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Rapine e racket, così i Piscopisani terrorizzavano i negozianti di Vibo

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Il pentito Moscato, gola profonda del clan che voleva scalzare i Mancuso, racconta di un’intimidazione a un commerciante solo perché si era permesso di chiamarlo “Moscateju”. Il racconto del “colpo” al tabacchino: «Mi servivano soldi. E chi voi u fai?». Le intestazioni fittizie di bar e negozi. I ricavi per i detenuti. L’estorsione per la “strada del mare”

Non solo non gli aveva praticato uno sconto abbastanza consistente, ma si era pure permesso di chiamarlo “Moscateju”. E Raffaele Moscato, oggi pentito eccellente del clan Piscopisani, non la prese bene. Quell’affronto, per un negoziante di Vibo Marina, è bastato per ritrovarsi sull’uscio del negozio una bottiglia di liquido infiammabile e 5 cartucce calibro 9 per 21.
Moscato era «rimasto male» per l’atteggiamento del negoziante, lo ha confessato lui stesso in un interrogatorio del 24 aprile 2015, e l’episodio è solo uno dei tanti finiti nelle carte dell’inchiesta “Rimpiazzo”, che martedì ha portato a 31 arresti contro il clan che voleva scalzare i Mancuso (qui e qui altri dettagli). Un episodio che fa capire, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto la generazione dei trentenni che guidava il “locale” di Piscopio fosse spregiudicata e pronta alla violenza per avere il predominio su Vibo e sulle frazioni marine.

GLI ASSEGNI POSTDATATI L’elenco di estorsioni, minacce e intimidazioni a suon di bombe e proiettili è molto lungo. Il metodo era quasi sempre lo stesso che il negoziante che aveva chiamato il pentito “Moscateju” avrebbe suo malgrado constatato anche in seguito a quell’episodio. I Piscopisani si presentavano al commerciante con un assegno postdatato – in genere da 5mila euro – e pretendevano che fosse “cambiato” incassando così il pizzo. A volte i commercianti, dopo essere stati spaventati a dovere, si recavano a portare i soldi all’“American Bar” consegnando il denaro direttamente nelle mani del fratello di “Sarino” Battaglia, uno dei capi del clan di Piscopio.

L’AMERICAN BAR Proprio l’“American Bar”, un bar centralissimo e molto frequentato che si trova a pochi passi dal municipio di Vibo, sarebbe al centro di uno dei casi di intestazione fittizia di beni contestati dalla Dda di Catanzaro nell’inchiesta. Il bar, si legge nell’ordinanza vergata dal Gip Carmela Tedesco, «risulta formalmente intestato» a Simone Prestanicola (uno dei 55 indagati), ma gli elementi investigativi «dimostrano» come «sia di fatto gestito dai fratelli Battaglia». Circostanze confermate dallo stesso Moscato, che ha inoltre spiegato che «i ricavi della gestione del bar erano destinati al pagamento delle spese legate alla detenzione dei detenuti». Sempre ai Piscopisani sarebbe stata riconducibile anche una rivendita di pneumatici a Vena di Jonadi, una boutique sul corso di Vibo e un pub-ristorante sempre situato nel centro storico

L’ESTORSIONE PER LA STRADA DEL MARE A tre degli elementi di spicco del clan – Rosario Battaglia, Rosario Fiorillo e Michele Fiorillo – è contestata anche l’estorsione consumata ai danni dell’imprenditore Vincenzo Restuccia per i lavori per la cosiddetta “strada del mare”, un appalto della Provincia da quasi 16 milioni di euro che riguarda il tratto costiero Pizzo-Rosarno e che è diventato una delle incompiute simbolo del Vibonese, con tanto di inchieste della magistratura ordinaria e condanne di quella contabile. Lo stesso imprenditore ha spiegato agli inquirenti di aver subappaltato una parte dei lavori ai Tripodi di Vibo Marina che si erano presentati più volte sui cantieri pretendendo di vedere impiegati i loro mezzi. Poi però un’interdittiva antimafia indirizzata a questi ultimi ha portato l’imprenditore a sciogliere il contratto. Dopodiché sono iniziati i furti «di ingente materiale edile» sui cantieri. E, intercettati, i Piscopisani parlavano in proposito di un’estorsione da centinaia di migliaia di euro di cui avrebbero dovuto ricevere la loro parte.

LE RAPINE Il 26 novembre 2010 due individui a volto coperto, di cui uno armato di pistola, aggrediscono un uomo che sta per entrare in una filiale della Banca Carime. L’uomo è lo zio del direttore di un supermercato di Vibo e, in quel momento, sta andando in banca a depositare la cassetta con l’incasso. I due malviventi lo gettano per terra e lo colpiscono con un calcio al volto strappandogli così il contenitore con dentro 24mila euro. Il 23 luglio 2015 Moscato confessa di aver ideato ed eseguito la rapina assieme ad altri due affiliati al clan di Piscopio. E non è certo l’unica. Il pentito parla infatti anche di una rapina commessa ai danni di una tabaccheria a Vibo Marina: «Mi servivano soldi. Non ce ne avevo. E chi voi u fai? Niente, tanto oggi è il giorno della chiusura del tabacchino, ‘ncuna cosa chistu l’ava… nci dissi… vaju e tornu». Così, col «giubbotto lungo della Belstaff», la 38 «che c’avevo a casa» e il casco integrale, la rapina è presto fatta. In un’altra tabaccheria di Vibo Marina le cose erano andate meno bene, perché la moglie del titolare aveva tentato di sfilare il passamontagna ad uno dei rapinatori avvicinatosi al bancone – Moscato ha raccontato di essere rimasto sulla porta pistola in pugno – e il marito, vedendola spintonata e gettata a terra, aveva reagito colpendo il malvivente e mettendolo in fuga. In quell’occasione erano riusciti a portare via solo 1000 euro, mentre un colpo ben più proficuo sarebbe stato messo a segno in un ingrosso di bibite da cui Moscato e un altro degli indagati, muniti di scooter e casco integrale, a detta del pentito avrebbero rubato un borsone con 60mila euro in contanti. Lasciando ovviamente terrorizzati i tre dipendenti che erano nel magazzino.

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