4 Dicembre 2020

La Corte d’Assise ha accolto l’istanza del procuratore aggiunto Lombardo di acquisire le dichiarazioni fatte dall’ex pentito nell’interrogatorio del 7 maggio 2014 e la missiva del giorno successivo

Niente da fare per Giuseppe Calabrò. L’ex pentito, che nel corso delle ultime due udienze ha fatto di tutto per tentare di convincere l’aula dell’autenticità della sua ritrattazione, ha fallito su tutta la linea. La Corte non ha creduto neanche per un secondo che in passato abbia accusato «solo per gioco» lo zio Rocco Filippone di essere il mandante di una strategia stragista mirata a colpire i carabinieri. Al contrario, al pari della Dda, sono convinti che in quell’occasione abbia detto la verità. Per questo, la presidente della Corte d’assise, Ornella Pastore, ha accolto la richiesta del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, che al termine dell’ultima udienza ha chiesto di acquisire e rendere utilizzabili le dichiarazioni fatte dall’ex pentito nell’interrogatorio del 7 maggio 2014 e la missiva del giorno successivo. Un’istanza che Lombardo ha avanzato perché «il dichiarato formatosi nelle udienze del 19 e di oggi è chiaramente falso perché influenzato dalla condotta chiaramente intimidatoria della madre».
LE MINACCE DI MARINA E I GOFFI TENTATIVI DI CALABRO’ Per quelle minacce, Marina Filippone – sorella del boss di Melicucco Rocco Filippone, insieme a Giuseppe Graviano imputato come mandante degli attentati ai carabinieri fra il 93 e il 94 – è formalmente indagata. Per i magistrati, è stata lei a obbligare il figlio a tacere nel corso degli innumerevoli colloqui in carcere dal maggio 2014 al gennaio 2015. «Marina – riassume Lombardo –  dice al figlio “devi tornare tutto indietro, devi farti tutto il carcere e non parlare mai. Fedeltà, fedeltà, fedeltà e bocca chiusa e non sbagli mai” gli dice. Il sentimento di madre retrocede di fronte alla comune fedeltà al clan». E il figlio esegue non perché – spiega il procuratore – abbia paura della madre, ma perché è terrorizzato dal contesto di ‘ndrangheta di cui la madre è espressione e in cui la famiglia è inserita. O meglio, Calabrò ci prova ad eseguire. Ma le sue dichiarazioni in aula sono troppo false per essere credibili, troppo poco plausibili le argomentazioni da lui usate per giustificare la repentina marcia indietro sulle accuse allo zio Rocco Filippone. Per Calabrò è stata disposta la trasmissione degli atti alla procura per falsa testimonianza.
UN QUADRO CHE SI CONFERMA Agli atti del processo finiscono invece oltre settanta pagine di verbale di interrogatorio, durante il quale l’ex pentito ha confermato come tra il ’93 e il ’94 gli sia stato ordinato di colpire i carabinieri con sempre maggiore ferocia. Dichiarazioni in linea con quelle di Consolato Villani, che insieme a lui ha firmato i tre attentati, ma soprattutto compatibili con il quadro che le indagini hanno disegnato e il dibattimento sta confermando. Per i magistrati, anche gli attentati di Reggio Calabria sono da inscrivere nella generale strategia della tensione avviata da mafie, settori dei servizi, della massoneria e dell’eversione nera per mantenere il potere costruito anche nel mutato quadro politico e imporre i propri interlocutori politici. Uno scenario che – udienza dopo udienza – diventa sempre più chiaro

Facebook Comments
CHIUDI
CHIUDI
Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.