GALILEO VIOLINI: I DECRETI SICUREZZA: REVISIONE O ABROGAZIONE?

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Si è registrato un ampio consenso da parte dei partiti di governo sulla necessità di “rivedere” i decreti sicurezza. Lungi dall’essere rassicurante, questa prospettiva fa temere che questo loro impegno possa condurre a qualcosa di simile a ciò che accadde con le leggi razziali. Dopo l’8 settembre l’inizio del loro smantellamento richiese quasi quattro mesi, anche se ne era cessata di fatto l’applicazione già prima, permettendo, per esempio, la presenza di Guido Jung nella compagine governativa e la loro eliminazione completa richiese parecchi anni, principalmente perché non se ne considerarono urgenti e rilevanti tutti i loro aspetti.

È da sperare che l’analogia tra decreti sicurezza e le leggi razziali, sottolineata persino da studenti di un Istituto Tecnico Industriale , non trovi conferma anche nei tempi della loro necessaria abrogazione.

Infatti è preoccupante che la necessità di abrogazione sia di solito affermata limitatamente a quelle disposizioni dei decreti che furono oggetto delle osservazioni del Presidente Mattarella quando li firmò. Si sottovaluta in tal modo qualcosa che dovrebbe essere ovvio, e cioè che, avendo deciso il Presidente di firmare i decreti, le sue osservazioni, in coerenza con tale decisione, non potevano che limitarsi alle criticità macroscopiche e queste si presentavano soprattutto per quanto riguardava il tema dell’immigrazione, in particolare nel Decreto Legge 53 del 14 giugno 2019, tema inoltre sul quale il Presidente è tornato più volte nel seguito. Per quanto riguarda il Decreto Legge 113 del 4 ottobre 2018, è da ricordare che in occasione della firma il Presidente ha sottolineato la preminenza, rispetto allo stesso testo del decreto, della Costituzione sia in generale che riferendosi specificamente all’art.10.

Il cambiamento della maggioranza di governo dovrebbe permettere una riflessione sui molti aspetti che ledono diritti riconosciuti dalla lettera e dallo spirito della Costituzione. Interessanti e utili al riguardo sono le 28 pagine che l’Associazione Studi giuridici sull’immigrazione (ASGI) ha dedicato all’analisi delle “manifeste illegittimità costituzionali” del Decreto Legge 113 che pongono in evidenza che le criticità costituzionali di quel decreto sono molto più ampie. Tuttavia anche quelle osservazioni, nelle due pagine dedicate al tema della cittadinanza, si limitano a considerare quanto attiene alla possibilità di revoca e, pur essendo l’analisi così dettagliata, pare trascurato un aspetto “secondario”, anche se non totalmente ignorato dal dibattito in corso, e cioè il riferimento alla procedura di acquisizione della cittadinanza italiana. Su questo tema è pregevole l’analisi di Ainis in un articolo apparso pochi giorni fa su La Repubblica.

Appare così  un’altra analogia con la legislazione del 1938. Non fu certo la cittadinanza il tema che maggiormente si ricorda quando si parla delle leggi razziali, eppure esso fu oggetto di due articoli (23 e 24) della Legge del 15 novembre, che sancirono la revoca della cittadinanza agli ebrei stranieri che la avevano acquisita posteriormente al 1 gennaio 1919, sia pure prevedendo due eccezioni, una essendo l’età del cittadino e l’altra il caso di chi avesse contratto matrimoni con un cittadino italiano.

Il Decreto 113 prevede in alcuni casi la possibilità di revoca della cittadinanza, ma solamente per chi non la possegga per nascita, introducendo così una curiosa distinzione tra cittadini italiani per jus sanguinis e cittadini italiani ad altro titolo, il che è stato posto in rilievo sia dal documento dell’ASGI che nell’articolo di Ainis.

Come è stato ricordato al Senato in un intervento al dibattito del 20 agosto sulle dichiarazioni del Presidente  del Consiglio, il decreto rende più lenta l’acquisizione della cittadinanza, aumenta la discrezionalità della decisione del Ministero dell’Interno, e, soprattutto, introduce un elemento, apparentemente logico e anodino, che rende più difficile ottenerla, la richiesta, in virtù di un uso improprio di uno Jus culturae, della conoscenza a livello B1 della lingua italiana.

Tale esigenza può far sorridere quando si ricordino i risultati delle prove INVALSI di italiano pubblicati nel luglio scorso, secondo cui un 30% degli studenti di scuola media non comprende un testo di italiano, ma il sorriso non può impedire la costatazione dell’irragionevolezza di usare la buona conoscenza della lingua come criterio necessario per concedere la cittadinanza.

Il vero quesito che richiede risposta per definire con che criterio concedere la cittadinanza è quale sia l’interesse dello Stato di fronte alla richiesta di cittadinanza di un cittadino straniero e quale la finalità pubblica che si persegue con l’eventuale accettazione. È questa l’integrazione o l’assimilazione?

Non è un nuovo problema e anch’esso è intrecciato alla storia ebraica. Oltre 2000 anni fa la non assimilabilità fu alla radice del decreto di Serse I ricordato nella storia di Ester, e il problema dell’assimilazione si riscontra, in un contesto di antisemitismo viscerale, nella voce “Ebrei” del Dizionario filosofico di Voltaire, e in forma diversa nella posizione di Croce.

Purtuttavia, soprattutto in presenza di ampi fenomeni migratori, non dovrebbe esservi dubbio che l’interesse pubblico è promuovere un’armonica integrazione delle diverse comunità presenti nel territorio, criterio seguito da praticamente tutti gli stati americani, senza la pretesa estremista dell’assimilazione.

L’articolo di Ainis è al riguardo esemplare, sottolineando la necessità di introdurre lo jus soli nella nostra legislazione. In tale articolo Ainis spezza anche una lancia in favore dello jus culturae, attribuendogli un valore da considerare ai fini dell’integrazione, ma anche ad un lettore superficiale dovrebbe apparire chiaramente che questo argomento è usato in senso positivo e non certo come strumento restrittivo della concessione.

Al di là delle considerazioni, per altro non marginali, riguardo il primato del fine dell’integrazione su quello dell’assimilazione, dovrebbero essere dirimenti quelle basate sul testo e lo spirito della nostra Costituzione.

Innanzi tutto un supposto primato della lingua italiana non è affermato in Essa. L’assenza di un’indicazione dell’essere l’italiano lingua ufficiale della Repubblica è coerente con le formulazioni esplicite di due articoli.

L’art. 3 afferma la pari dignità sociale dei cittadini senza distinzione di lingua. “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. E, attraverso l’art. 6, “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”.

Questa tutela si è concretizzata in una legge, la Legge 482 del 1999, che, contestualmente alla tutela di dodici lingue riconosciute, contempera la norma con l’affermazione del carattere ufficiale della lingua italiana. Tuttavia le modalità di tutela delle minoranze linguistiche fanno riferimento esplicito a una loro localizzazione, il che parrebbe limitare il diritto tutelato dall’art.16.

In realtà, con una piccola digressione, sarebbe forse da porsi il problema se l’esplicita menzione delle minoranze linguistiche tutelate tenga conto della realtà attuale del Paese. Rispetto al 1999 si è registrata una notevole variazione della composizione della popolazione e questo nel regime di pre-obbligatorietà della conoscenza dell’italiano ha molto probabilmente generato altre comunità, sia pure non localizzate, di cittadini italiani la cui lingua madre non è l’italiano, il che in virtù dell’uguaglianza di cui all’art.3 e del diritto tutelato dall’art. 21 dovrebbe forse suggerire una revisione della filosofia semi-monolinguista alla base della Legge 482.

Questo argomento acquista ulteriore vigore quando si considerino i diritti degli italiani al’estero, che ancora più spesso non hanno l’italiano come prima lingua.

 

Queste osservazioni permettono di porre in dubbio che, anche da questo punto di vista, la nuova legislazione sia rispettosa dei diritti costituzionali di chi desideri acquisire la cittadinanza italiana.

 

Esiste poi un sottoinsieme di aspiranti cittadini per i quali appaiono ulteriori violazioni di diritti costituzionali, oltre eventualmente quelli giuridici che dovrebbero essere tutelati dallo spirito se non dalla lettera della Legge 482. È il caso di chi richieda la cittadinanza per matrimonio.

 

Nel 1992 si è passati, in attuazione di principi costituzionali, dall’automatismo previsto allora per il caso della moglie, alla richiesta di espressione di volontà da parte del coniuge straniero, e in quella circostanza si ebbero le prime restrizioni (attraverso la condizione sul tempo trascorso dalla data del matrimonio).  Tali restrizioni però avevano un carattere oggettivo e indipendente dalla persona, facendo riferimento unicamente alla qualità del vincolo e con l’ovvia finalità di contrastare matrimoni di comodo.

 

La nuova normativa, introducendo un criterio di qualità della persona, attenta, sia pure indirettamente, a principi e valori costituzionalmente garantiti dall’art. 29, in quanto la parità dei coniugi, se non tutelata dal diritto alla cittadinanza, genera una disparità relazionale con figli che per jus sanguinis sono italiani e quindi la normativa non pare favorire la garanzia dell’unità familiare. Naturalmente, nel caso in cui il coniuge italiano appartenga a una delle minoranze linguistiche tutelate l’argomento è ancora più cogente.

 

Nel caso di famiglie di nazionalità mista si potrebbero menzionare anche altri problemi, quali quelli legati all’acquisizione della cittadinanza da parte dei figli minorenni del coniuge non italiano, che, per quell’allungamento dei tempi cui si faceva riferimento dianzi, attentano anch’essi, sia pure indirettamente, all’unità familiare.

 

Questi problemi difficilmente saranno oggetto della “revisione” di cui si parla e potranno richiedere quindi anni per essere risolti, giacché il mito del monolinguismo è radicato e si alimenta dei pregiudizi nazionalistici che innegabilmente esistono. L’unica soluzione ragionevole è perciò abrogare il Decreto 113, anche se essa è insufficiente, in quanto come ha scritto Ainis pare altresì necessario abbandonare il mito dello jus sanguinis come criterio preminente per il possesso della cittadinanza italiana.

Ovviamente altri argomenti anche di maggio rilevanza impongono che anche il decreto 53 sia abrogato, ma su questo aspetto il consenso pare più facile da conseguire.

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