FRANCO BLEFARI, UNA VITA PER LA POESIA

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Abbiamo titolato che quella di Franco Blefari è stata ed è una vita per la poesia non perché nel corso degli anni egli abbia fatto solo versi, anzi ha svolto diversi lavori, in Italia e all’estero, ma per il motivo che la Musa dialettale con “Saia e mbustu”, come scrive Mario Careri, s’è impossessata di lui sin da giovanissimo e non l’ha abbandonato mai e ancora lo possiede. È uno dei poeti dialettali più prolifici: molte sue raccolte sono state già pubblicate ma altrettante giacciono nei cassetti in attesa di vedere la luce. Non sono tempi facili per la poesia dialettale da quando il popolo non ha più una propria lingua, ossia una propria anima. La crisi del dialetto fa tutt’uno con la crisi della civiltà contadina avvertita già negli anni trenta da Corrado Alvaro il quale, a proposito scrive “è tutto un mondo che scompare e su di esso non c’è da piangere ma solo trarne memorie, per chi ci è nato”. Ebbene, Franco Blefari in quel mondo ci è nato e cresciuto assimilandone temi e movenze, ossia la stessa anima; la Musa paesana poi gli ha consentito di cantarlo. Sulla crisi della civiltà contadina era intervenuto anche Pasolini deprecando l’abbandono dei dialetti nel mondo moderno. Ma perché i dialetti nella società industriale e televisiva vengono abbandonati anche come lingua d’uso e di scambio? Sembra che a un certo punto dell’evoluzione storica, l’uomo ancora immerso nella civiltà contadina, si sia vergognato del proprio mondo e del proprio passato e abbia ripudiato anche la lingua usata da quel mondo. È venuta fuori una nuova lingua: un italiano sgrammaticato, neutro, condizionato dalla televisione. Pasolini si schiera appunto contro questa lingua artificiale, non legata alla realtà viva del quotidiano. Alle cose vere e palpitanti, insomma una lingua senz’anima. Auspica un ritorno alla cultura contadina e ai dialetti che nella loro freschezza e immediatezza espressiva caratterizzavano quel mondo, pur cosciente dell’impossibilità di tale processo. I dialetti restino almeno il linguaggio della poesia, dato che non si può tornare indietro. Abbiamo proibito ai nostri figli di usare il dialetto per la paura inconscia che l’uso del dialetto facesse precipitare i ragazzi in un mondo difficile da cui ci eravamo finalmente liberati. Blefari, cantando il passato, non intende fare un’operazione culturale retrograda, spostando indietro le lancette della storia. Applica quello che Corrado Alvaro ha auspicato: trarre tutte le memorie possibili dalla civiltà contadina. Certo Blefari non è l’unico cantore del mondo contadino: tanti altri poeti hanno prodotto versi ammirabili su quel mondo, ma nessuno come lui è riuscito a conservare tutte le memorie possibili della civiltà contadina, filtrandola del negativo, facendola diventare dolce nella memoria. L’ultimo suo lavoro “Luci della memoria” ne è testimonianza. La grande poesia non nasce dalla fruizione delle cose, dei beni, della bellezza, ma dal ricordo. Le liriche più belle del Petrarca non sono quelle in vita di Madonna Laura, bensì quelle scritte dopo la morte della donna amata. Per i cambiamenti sociali, politici, economici, prodotti dalla storia, è cambiata notevolmente anche la lingua e oggi il dialetto è quasi una lingua straniera e i giovani non sanno né parlarlo né leggerlo. Quello di Blefari è il dialetto dei nostri padri perché il mondo che rappresenta è il mondo della civiltà contadina. Certo è riduttivo considerare Blefari un cantore del passato; egli si rivela attento al mondo di oggi e alle sue contraddizioni. È uno dei pochi poeti dialettali che padroneggia il dialetto. Oggi tanti giovani poeti dialettali si esprimono in una lingua contaminata dalla televisione che manca di freschezza. In Blefari il dialetto è la lingua delle cose, degli odori, dei colori, dei suoni, delle emozioni, delle speranze d’un popolo sottomesso e abbrutito dalla miseria e dal bisogno ma che tuttavia è dotato di spirito altruistico e solidale e trova anche il tempo per distrarsi e divertirsi, specialmente in occasione delle feste liturgiche o comunque legate alla tradizione. Ho scritto in un mio saggio sulla civiltà contadina che questa assomiglia a un Giano Bifronte: da un lato il mondo in cui gli uomini lavorano come le formiche per la sopravvivenza, senza sosta dall’alba al tramonto, a volte scalzi ed esposti al solleone e alle intemperie invernali. È un mondo chiuso dove si consuma quel poco che si produce in loco dalla nascita alla morte, nel quale i pochi privilegiati, che sono in possesso della la ricchezza, spadroneggiano. Sembra un mondo stabile, immodificabile, ma poi crolla perché, come ha detto il vecchio saggio di Efeso “Tutto scorre”. L’uomo, oggi, ha a sua disposizione più beni di consumo, ma non è più felice, anzi si sente più solo, più triste, come se avesse perduto l’anima. L’uomo di oggi assomiglia allo Straniero di Elea, di cui ci parla Platone nel Sofista; ha smarrito la strada. Ebbene, Franco Blefari ci aiuta a trovarla, non con un balzo all’indietro, ma con un ritorno nella nostra anima, nel nostro io autentico, dove i valori del passato sono depositati. La lettura del libro è fonte di piacere e alimenta il nostro spirito come l’ascolto d’un notturno di Chopin.

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