Locri (Rc): Pino Mammoliti scrive agli avvocati del Foro di Locri: “CHE NE SARA’ DI NOI?”

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Che ne sarà di noi!

Rivolgo queste mie brevi ed inevitabilmente sofferte riflessioni a tutti i colleghi, in particolare a quelli appartenenti al Foro di Locri per sollecitare qualche considerazione con conseguente determinazione al solo fine di (ri)trovare un poco di serenità durante l’espletamento del nostro lavoro quotidiano.

Non voglio assolutamente essere frainteso, in quello che, velocemente ed istintivamente, potrebbe essere qualificato come una sorta di status di “richiedente asilo nel vostro cuore”.

Non è questo il senso da dare alle mie parole.

RingraziandoVi comunque indistintamente tutti per la vicinanza dimostrata in questo tempo, quasi due anni, che non considero trascorso inutilmente, perché foriero di sensazioni, confronti dialettici e umani, oltre a dettagli di profonda umanità che sono valsi a farmi sentire un avvocato tra gli avvocati.

Il dispositivo di ieri, al netto delle pretese accusatorie e degli anni inflitti, proprio per quanto di profondamente “veicolato” tra di noi, è stato da me avvertito come un venticello di calunnia. Tutto ciò però non ci sottrae e non ci può sottrarre dalla urgente necessità di prendere atto dello stato dell’arte rispetto al nostro lavoro; soprattutto non ci consenta alcuna diserzione nella grande battaglia che vede tutti, nessuno escluso, coinvolti nel clima di delegittimazione azionato da alcuni propalatori di giustizialismo, che da Nord a Sud del nostro territorio forense colloca sullo stesso piano avvocati e clienti. Come se nella infernale sfida contro il comune nemico, l’antistato, gli avvocati fossero una specie di cavallo di Troia tra le mura del vivere civile e democratico.

Così non è mai stato, così non è, così non sarà!

E’ necessaria però una forte presa di coscienza, non da intendersi come azione di difesa della corporazione a prescindere, questa cultura non appartiene alla avvocatura più illuminata e meno isolazionista, ma come argine difensivo da opporre al continuo rischio cui si sottopongono diuturnamente gli avvocati che vivono nella nostra realtà tra timidezze, paura di osare e voglia di Giustizia.

Cari colleghi, superiamo l’incantesimo che lancia una menzogna sulla realtà e sveliamo l’incanto che rivela la bellezza imprigionata sulla realtà; non è possibile continuare a vivere e lavorare, sentendosi portatori sani di cultura mafiosa.

Per quanto mi riguarda il tempo, spero non lunghissimo, mi darà ragione.

Vi esorto a non rassegnarVi e non ammainare la bandiera dell’avvocatura, sappiate essere testimoni senza censure di valori ed ideali per i quali spesso si rischia la libertà e la vita.

Offro questa mia sofferenza per auspicare un confronto tra le diverse sensibilità appartenenti all’intero Foro locrese, consapevole che solo uno scatto di ritrovato orgoglio potrà evitare la condanna degli avvocati all’irrilevanza processuale e financo sociale, dando una nobile lezione di grandezza d’animo e solidarietà in un mondo, quello tribunalizio, e in un clima, simile a quello della colonna infame di manzoniana memoria, tutt’altro che disposti al civismo, all’autorevolezza ed altruismo.

Con affetto

Pino

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