Jhonny” e “Stige”. I virgolettati di Nicola Gratteri e dell’aggiunto Vincenzo Luberto in conferenza stampa con alle spalle gli uomini delle forze dell’ordine. «Non l’ho fatto solo con Crotone, anche con Ostia, Ferrara, Torino –ci racconta Niccolò Zancan-. Voglio che i lettori si facciano una idea ben chiara di dove questi ragazzi abitano. Ma in Calabria il discorso è diverso. Sì è vero, ti devi rivolgere alla ’ndrangheta anche per lavorare al bar d’estate, ma c’è anche ancora una natura, una bellezza incontaminata che mi auguro venga salvata». Ed è qui che Fabrizio vive nel quartiere Gesù, una piccola Scampia napoletana in terra pitagorica. È ritornato dopo due esperienze fallimentari a Roma e Londra. «Mi alzo alle 6, leggo un libro, porto il caffè a mia madre, prendo il pullman e cerco di stare fuori tutto il giorno –è raccontato nel libro-». Le ha provate tutte, ma lui è un ragazzo normale. «Il call centre di Abramo qui è una istituzione. Per due anni il mio compito è stato di vendere promozioni telefoniche della Tim e nel conteggio finale arrivavo a 300 euro al mese». Ne mancano 200 per arrivare a guadagnare la cifra che, secondo quanto racconta il giovane, ti fa vivere come un re, ti mette nella colonna delle persone da stimare e da sposare. «Senza quei 500 euro sei un signor nessuno. Come me». Ma non è la movida dei bar di Crotone a mancare ai due ragazzi protagonisti della prima storia del volume. «Mi sento al limite, una oliva spremuta al nocciolo tutto secco e raggrinzito». Fabrizio, storie come tante in Calabria, gli studi alla facoltà di lettere abbandonati perché il padre ha perso il lavoro e con quello anche la casa (fortunatamente ricomprata all’asta ndr). «I figli fanno una vita peggiore dei padri – aggiunge Zancan-. È chiaro che il mondo del lavoro tradizionale è in frantumi e forse il vero limite dei ragazzi che ho incontrato è la mancanza di scaltrezza, però c’è anche che non possiamo pensare che vengono premiati solo i migliori, c’è un mucchio di gente che vuole semplicemente una vita normale». I ragazzi che hanno affidato le loro storie a Niccolò Zancan, ricordano i protagonisti del libro di Nick Hornby “Non buttiamoci giù”. Sul palazzo della city londinese tutti in procinto di suicidarsi si danno appuntamento mese dopo mese per vedere se nelle loro vite sia cambiato qualcosa che li convinca che farla finita non sia la soluzione migliore. Ed è questa la sensazione che Fabrizio, Micaela, Denis, Ernesto ed F. danno di loro stessi. Ragazzi alla ricerca di un motivo che non li faccia vergognare di essere quello che sono e a loro malgrado non sono. Figli di una generazione che parte svantaggiata e che si accontenta di mettere insieme quello che serve a giustificare i sacrifici dei genitori che hanno permesso loro di studiare e di sedersi ad un tavolo con gli amici o con una ragazza o un ragazzo appena conosciuti e poter dire: «Mi chiamo Michele e nella vita faccio…».

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