Oops! It appears that you have disabled your Javascript. In order for you to see this page as it is meant to appear, we ask that you please re-enable your Javascript!

«LA ‘NDRANGHETA HA UCCISO MIO PADRE MA RESTO IN CALABRIA PER RISCATTARE LA MIA TERRA»

475

Quando suo padre Antonino Fava fu ammazzato la notte del 18 gennaio 1994, Ivana aveva 8 anni. La stessa età che ha oggi sua figlia. Era notte fonda quando il citofono di casa iniziò a suonare all’impazzata e il suo sonno di bambina fu bruscamente interrotto. Ma non capì subito cosa era accaduto: «Con mio fratello ci svegliammo – ricorda oggi a distanza di 25 anni – mia madre venne a chiudere la porta della nostra stanza e noi ci riaddormentammo». Solo la mattina seguente iniziò a comprendere che era successo qualcosa di orrendo. Qualcosa che avrebbe poi distrutto – e al contempo plasmato – la sua vita di donna e di madre. Il mostro si era palesato: la ‘ndrangheta, negli anni in cui si era data l’obiettivo di “ammazzare” lo Stato, aveva trivellato di colpi un militare dell’Arma che era in servizio con il collega Vincenzo Garofalo. E lo aveva fatto per mano di due ragazzini. Il padre di Ivana – due grandi occhi neri e profondi – era “colpevole” solo di indossare la divisa dei carabinieri. «La mattina dopo l’omicidio mia madre non era in casa e per alcuni giorni, con mio fratello, andammo a casa della zia, solo dopo ci dissero che mio padre non c’era più ma ci diedero una versione quasi fiabesca di ciò che era accaduto».
Con il passare degli anni, crescendo, Ivana ha scoperto la realtà, il significato della parola ‘ndrangheta e ciò che rappresenta nel panorama collettivo la dicitura “criminalità organizzata”. Sarebbe potuta “fuggire”, lasciare la Calabria. Del resto, nessuno le avrebbe mai potuto criticare la scelta di allontanarsi da un dolore che mai passerà. Ma lei ha deciso di restare e di indossare anche gli abiti che un tempo furono del padre.

Dall’aprile del 2018 è entrata nell’Arma con il grado di sottotenente in forza alla Scuola allievi carabinieri di Reggio Calabria. «Fin da piccola sognavo di intraprendere un giorno la strada di mio papà – racconta la Fava – che mi diceva che esistono tanti altri modi per essere di aiuto agli altri». Poi l’omicidio. «A poco a poco, con il passare degli anni, ho preso consapevolezza di ciò che era accaduto, ho fatto i conti con la realtà e nella mia testa si sono rincorsi sempre gli stessi termini: “agguato”, “conflitto a fuoco”, “criminalità organizzata”, ho passato la mia adolescenza a cercare di capire, mi sono laureata (prima in Scienze politiche a indirizzo Relazioni internazionali e poi in Scienze economiche) e ho deciso di restare perché se è vero che la ‘ndrangheta ha ammazzato mio padre è vero che questa è la mia terra». Entrare nell’Arma, però, non è stato semplice: «Prima perché le donne non c’erano e poi perché erano in vigore determinati limiti come quello dell’altezza. Soltanto dopo l’abolizione, ho potuto realizzare quello che, di fatto, era diventato un sogno. Pur lavorando per il ministero della Difesa restava in me un senso di incompletezza». Che ora si è dissolto. Come quando le nubi si diradano e torna a splendere il sole.
Suo padre è sempre con lei, tra i ricordi, nel centro esatto del cuore. E aspetta giustizia, confidando nel processo “Ndrangheta stragista” che, anche grazie all’impegno investigativo del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, ha portato alla sbarra i presunti mandanti dell’omicidio dei carabinieri del Nucleo radiomobile di Palmi. «Ho preso parte a diverse udienze e mi sono imbattuta in uno degli uomini considerati responsabili della morte di mio padre. Ho ascoltato le sue parole, ho toccato con mano l’esistenza di chi, con brutale prepotenza, si erge a divinità e questo non è possibile da sopportare. Non solo per me ma per tutte le vittime di mafia e per il Paese intero».

Da Reggio Calabria guarda la sua terra, bella e devastata al contempo. Attraversata su un lato da una lunga ferrovia che separa fisicamente – ma anche idealmente – la meraviglia della costa tirrenica calabrese dall’entroterra. Lo splendore dalle ombre. Punta gli occhi sui passi avanti che, pur tra mille difficoltà, questo territorio ha fatto «con i ragazzi di oggi che crescono consapevoli di ciò che è stato prima e per questo decisi a cambiare le cose». Un piccolo spiraglio in un mondo, tuttavia, ancora da ricostruire. «La ‘ndrangheta oggi è molto diversa dagli anni in cui mio padre ha perso la vita. E’ molto più subdola, con una capacità di infiltrazione tanto elevata da spingere sempre più a fondo le potenzialità di questa Regione meravigliosa e dannata perché, proprio per la ‘ndrangheta, non riesce a mettere a sistema le sue ricchezze naturali. Questa è una terra ancora intrisa di omertà con un’economia sociale e territoriale quasi azzerata perché c’è ancora chi crede e riesce a comandare e chi resta in silenzio; fatta esclusione di quegli amministratori e imprenditori che, per aver detto “no” e per aver alzato la testa, vivono magari sotto scorta».

(ilmessaggero.it)

Facebook Comments



Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.