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UNA FILIALE DI ‘NDRANGHETA VESTITA DA HOLDING: DEPOSITATI I MOTIVI DELLA STORICA SENTENZA AEMILIA

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“Signor Presidente, a Reggio Emilia siete tutti, nessuno escluso, sotto uno stadio di assedio e assoggettamento ‘ndranghetistico che non ha eguali nella storia reggiana, nemmeno i terroristi erano arrivati a tanto”. A parlare è il pentito Antonio Valerio in una citazione emblematica che apre le 3200 pagine della sentenza, confezionata in tempi record per la giustizia italiana, relativa al processo Aemilia. Una sentenza storica, riguardante uno dei più grandi processi mai celebrati contro le mafie al Nord e conclusosi nell’ottobre scorso con 118 condanne per 1200 anni di carcere.
Quella che viene descritta è una filiale del locale di ‘ndrangheta di Cutro perfettamente integrata da decenni nel territorio emiliano e nel suo tessuto socio-economico; un’associazione vestita da holding imprenditoriale, mimetizzata in settori criminali lontani da quelli tradizionali e sorretta dal sodalizio con esponenti del posto apparentemente affidabili e puliti. Ma al di sotto di questa veste la locale emiliana ha sempre continuato a perpetrare la sua fama criminale secondo modalità tanto più temibili quanto meramente evocate “per imporre con la forza della prevaricazione le sue regole, i suoi obiettivi, la sua volontà”.
Seppur fortemente legata alla casa madre calabrese, dunque, la cosca di ‘ndrangheta emiliana si è dimostrata un’organizzazione perfettamente autonoma; proprio su questo concetto si sofferma la motivazione della sentenza in linea con il filone che ha già portato a 40 condanne definitive con il rito abbreviato. “L’imponente mole di prove raccolte nel corso del dibattimento – si legge – ha confermato l’insediamento sul territorio di Reggio Emilia e della sua provincia di una cosca di ‘ndrangheta di derivazione cutrese, sviluppatasi e diffusasi anche sul territorio delle province emiliane limitrofe e di quelle della bassa Lombardia, dotata di autonomia sul piano decisionale, organizzativo ed economico nonchè su quello operativo della esteriorizzazione del metodo mafioso”. Autonomia che però non ha impedito la collaborazione con la casa madre e con il suo capo, Nicolino Grande Aracri; collaborazione che si è tradotta in una “massimizzazione del reciproco conflitto”, in fedeltà e rispetto verso la cosca capofila e soprattutto in dovere di informazione e in ritorno economico per i cutresi.
Altro macro argomento in cui si articola la maxi-sentenza è poi la campagna politico-mediatica che ha sostenuto per anni la tesi della “discriminazione e dell’isolamento dei cutresi migrati nella provincia reggiana”; strategia cui erano sottese azioni per condizionare, addirittura imbavagliare gli organi di informazione ritenuti ostili. L’obiettivo, controllare l’informazione per nascondere dietro l’immagine pulita della comunità calabrese emigrata il radicamento della criminalità organizzata e impedire che venissero divulgate notizie nocive al sodalizio. Il tutto anche a costo di “colpire i singoli giornalisti con azioni intimidatorie”.

FRANCESCA CLEMENO|redazione@telemia.it

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