«A 16 ANNI VOLEVO DIVENTARE ‘NDRANGHETISTA»LA LOCALE DI VIBO COSTITUITA SOLAMENTE NEL 2011

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Era considerato uno «scalmanato» e pertanto non ancora pronto per essere affiliato alla cosca Sempre a disposizione, da ragazzo accoltellò su richiesta di un amico il direttore della BnlEmergono spaccati criminali dopo la massiccia operazione condotta dal Ros

Sono i verbali del pentito Bartolomeo Arena a fare luce in maniera definitiva sul nuovo assetto criminale esistente a Vibo Valentia dopo la decadenza della cosca Lo Bianco-Barba. Le giovani leve hanno sovvertito i vecchi equilibri e ne sanno qualcosa soprattutto commercianti e imprenditori che hanno dovuto subire minacce, danneggiamenti ed estorsioni.

Dal racconto di Bartolomeo Arena si evince che a Vibo lo scettro è passato nelle mani dei cosiddetti “Ranisi” (da identificare nella famiglia Pardea) e dei Pugliese (Cassarola). «La mia famiglia è la famiglia Arena-Pugliese, i cui componenti fin dal 1800 sono uomini-d’onore. Successivamente – racconta Bartolomeo Arena – mio nonno ha preso il doppio cognome Carchedi dopo che suo padre è rientrato dall’America. I miei familiari sono stati da sempre ‘ndranghetisti. Io fin dall’età dì 10-11 anni ho iniziato a comprendere che la mia famiglia fosse una famiglia ‘ndranghetista. A 16 anni mi dovevano fare picciotto ma siccome ero troppo scalmanato mi hanno rinviato all’età dei 22 anni, ma quando è arrivato il momento della mia affiliazione, siccome non condividevo il fatto che i Lo Bianco-Barba erano sotto i Mancuso, non volli essere affiliato».

Pertanto, il giovane Bartolomeo Arena è cresciuto ai margini della cosca Lo Bianco-Barca, e da giovane faceva riferimento solo ad Andrea Mantella, il killer spietato (oggi collaboratore di giustizia) che ubbidiva solo a Carmelo Lo Bianco (detto Piccinni). «Giunto all’età di sedici anni volevo affiliarmi alla ‘ndrangheta – racconta agli inquirenti – per il tramite dei miei amici Antonio Grillo detto “Totò Mazzeo” e Nicola Lo Bianco, figlio di Lo Bianco soprannominato “Sicarro”. In quel periodo facevo per loro conto danneggiamenti, tagliavo pneumatici e incendiavo macchine. Una volta per fare un favore a Ferruccio Bevilacqua ed a Paolino Lo Bianco (figlio del defunto boss Carmelo Lo Bianco detto Piccinni) ho accoltellato il direttore della Bnl di Vibo, un soggetto originario di Messina, il quale abitava sopra la Latteria del Sole».

Un curriculum di tutto rispetto per un giovane che a sedici anni aveva solo un obiettivo: entrare a far parte a pieno titolo dei ‘ndranghetisti vibonesi e fare luce sull’omicidio di suo padre. «Nel frangente – ha riferito Bartolomeo Arena – mi sono trasferito a Bologna. dove ho iniziato a lavorare nel campo delle assicurazioni. Ci sono rimasto dal 2001 al 2003 circa».

Erano tempi piuttosto caldi a Vibo, secondo Bartolomeo Arena perché «si intendeva formare una Locale di ‘ndrangheta a Vibo Valentia. «Pertanto i maggiorenti della cosca, Carmelo Lo Bianco e Domenico Camillò (quest’ultimo particolarmente accreditato nel Crimine di Polsi) decisero di andare a trovare Domenico Oppedisano (che successivamente ha ricoperto la carica di capo Crimine della ‘ndrangheta) il quale condusse i sodali vibonesi da Rocco Acquino di Gioiosa e dal fratello Giuseppe che a loro volta consigliarono di discutere tale faccenda anche con Giuseppe Commisso, detto il “Mastro” di Siderno, che non si trovava in zona e pertanto – secondo il racconto di Bartolomeo Arena – il discorso fu rimandato».

FONTE GAZZETTA DEL SUD

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