IL CASO DELL’AVVOCATO CARLO MARIA ROMEO FINISCE SU “IL DUBBIO”. “MIO FRATELLO IN CARCERE COME UN BOSS. MA È SOLTANTO UN PENALISTA”

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La denuncia del fratello, suo legale: «la procura ha inviato gli atti al tdl con sensibile ritardo rispetto ad altri. Per il giudice potrebbe reiterare il reato per via della sua professione. Ma dopo l’arresto si è subito autosospeso»

 

Da gennaio scorso si trova in carcere, con l’accusa di concorso esterno. E nonostante gli altri soggetti indagati per lo stesso reato siano stati già rimessi in libertà, per l’avvocato Carlo Maria Romeo, 61enne di origini calabresi, le cose sono andate diversamente. A denunciare la situazione è il fratello del legale, Oreste Romeo, anche lui avvocato e difensore del professionista oggi in carcere a Bologna. Secondo cui, «l’uso sovrabbondante, disinvolto ed indiscriminato della custodia in carcere» sembrerebbe trovare un’aggravante nella «professione esercitata» e nella «provenienza geografica: sembra quasi che l’essere ‘ calabresi’ sia anche una condizione in grado di trasformare in portatori di chissà quale virus patogeno sul territorio nazionale» .

La vicenda ha a che fare con l’operazione antimafia “Geenna”, che ha scoperchiato una presunta cellula ‘ ndranghetista operante in Valle d’Aosta. In carcere, dal 23 gennaio scorso, ci sono presunti boss e affiliati e, assieme a loro, Romeo, accusato per vicende risalenti al 2011 e al 2016, rispetto alle quali si è sempre dichiarato estraneo. «Ma dalle accuse si difenderà in tribunale», afferma convinto Oreste Romeo. Che, invece, contesta la custodia cautelare in carcere, inspiegabile, a suo dire, soprattutto alla luce dell’iter che ha portato i coindagati ad ottenere i domiciliari.

L’avvocato si è visto rigettare, infatti, tutte le richieste di scarcerazione presentate: secondo il giudice, pur non essendoci rischio di inquinamento probatorio, essendo le indagini già chiuse da un pezzo, rimane attuale la possibilità che Romeo reiteri il reato, per via dei suoi rapporti personali con altri indagati. Ovvero rapporti professionali, essendo difensore di tre persone attualmente in carcere, due, addirittura, reclusi per condanne definitive relative ad altre vicende giudiziarie. Un pericolo che per il giudice sussisterebbe nonostante Romeo, dopo l’arresto, si sia subito autosospeso dall’ordine degli avvocati.

La stranezza più vistosa, spiega oggi Oreste Romeo, sta però nella disparità di trattamento riservata al fratello rispetto a Marco Sorbara, consigliere regionale valdostano, anche lui accusato di concorso esterno. I due sono infatti finiti in carcere lo stesso giorno e lo stesso giorno – il 27 maggio – si sono visti rigettare dalla Cassazione il ricorso contro l’ordinanza del tribunale del Riesame di Torino.

E in questo iter parallelo, il 22 luglio si sono visti rigettare dal gip un’ulteriore istanza di modifica della misura in corso di esecuzione, nonostante, per Sorbara, il pm avesse anche dato parere favorevole alla sostituzione della custodia in carcere con quella ai domiciliari. Entrambi hanno dunque proposto appello, rinunciando alla sospensione feriale dei termini, dal primo al 31 agosto, con lo scopo di ottenere la fissazione dell’udienza il prima possibile. E qui, dunque, le strade fino a quel momento identiche dei due indagati si dividono.

«Nei fatti è accaduto qualcosa di cui ancora non ci si riesce a spiegare la ragione – spiega Oreste Romeo, interpellato dal Dubbio -. La Procura ha sollecitamente inviato al TdL gli atti riguardanti la sola posizione di Sorbara, per il quale sarebbe stata fissata udienza camerale il 21 agosto ed il 24 agosto egli avrebbe potuto lasciare il carcere, essendogli stati concessi gli arresti domiciliari. Nonostante fosse indagato nello stesso procedimento di Sorbara, per Romeo la Procura ha invece inviato gli atti al TdL con sensibile ritardo rispetto al coindagato, fatto di per sé solo anomalo e grave, anche tenuto conto del fatto che i pm procedenti, nella data del 14 agosto 2019, hanno firmato l’avviso di chiusura delle indagini preliminari, il cui termine, peraltro, era abbondantemente scaduto quasi diciotto mesi prima, ossia il 24 febbraio 2018».

L’udienza per la discussione dell’appello di Romeo è stata fissata il 18 ottobre e la comunicazione ai suoi difensori è arrivata solo il 5, tredici giorni prima. «Dunque – si chiede il suo difensore – può escludersi che la posizione dell’avvocato Romeo sia stata sottratta a quella del giudice naturale precostituito per legge per effetto del ritardo del pm nell’invio degli atti al tribunale della libertà? Perché la Procura ha operato un distinguo tra i due indagati nell’invio degli atti al tdl?». Domande, per il momento, senza risposta. Ma rimane qualche dato certo, intanto: il TdL di Torino, all’udienza del 18 ottobre, «ha visto la partecipazione, quale relatrice, della stessa giudice estensore dell’ordinanza del tribunale che a febbraio aveva disatteso la richiesta di Riesame».

Dal giorno dell’arresto ad oggi, Carlo Maria Romeo ha perso 16 chili. Il suo è un nome notissimo nell’ambiente giudiziario torinese: da quando, negli anni ’ 90, si è trasferito in Piemonte, ha sempre difeso tutti i calabresi coinvolti in procedimenti di ’ ndrangheta a Torino, da Cartagine a Minotauro, da Colpo di coda a San Michele, fino a Big Bang.

Ma non solo boss e gregari incorreggibili: Romeo ha pure consegnato all’autorità giudiziaria la scelta dissociativa operata da alcuni suoi assistiti ritenuti esponenti apicali della ndrangheta piemontese. Subito dopo l’arresto, «eseguito quando il termine di durata delle indagini era scaduto già da ben undici mesi», sottolinea il fratello, Romeo ha redatto due manoscritti – il primo durante gli iniziali 45 giorni di isolamento a Verbania – per prendere le distanze da qualsiasi contesto mafioso e per rivendicare, «educazione, formazione, cultura e storia familiare che lo collocano agli antipodi rispetto a qualsiasi organizzazione criminale».

Ma non solo: il penalista ha anche formulato richiesta di incidente probatorio, finalizzata a sentire il collaboratore di giustizia in contraddittorio, iniziativa che ha «incontrato singolari motivi di diniego del gip legati allo stato del procedimento». La sua vicenda, denuncia ora il fratello, «è destinata a stimolare profonde riflessioni sul grave ed allarmante deficit di giustizia che comprime sino all’annichilimento diritti primari ed irrinunciabili».

Fonte: Simona Musco – https://ildubbio.news

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