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Per i boss vibonesi la grappa in carcere e le spie tra i carabinieri

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Emergono dettagli clamorosi dai verbali di Raffaele Moscato. Il pentito definisce il penitenziario di Catanzaro «un circolo dove la gente gioca». Un capoclan aveva a disposizione «un filo di quelli che si usano per tagliare il ferro». La storia della talpa nell’Arma e dell’avvocato a cui fu regalato uno yacht

Il boss delle Preserre Bruno Emanuele, di cui più volte si era tentato di pianificare l’evasione, quando era in carcere aveva a disposizione «un filo di quelli che si usano per tagliare il ferro». Mentre i Piscopisani detenuti nello stesso penitenziario potevano perfino pasteggiare con «la grappa barricata». La casa circondariale in questione era quella di Catanzaro, un istituto che secondo il pentito Raffaele Moscato «non è un carcere, è un circolo dove la gente gioca, come del resto è anche Frosinone». Al contrario di quello di Vibo, che sarebbe «un carcere duro» dove «le guardie sono serie». Privilegi come la grappa, o strumenti che potevano tornare utili come il filo che aveva Emanuele, secondo Moscato entravano nel penitenziario del capoluogo «attraverso le guardie carcerarie che lo facevano per il tramite del detenuto capo sezione», una figura che sarebbe appannaggio «della locale del posto dove si trova il carcere». Le famiglie di ‘ndrangheta della zona insomma avevano dei referenti che nel carcere avevano un preciso ruolo, dovevano fare da collegamento tra le guardie e i detenuti a cui erano destinati i “doni” dall’esterno.

AGGANCI INSOSPETTABILI Le dichiarazioni shock di Moscato sono contenute nei verbali che stanno facendo tremare non solo gran parte dei clan vibonesi, ma anche imprenditori, politici e colletti bianchi che sarebbero stati collusi o al servizio della cosca di cui ha fatto parte per 5 anni, guidata da un gruppo di trentenni senza scrupoli che non intendeva abbassare la testa di fronte ai Mancuso. E che aveva agganci insospettabili anche tra le forze dell’ordine. Non c’era solo il finanziere cocainomane (ne abbiamo scritto qui) che andava con loro in discoteca e che passava allo stesso Moscato informazioni preziose in cambio della droga, ma anche un carabiniere che pare avesse un rapporto confidenziale con uno dei Piscopisani, Giovanni Battaglia.

LE SOFFIATE DEL CARABINIERE «Noi abbiamo sempre saputo che c’erano le telecamere in piazza a Piscopio, così come sapevamo tante altre cose sulle indagini che venivano svolte; c’erano anche appartenenti alle forze dell’ordine che ci davano notizie», conferma Moscato. «Sapevamo, ad esempio, che ad essere indagati, inizialmente, per l’omicidio Patania eravamo io, Davide Fortuna e Scrugli». A dirlo ai Piscopisani era stato proprio questo carabiniere, che era in servizio a Vibo nel 2011. La “confidenza”, racconta Moscato, era stata riferita a Battaglia durante la festa della Madonna del Rosario a Bagheria, vicino a Palermo. Il pentito non aveva avuto informazioni sull’identità della talpa ma sapeva che un carabiniere che lavorava a Vibo aveva rapporti con Battaglia. Una sera, nel novembre del 2011, in un pub di Vibo Moscato aveva incontrato questo carabiniere e Rosario Battaglia, che era assieme al pentito, aveva offerto la cena al militare che era lì con moglie e figlio. «Il carabiniere disse a me che sarei stato il primo ad essere arrestato in un’operazione antidroga che riguardava la zona di Vibo Marina e Pizzo». Il blitz poi ci fu davvero ma Moscato in realtà non fu coinvolto. «Rosario Battaglia – prosegue il pentito – ebbe a riferirmi che questo carabiniere lo informava anche di perquisizioni che stavano per essere eseguite. Il carabiniere comunque chiedeva a noi di fornirgli informazioni sulla disponibilità di armi e droga di cosche avversarie per fare carriera, ma noi non gliene abbiamo mai fornite». La talpa in divisa avrebbe riferito ai Piscopisani anche informazioni sul mezzo con cui era stato compiuto il tentato omicidio di Rosario Battaglia e su microspie e telecamere piazzate a Piscopio. Ma quelli delle forze dell’ordine non erano certo gli unici “occhi” puntati sulla frazione di Vibo: «Anche noi avevamo telecamere posizionate per il controllo del territorio a Piscopio».

GLI AVVOCATI E I COLLETTI BIANCHI Nelle dichiarazioni dell’ex Piscopisano ricorrono anche molti nomi di avvocati. C’era, per esempio, chi rassicurava i capi del clan che in un determinato periodo non avrebbero subìto arresti. C’era, invece, chi li avvisava che in un altro periodo alla Dda di Catanzaro «qualcosa bolle in pentola». Un altro avvocato, poi, secondo Moscato avrebbe ricevuto uno yacht come «corrispettivo professionale» per la restituzione di beni – tra cui proprio l’imbarcazione in questione – che erano stati sequestrati a un esponente delle cosche di Vibo.
E tra i colletti bianchi non sarebbe mancato chi era disposto a fare da “ambasciatore” per gli uomini dei clan vibonesi: «Posso riferire di una prassi piuttosto consolidata – spiega il pentito – che è quella di far avvicinare coloro i quali rendono dichiarazioni contro la criminalità organizzata vibonese e di far suggerire loro anche da insospettabili colletti bianchi di ritrattare» poiché potrebbero subire ritorsioni o non avere più lavori.

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