IL CALABRESE DEL RUSSIAGATE: «MA QUALI MAZZETTE… SONO COMMISSIONI»

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Bruno Giancotti è stato tirato in ballo nei dialoghi intercettati al Metropol sui presunti fondi alla Lega. «Una strana coincidenza. A questa trattativa non ho mai partecipato». Ammette che il malaffare «lo hanno fatto tutti qua», ma spiega che lui si occupa di «mediazioni» per contratti d’affari

Gianluca Savoini, uomo vicino a Matteo Salvini e portavoce dell’associazione Lombardia-Russia, «di economia non capisce un cazzo». E anche degli altri due italiani al centro dello scandalo, l’avvocato Gianluca Meranda e il mediatore finanziario Francesco Vannucci, non parla in termini lusinghieri. Bruno Giancotti, originario di Serra San Bruno, vive in Russia da quando c’era ancora l’Urss e, dopo 33 anni di permanenza a Mosca, ora il suo nome è divenuto noto anche in Italia. “Gianco” lo chiamano alcuni amici moscoviti e proprio a questo diminutivo fanno riferimento anche i protagonisti dell’ormai famigerato incontro dell’hotel Metropol a Mosca sulla trattativa per la compravendita di 3 milioni di tonnellate di gasolio finita al centro dello scandalo sui presunti fondi russi alla Lega. «Anche “Gianco” ha detto che il 4% è abbastanza per loro, non ci saranno problemi», dicevano tra loro i russi del Metropol. Ma si tratta di «una strana coincidenza», dice Giancotti intervistato da un inviato di Piazza Pulita (qui e qui i video), «quello non è il mio nome». Anche se poi aggiunge: «Alcuni amici mi chiamano “Gianco”», ma alla trattativa dello scandalo Russiagate dice di non aver mai partecipato: «Anzi, mi è andata pure bene. Perché generalmente ero io che facevo le trattative, ma quelle reali, quelle legali, non le trattative per finanziare la Lega».
Poi il discorso con l’inviato di La 7 verte su Konstantin Malofeev, uno degli oligarchi vicini a Putin, che Giancotti conosce da molti anni. «Pur avendo questi fondi di investimento miliardari lui non si occupa di affari – dice il calabrese – ha i suoi manager…». E il dialogo, anche se l’intervistato non sembra consapevole di essere ripreso, scivola sulle «robette» e sul «malaffare» che «tutti qua hanno fatto…». «Anche tu?», chiede il giornalista a Giancotti, che risponde: «Certo. Ma non è possibile… Malaffare in che senso… aspetta… qualcuno mi ha definito specialista delle mazzette in Russia. Ma che intendete dire per mazzette? Io mi faccio il culo per trovare il cliente, è giusto che abbia la mia commissione sul contratto. Il russo che da parte sua mi favorisce il contratto vuole pure lui la sua commissione». E ancora: «Noi portiamo soldi allo Stato italiano e facciamo lavorare le aziende italiane… milioni e milioni di euro. Ma quali mazzette? Io le chiamo commissioni di mediazione».
Nella seconda parte dell’inchiesta l’inviato prova a parlare con Alexander Dugin, considerato il vero ideologo del sovranismo russo, che accetta l’intervista, ma «le regole – racconta il giornalista – le stabilisce, guarda un po’, sempre Bruno Giancotti». Che raccomanda: niente domande su Savoini e sul Russiagate, sennò «Dugin ha detto che si alza e se ne va». E così in effetti accade.

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