REGGIO CALABRIA, LE PAROLE FORTI DEL GIUDICE ROBERTO DI BELLA CHE LASCIA IL SUO INCARICO PER SCADENZA NATURALE

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L’orrore di un figlio che uccide la madre per conservare l’onore, la violenza di un bambino costretto ad imbracciare un fucile, il legame di sangue che obbliga a continuare la guerra. La cultura della ‘ndrangheta si eredita, ma le maglie di quella prigione si allargano e la possibilità di rinascere diventa sempre più spesso realtà. A raccontare la ‘rivoluzione’ che regala speranza ai figli della criminalità più potente al mondo è il presidente del tribunale per i minorenni di Reggio Calabria Roberto Di Bella, che dopo 25 anni di esperienza calabrese lascia il suo incarico per scadenza naturale. Di Bella è infatti presidente del tribunale per i minorenni dal 15 settembre 2011. “Ho visto tanti ragazzi che avevano potenzialità e sentimenti per sperare in una vita diversa da quella riservata loro dalla ‘famiglia’. Fin da piccoli sono addestrati all’uso delle armi, sono abituati a violenza e vendetta contro chi trasgredisce il codice d’onore. In diverse occasioni ho assistito all’orrore di giovani che hanno tentato o ucciso le loro madri, colpevoli di non avere saputo ‘aspettare’ i mariti detenuti o latitanti“, racconta all’Adnkronos l’autore del libro ‘Liberi di scegliere. La battaglia di un giudice minorile per liberare i ragazzi della ‘ndrangheta edito da Rizzoli e scritto con Monica Zapelli che sarà presentato il 20 novembre nella sede di Cammino a Roma.  “C’è stato un momento, quando abbiamo giudicato il quarto figlio di una famiglia di ‘ndrangheta, che abbiamo deciso che non potevamo stare più a guardare. Da qui la scelta di allontanarli temporaneamente dal loro contesto familiare e territoriale, per tutelarli e, al contempo, consentire loro di sperimentare nuovi orizzonti sociali, psicologici, affettivi. Una sorta di progetto Erasmus della legalità, con l’obiettivo di fornire loro strumenti culturali per renderli ‘Liberi di scegliere’ il loro futuro“, racconta il giudice. Un progetto di salvezza a cui guardano anche i padri, non solo più le mamme. “Molte madri, quando hanno capito che potevamo aiutare i loro figli, ci hanno chiesto aiuto per lasciare la Calabria. Una donna che stava per finire in carcere ci ha affidato i suoi bambini perché crescessero lontano e non in un contesto familiare criminale. Qualche ragazzo si è rivolto direttamente a noi, ultimamente lo ha fatto anche un padre. ‘Ho sprecato quasi metà della mia vita in carcere, ora voglio riscattarmi ed essere presente positivamente nella vita dei miei figli. Voglio che abbiano una vita diversa e più felice della mia‘”, le parole di aiuto rivolte al giudice Di Bella.

Complessivamente sono “Oltre 70 i minorenni tutelati da provvedimenti di decadenza o limitazione della responsabilità genitoriale che riguardano una sessantina di famiglie“. Un successo possibile “grazie all’ausilio di associazioni come Libera e Unicef e con la rete di inclusione sociale, scolastica, economica e lavorativa realizzata da uno specifico protocollo (Liberi di Scegliere)“, ma questo non basta.  “La questione minorile è cruciale e non occuparsene è una prospettiva miope. Agire su questo versante significa prosciugare quel bacino che alimenta il mito mafioso che affascina tanti giovanissimi. La ‘ndrangheta è l’organizzazione forse più potente al mondo, ma mantiene le sue radici in Calabria. Non si può relegare tutto a piccoli tribunali di frontiera, che intervengono solo su situazioni già patologiche, bisogna rivedere le risorse culturali ed economiche destinate alle politiche sociali di prevenzione“.  In questo senso, “Servirebbe un Piano Marshall per il sud, assicurando capillari servizi socio-sanitari in tutti i territori di frontiera. Nella provincia di Reggio Calabria più della metà dei 98 comuni non hanno un assistente sociale. I consultori familiari sono sguarniti di personale“, sottolinea Di Bella. “Bisognerebbe potenziare le politiche occupazionali. Molti giovani, raggiunta la maggiore età, vengono a trovarmi per chiedere aiuto a trovare un lavoro. E’ una situazione drammatica. Non vogliamo deludere chi ripone fiducia nello Stato così cerchiamo di aiutarli attraverso la rete di protezione sociale ma non è semplice“.  Anche sul fronte della scuola c’è tanto da fare. “Occorrerebbe ampliare l’offerta, con un’adeguata formazione degli insegnanti che vanno ad operare nei territori di frontiera. Servirebbe il tempo pieno per sottrarre i giovani dalla strada. I progetti educativi dovrebbero tendere a demistificare il mito mafioso raccontando ai ragazzi la sofferenza che provoca una vita all’insegna dell’illegalità. Bisognerebbe spiegare a tutti i giovani gli effetti devastanti – sociali, economici, ambientali e psicologici – che il fenomeno ‘ndrangheta provoca nel loro territorio e indirettamente nelle loro vite. Spero che il libro possa servire ai ragazzi a riflettere e ad evitare loro la sofferenza patita da molti coetanei“, conclude Di Bella.

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