«IL LATITANTE MATACENA PUNTAVA A RIFUGIARSI IN LIBANO»

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«L’arresto a Dubai un incidente Il piano prevedeva Beirut grazie a Speziali e Gemayel »

«L’incidente di Dubai». È diretto il procuratore aggiunto della Dda di Reggio, Giuseppe Lombardo, che ieri all’aula bunker ha iniziato la requisitoria del processo “Breakfast”, nel ribadire il progetto di far rifugiare Amedeo Matacena in Libano. A Beirut. Un’idea della rete a sostegno dell’armatore ed ex deputato, condannato dalla Corte di Cassazione a tre anni di galera per concorso esterno in associazione mafiosa, pianificata in anticipo, e puntava «a trasferire Matacena dalle Seychelles, dove era stato e aveva trasferito i soldi per finanziare la latitanza, e gli era scaduto il permesso di soggiorno, fino Beirut, passando dalla tappa intermedia di Abu Dhabi».

Un piano a cui hanno cooperato, secondo la ricostruzione investigativa, la moglie (ormai ex) Chiara Rizzo, l’attuale sindaco di Imperia, Claudio Scajola, fino al maggio 2014 tra i vertici di Forza Italia con un passato anche da ministro dell’Interno e delle Attività produttive; Martino Politi e Mariagrazia Fiordelisi, il primo storico collaboratore di fiducia della famiglia Matacena e la seconda segretaria dei coniugi Matacena-Rizzo.

Una tesi forte che il Pm Lombardo ricostruisce snocciolando decine di intercettazioni, intermezzati dai riscontri (anche fotografici) di appostamenti e pedinamenti: «Perchè Scajola e Rizzo si incontrano per parlare di un latitante per mafia, e parlano su cosa fare per evitare a Matacena di scontare una condanna definitiva per mafia». Ammettendo una dose di fortuna: «Ciò che hanno fatto non lo devo dire io, ci sono decine di progressivi che ci forniscono ciò che serve, come quando Chiara Rizzo si sfoga con Cecilia Fanfani dicendole che “gli avvocati lo hanno mollato, non era vero niente che lì poteva andare”».

E mentre i quattro imputati (con ruoli diversi) «sono strumenti indispensabili di un articolato disegno criminoso a favore del latitante Matacena», il procuratore Lombardo rimarca le responsabilità di Claudio Scajola «un uomo di Stato, che ha avuto responsabilità istituzionali altissime, come ha potuto immaginare di favorire un soggetto che pacificamente sapeva essere un latitante per reati di mafia», fino a chiosare che «Scajola non voleva aiutare la Rizzo ma proprio Matacena, un latitante per mafia».

Un progetto che per l’Accusa vede coinvolte tante persone. A partire da Vincenzo Speziali, l’uomo d’affari calabrese che vive da anni a Beirut: «È il canale che Scajola apre, con Gemayel, per risolvere il problema emerso a Dubai. Anche se l’ex presidente del Libano non è venuto in Tribunale a darci la sua versione, abbiamo comunque la prova di un soggetto che ha operato per conto di Speziali che ha patteggiato la pena per il reato contestato a tutti gli altri imputati. Una sentenza definitiva che non è una confessione, ma poco ci manca».

Non ci sta affatto Claudio Scajola di fronte alla prima fase di requisitoria (e in Aula gli scappa un “falso” che gli costerà un richiamo della presidente del Tribunale, Natina Pratticò): «Credo che in cuor suo nemmeno il dottor Lombardo possa credere all’assurdità dell’impianto accusatorio, confuso e pasticciato. In questi cinque anni di processo sono state messe in piedi contro di me ipotesi che non tengono minimamente in conto quanto é emerso dal dibattimento, che ha più volte contraddetto le convinzioni dell’accusa».

(fonte gazzetta del sud)

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