LE TENTATE ESTORSIONI AGLI IMPRENDITORI DI VIBO: PISTOLA ALLA TEMPIA E DELFINO MORTO

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Il pentito Bartolomeo Arena racconta la strategia delle “nuove leve” svelando mandanti e autori di una serie di intimidazioni e danneggiamenti compiuti in città

Fa luce anche sull’escalation di intimidazioni ed estorsioni (tentate e consumate) ai danni di commercianti e imprenditori di Vibo e dell’hinterland, la maxi-inchiesta “Rinascita Scott” condotta dai Carabinieri e coordinata dalla Dda di Catanzaro. Emblematiche le dichiarazioni rese agli inquirenti dal nuovo pentito Bartolomeo Arena che nell’interrogatorio dell’uno novembre 2019 svela numerosi retroscena e chiama in causa diversi componenti della ‘ndrina “Pardea-Ranisi”. “Morelli – racconta il collaboratore di giustizia riferendosi a Salvatore Morelli, detto “Turi l’Americano” – individuava insieme a me le imprese alle quali chiedere denaro a titolo di estorsione perché riteneva che io mi muovessi in maniera più discreta rispetto agli altri componenti del gruppo”.

Bartolomeo Arena

Lettere agli imprenditori. Secondo quanto emerge dal racconto di Bartolomeo Arena, in una prima fase il gruppo capeggiato da Salvatore Morelli decide di inviare alle vittime prescelte delle lettere anonime “scritte a macchina (utilizzando un computer all’interno dell’Eurospin, in uso a Michele Manco)”. “Queste lettere – precisa il pentito – contenevano l’intimazione a ‘mettersi a posto con gli amici di Vibo’ e di non denunciare la richiesta all’autorità”. In allegato alla lettera veniva inviato un proiettile calibro 6.35. “Questo metodo – spiega Arena – l’abbiamo utilizzato nel caso della richiesta estorsiva ai danni dell’imprenditore Mirabello, titolare di un negozio di bibite, e nel caso della ditta di costruzioni intestata a Carmelina Cammarata”. Lettere che il pentito specifica di aver mandato a partire dal 2017 in poi. “Avendo la dote del trequartino mi limitavo a scrivere le lettere, ma non era incombenza quella di consegnarle. Attività materiale che spettava – spiega – ad altri soggetti, ovvero a Michele Dominello nel caso della richiesta a Mirabello e a Pugliese Carchedi Michele nel caso della richiesta a Cammarata”.

Salvatore Morelli

La pistola alla tempia. Il metodo inizialmente prescelto si sarebbe però rivelato inefficace. “Morelli – aggiunge Arena – decise che era meglio avvicinare direttamente le vittime, puntargli la pistola alla tempia e dirgli che dovevano mettersi a posto. Io non ero d’accordo con questo metodo, ma comunque essendo ‘Trequartino’ non spettava più a me compiere queste azioni che vennero materialmente svolte da altri componenti del nostro gruppo. Tra gli imprenditori che vennero avvisati con tale modalità vi fu il titolare dell’illuminotecnica sita a Vibo accanto il bar Plav (dopo che a questi erano state già recapitate inutilmente della cartucce di arma da fuoco). In questo caso andarono Pugliese Carchedi Michele e Michele Manco, a bordo della moto del collaboratore di giustizia Moscato, che ci venne fornita mesi prima dal fratello Ciccio Moscato. Per quanto mi risulta anche dopo questo avvertimento l’imprenditore non aderì alle richieste estorsive. Analoga azione venne compiuta dai due, su mandato di Morelli, ai danni di tale Potenza (originario di San Gregorio) titolare di un centro scommesse ubicato nei pressi della caserma Carabinieri di Vibo. In questo caso l’azione era stata concordata con Gregorio Gasparro inteso “Ruzzu u Gattu” di San Gregorio, nel senso che siccome la vittima era originaria di quel paese, sicuramente si sarebbe poi rivolta al “Gattu” e questi avrebbe concorso ad aggiustare l’estorsione. Di tutto questo ne sono al corrente in quanto si trattava di estorsioni da compiere per il nostro gruppo. In un’altra circostanza Mommo Macrì e Pugliese Carchedi Michele esplosero dei colpi di arma da fuoco all’indirizzo di alcuni mezzi di proprietà di una ditta che stava svolgendo dei lavori al cimitero. Si trattava sempre di una estorsione concordata con il Morelli. In quel caso Macrì e Pugliese Carchedi per pochi istanti non furono sorpresi dai Carabinieri (in borghese) che si trovavano a passare nei pressi della casa del Macrì”.

Mommo Macrì

La villa incendiata a Santa Domenica di Ricadi. Il gruppo di Salvatore Morelli agì anche in trasferta, fuori dai confini di Vibo. Un particolare svelato dallo stesso Bartolomeo Arena che nello stesso verbale di interrogatorio parla di “un favore a Peppe Prossomariti, nipote di Pasquale Quaranta (all’epoca detenuto)”. Dominello, Pugliese Carchedi e Mommo Macrì avrebbero incendiato un’abitazione a Santa Domenica di Ricadi. “Questo favore – svela il pentito – ci venne richiesto per il tramite di Gregorio Niglia, che aveva un rapporto privilegiato con Morelli”. Sempre nella stessa zona vennero incendiati – secondo quanto riferito da Bartolomeo Arena – anche due pullman e ad agire sarebbero stati Michele Dominello e Michele Pugliese Carchedi. “Preciso che – sottolinea il pentito – Prossomariti poteva agire in quanto aveva avuto il benestare in tal senso da Pantaleone Mancuso “Scarpuni”(almeno cosi ci disse) ed aveva bisogno di azionisti in quanto in quel momento a Santa Domenica di Ricadi non ve ne erano a disposizione, inoltre i proventi delle estorsioni dovevano essere divisi con il nostro gruppo. Preciso che a noi non arrivarono mai soldi derivanti da queste azioni, ragion per cui ritengo che o il Prossomariti non era stato capace di chiudere l’estorsione, o le vittime si erano rivolte alle Forze dell’ordine o ancora (come noi abbiamo iniziato a sospettare) Prossomariti, pur avendo ricevuto del denaro, non lo aveva poi diviso con noi o lo aveva diviso solo con Morelli. So solo che in segno di gratitudine mandò 100 grammi di cocaina per rivenderla”.

Il danneggiamento nell’area archeologica di Vibo. Bartolomeo Arena parla anche di un altro episodio avvenuto a Vibo e che destò l’indignazione dell’opinione pubblica: il danneggiamento alle tende presenti nell’area degli scavi archeologici: “Morelli – accusa – è stato il mandate del danneggiamento. In questo caso gli esecutori materiali sono stati Pugliese Carchedi Michele e Michele Manco”. Secondo quanto rivelato da Arena, lo stesso Salvatore Morelli sarebbe il mandante della tentata estorsione a Fausto De Angelis, titolare sia di un negozio di arredamento e di un negozio di computer: “In questo caso l’esecutore materiale del danneggiamento è stato – dichiara il pentito – Domenico Tomaino, “il Lupo””. Altra tentata estorsione che sarebbe stata ordinata da Morelli fu quella ai danni dell’imprenditore Mangiardi: “In questo caso – rimarca il collaboratore di giustizia – gli autori dell’atto intimidatorio sono stati Dominello Michele e Pugliese Carchedi Michele”.

Il delfino morto. Tra le carte dell’inchiesta si fa luce anche sul macabro messaggio intimidatorio indirizzato a Francesco Patania, detto “Ciccio Bello”, costruttore edile ed ex dirigente della Vibonese. Davanti alla saracinesca della sua attività è stato infatti posizionato qualche anno fa un delfino morto. Oggi si scopre attraverso le dichiarazioni di Bartolomeo Arena che a recuperarlo in spiaggia a Trainiti sarebbe stato Salvatore Morelli, accusato di essere il mandante dell’intimidazione. “Lo nascose dietro gli scogli – racconta Bartolomeo Arena – perché aveva già in mente di compiere quell’intimidazione a Patania. Poi avvisò Domenico Tomaino il quale lo prelevò con mio cugino Michele Pugliese Carchedi e lo riposero presso la sede della Patania Costruzioni. Il movente di tale intimidazione è da ricondursi al fatto che Patania aveva promesso un contributo alla consorteria già quando a capo vi era Mantella e gli esponenti del mio gruppo intendevano rifarsi a quegli accordi. Successivamente Patania ha denunciato il fatto alle autorità e non pagò alcuna somma”.

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