“GUERRA” SFIORATA IN BELGIO TRA GRANDE ARACRI E ALBANESI

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I gruppi entrano in società per sfruttare il lavoro degli operai inviati a Bruxelles. Ma i dissidi sulle prestazioni svolte fanno salire la tensione. Italiani minacciati con un fucile e pronti a reagire a colpi di kalashinikov

È un altro segno di quanto il legame tra clan calabresi e albanesi sia stretto. Di quanto le sinergie criminali trovino spazio nel nord Europa. Tra Rotterdam, Anversa e Londra si coltivano i canali del narcotraffico (ve lo abbiamo raccontato qui). E non soltanto quelli. Altri patti, che parlano di sfruttamento del lavoro, vengono stretti sull’asse Cutro-Reggio Emilia-Bruxelles tra intermediari calabresi e albanesi. Si tratta, sintetizzano i magistrati della Dda di Bologna nell’inchiesta Grimilde, seguito ideale della maxi operazione Aemilia, di un’«opera di reclutamento» – da parte di esponenti del clan Grande Aracri – «di diverse persone, in stato di bisogno dovuto a una cronica difficoltà di trovare lavoro, da destinare a lavori edili in Belgio in evidenti condizioni di sfruttamento, rispetto a datori di lavoro albanesi».
I “caporali” calabresi, grazie a un “compare” da tempo residente a Bruxelles, si erano accordati per sfruttare un gruppo di disoccupati (in arrivo dall’Italia) alla ricerca di qualche euro da spedire alle famiglie. La richiesta di manodopera da parte degli albanesi avveniva, infatti, «con l’intesa che il corrispettivo sarebbe stato fissato a 13-14 euro per ogni ora lavorata, mentre agli operai reclutati sarebbe stata corrisposta una somma minore, pari a circa 8-10 euro, così che la differenza sarebbe stata trattenuta dagli intermediari come guadagno dell’affare».
Un gentlemen agreement senza gentiluomini, visto che qualche “piccola” incomprensione stava per innescare una guerra internazionale in campo neutro. Lo raccontano le intercettazioni inserite nei brogliacci dell’inchiesta: il 12 maggio 2017, i Grande Aracri capiscono che l’imprenditore albanese non ha «versato le somme per le ore di lavoro svolte dagli operai». Questo perché erano «insorti contrasti tra gli albanesi e gli operai italiani tanto che, a fronte di dissidi sia di natura economica che relativi alla scarsa preparazione dei muratori inviati» dal clan cutrese, gli albanesi avrebbero «prelevato un fucile mitragliatore» con il quale avrebbero minacciato due intermediari italiani della ‘ndrina. Uno dei due non la prende bene («’sto scemo di merda – dice – gliela prendo e gliela metto nel c… ma tu hai capito chi siamo?»), l’altro invita il sodalizio a cambiare partner per aumentare i margini di guadagno. Proposta accettata, ma resta da chiarire un aspetto: la liquidazione da chiedere agli albanesi. Dopo una lunga trattativa l’accordo viene raggiunto ma dall’Italia continuano i timori per il ritardo nei pagamenti. Timori che i “compari” in Belgio si propongono di smorzare proponendo soluzioni drastiche: «Non perdi niente… perdi i soldi! Che vado col kalashnikov dagli albanesi!». Con il passare dei giorni, i vecchi soci non si mostrano più concilianti; anzi, pensano («a causa del pessimo lavoro eseguito dai muratori italiani») di liquidare al clan «una somma di denaro decisamente più bassa rispetto a quella pattuita». È a quel punto che da Salvatore Grande Aracri arriva l’assenso «a comportarsi “al solito”, cioè mettendo in atto una spedizione punitiva ai danni dell’albanese». La tensione non deflagrerà in violenza: alla fine un accordo tra “gentiluomini” si trova sempre. A rimetterci, tanto, sono i lavoratori (è lo stesso Grande Aracri a dire «ma tu pensi che ‘sto gioco lo facciamo per far mangiare gli operai?»). Sfruttati, sottopagati e costretti a tacere per paura. (p.petrasso@corrierecal.it)

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