RINASCITA | GRATTERI: «TRE ANNI DI INDAGINI. SOGNO DI SMONTARE LA CALABRIA E RIMONTARLA PIANO PIANO»

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La storia dell’inchiesta che ha disarticolato la ‘ndrangheta nel Vibonese. Il 17 maggio la prima “traccia” con l’interrogatorio del pentito Mantella. Gli investigatori: «Chi credeva di poter vincere è stato sconfitto. Lo Stato si è ripreso i suoi spazi». La “lotta” della Dda di Catanzaro contro le fughe di notizie. Il boss Mancuso preso su un treno diretto a Milano

Lo hanno preso su un treno diretto a Milano. Luigi Mancuso, 65 anni, era consapevole della bufera che stava per abbattersi su Vibo Valentia e sulla sua cosca della quale era a capo, come era a capo di una struttura formata da società, locali e ‘ndrine capaci di controllare non solo Vibo Valentia ma gran parte delle province calabresi e regioni in Italia e con ramificazioni in Svizzera e in Inghilterra. La bufera l’hanno scatenata oltre 3000 carabinieri che in tutta Italia hanno tratto in arresto 260 persone, notificato 73 ordinanze di arresti domiciliari e 5 divieti di dimora in Calabria. I militari del Ros, del comando provinciale di Vibo Valentia con il supporto dei comandi provinciali competenti, del Gis (coloro che hanno fatto l’arresto sul treno), del primo reggimento paracadutisti Tuscania, del Nas, del Tpc dei quattro squadroni eliportati cacciatori e dell’ottavo Elinucleo dei carabinieri, coordinati dalla Procura distrettuale antimafia di Catanzaro hanno decapitato la testa e i tentacoli di questa struttura, con al vertice la famiglia Mancuso, il Crimine della provincia di Vibo Valentia, con compiti di coordinamento delle articolazioni territoriali e di collegamento con la provincia di Reggio Calabria e il crimine di Polsi, vertice assoluto della ‘ndrangheta unitaria. Grande era il potere, emerge dalle indagini, di questa organizzazione che divorava la Calabria, sporcandone l’economia e avvelenandone l’anima, con addentellati fin dentro gli apparati istituzionali, dalla pubblica amministrazione ai palazzi di giustizia.

«UN UOMO CHE LAVORA PER LA SUA TERRA» «Sono un uomo di 61 anni che lavora per la propria terra». Con queste parole ha esordito il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri nel corso della conferenza stampa dell’operazione “Scott-Rinascita”. Un unicum, un assetto di forze contro la criminalità organizzata che è riuscita ad anticipare di 24 ore l’operazione prevista per giorno 20. La capacità di infiltrazione dell’organizzazione era tale che gli indagati, tra i quali risultano anche avvocati, politici, e un colonnello dei carabinieri, erano consapevoli della imminente ondata di arresti e qualcuno aveva già le valigie pronte per darsi alla macchia. Procura e carabinieri hanno dovuto anticipare l’operazione di 24 ore, ridisegnare gli assetti, rimodularsi sulle strategie degli accoscati, per anticiparne le mosse, per evitare latitanti. «Questa indagine nasce già nel giorno del mio insediamento il 16 maggio 2016 – racconta Gratteri – ed è stato difficile fin da subito, fin dall’arrivo della richiesta di misure al gip, contenere la fuga di notizie. Sono un uomo che lavora per realizzare un sogno: una rivoluzione. Questo è quello che io ho pensato il giorno del mio insediamento, quello di smontare la Calabria e poi rimontarla piano piano, quello di costruire un ufficio con uomini e mezzi, fare sinergie, mettere a frutto l’intelligenza, la capacità e la professionalità dei miei ragazzi, magistrati giovani e straordinari». Ci ha creduto in questo sogno il procuratore, «ho contagiato anche i più assuefatti e sfiniti». Un lavoro che ha coinvolto tutti nell’ufficio di Procura e tutti il procuratore ringrazia. Un pensiero particolare poi rivolge al presidente della Corte d’Appello Domenico Introcaso “per la vicinanza e l’affetto”. Il 17 maggio 2016, un giorno dopo avere giurato, Gratteri e il pm Camillo Falvo (da ieri procuratore capo di Vibo) erano nel carcere di Rebibbia a interrogare il collaboratore di giustizia vibonese Andrea Mantella. È stata quella la prima traccia il cui filo si è dipanato grazie alla collaborazione dell’allora aggiunto Giovanni Bombardieri, oggi a capo della Procura di Reggio Calabria, «grande magistrato», dice Gratteri. L’indagine ha mostrato fin da subito tutta la sua aberrante vastità. Sul territorio di Vibo sono stati applicati i pm Antonio De Bernardo, Annamaria Frustaci, Andrea Mancuso. Da subito i vertici dell’Arma, hanno sostenuto l’impresa mandando i migliori investigatori in Calabria. Oltre metà del Ros centrale è stato dedicato all’indagine. «Senza questi uomini oggi non saremmo qui», ha affermato il procuratore.
Per oltre tre anni la vita dei carabinieri è stata dedicata, senza limiti di giorno o di orari nel mettere a segno il risultato di questa mattina, ha ricordato il comandante provinciale di Vibo Bruno Capece. Un risultato che si presenta davanti agli occhi «di coloro che amano denigrare il mio ufficio, l’Arma e il lavoro delle forze dell’ordine», ha detto Gratteri. Un’operazione che è «una sintesi dell’Arma».
«A pochi giorni dal congedo non avrei mai pensato di vivere un’esperienza simile», ha detto il generale Luigi Robusto. Per la prima volta cede a partecipare alla conferenza stampa su un’operazione dei suoi uomini dei quali loda l’integrità così come sottolinea «il salto di qualità» delle indagini. «Chi credeva di poter vincere è stato sconfitto», conclude il suo intervento Robusto.

LE COLLUSIONI DELLA ‘NDRANGHETA «Questa indagine rivela il potere della ‘ndrangheta di corrompere e creare collusioni con politica e pubblica amministrazione», ha detto il comandante del Ros, generale Pasquale Angelosanto. «Oltre all’associazione mafiosa – ha spiegato il generale – vengono contestati i reati di usura, estorsione, traffico di droga, intestazione fittizia dei beni, quattro omicidi, tre tentati omicidi. Emerge tutta l’attuale pericolosità della ‘ndrangheta».
«Lo Stato si è ripreso gli spazi di coloro che agiscono nell’illegalità», ha detto il generale Andrea Paterna, comandante regionale. «Oggi – ha concluso – vi è la certezza che si stia scrivendo una pagina importante nella storia della lotta alla criminalità organizzata».
MAPPATE LE STRUTTURE DI ‘NDRANGHETA “L’indagine ha permesso di mappare le strutture di ‘ndrangheta che operano sul territorio di Vibo Valentia, una ndrangheta che conserva le regole rituali che conosciamo”. E’ entrato nel vivo dell’indagine il maggiore Valerio Palmieri, comandante del Nucleo investigativo di Vibo Valentia. “Abbiamo dimostrato che su Vibo Valentia esiste un Crimine e le strutture di ‘ndrangheta che operano sotto quel Crimine, sono strutture che esistono, denominate locali o società, sono strutture che esistono nella conformazione della criminalità organizzata. Negli anni – ha detto Palmieri – queste strutture criminali hanno avuto come punto di riferimento un Crimine che è sempre stato un esponente della famiglia Mancuso. La famiglia è stata investita da questa responsabilità fin dagli anni ’90”. A capo del Crimine è stato nominato Luigi Mancuso poco più che quarantenne. A lui si sono succeduti Giuseppe Mancuso, Pantaleone Mancuso, e infine, di nuovo, Luigi Mancuso. Durante le indagini i carabinieri, ha raccontato Palmieri, hanno intercettato quasi in diretta alcuni atti minatori. Il Nucleo investigativo ha mappato la locale di Zungri, capeggiata da Giuseppe “Peppone” Accorinti. Mappata anche la locale di Sant’Onofrio. E? stato accertato che le famose “vacche sacre” che pascolano libere, sono animali microcippati la cui appartenenza è ben nota e il loro libero pascolo serve a imporre il potere della cosca sul territorio.
Sulla figura di Luigi Mancuso si è soffermato il comandante del secondo reparto investigativo del Ros, Massimiliano D’Angelantonio, ricordando come a Mancuso si fosse rivolta l’ala stragista di Cosa Nostra che chiedeva il suo appoggio. Enormi sono state, infatti, i sequestri di armi nella disponibilità della cosca. L’indagine – che prende in parte il nome di un agente speciale della Dea americana che ha lavorato accanto al Ros in Italia ed è morto al suo ritono in America per un incidente d’auto – parte da Luigi Mancuso e con Luig Mancuso si è conclusa. “Siamo diventati la sua ombra, per cercare di scongiurare la sua latitanza”, ha detto Giovanni Migliavacca comandante del Ros Calabria.
MASSONI INFEDELI A finire in manette sono state anche persone appartenenti alla Massoneria. Considerati “massoni infedeli” che hanno commesso reati avvalendosi come punto di forza dell’essere massoni, divenendo dei facilitatori della ‘ndrangheta con il dato di essere massoni. Nel corso delle perquisizioni sono stati trovati, infatti, simboli massoni come grembiuli e compassi.

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