RINASCITA | LA PAURA DELLE ÉLITE ABITUATE ALL’IMPUNITÀ

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Il «tifo da stadio» dei semplici cittadini durante il blitz che ha azzerato il clan Mancuso. “I cento passi” di Vibo e l’appello alla società civile («prendetevi gli spazi che stiamo liberando»). Le accuse di «denigrare la Calabria» rivolte al pool di magistrati. Cosa ci aspetta dopo l’operazione della Dda di Catanzaro e perché Gratteri parla di «rivoluzione»

Lo scorso 7 dicembre, nel teatro auditorium Casalinuovo di Catanzaro non poteva non saltare agli occhi l’assenza di rappresentanti istituzionali, politici e della borghesia del capoluogo. Si presentava il nuovo libro, “La rete degli invisibili”, di Nicola Gratteri, procuratore capo di Catanzaro e Antonio Nicaso, professore universitario, giornalista, scrittore. Erano presenti i cittadini, i magistrati della Procura di Catanzaro, il segretario personale dell’arcivescovo, qualche sparuto avvocato, i rappresentanti delle forze dell’ordine. Niente a che vedere con le pompose rappresentanze di appena un anno fa per il libro “Storia segreta della ‘ndrangheta”. Esclusi eventuali problemi di comunicazione ci si è chiesti il perché di tali smaccate assenze.

MALCOSTUME Qualche giorno dopo, il 13 dicembre, scoppia una bufera sul Comune di Catanzaro: indagati 29 consiglieri comunali a causa di un (presunto) malcostume ben radicato a Palazzo De Nobili: assunzioni fittizie dei consiglieri da parte di aziende che avevano acquisito lauti risarcimenti a causa delle assenze istituzionali dei “dipendenti” dovute alla partecipazione alle sedute delle commissioni permanenti. Peccato che anche le sedute di commissione – secondo la Procura di Catanzaro – fossero spesso fittizie, poco partecipate o partecipate a singhiozzo e nonostante questo avessero confortato i consiglieri con immeritati gettoni di presenza.

BARLUMI Il 19 dicembre, l’operazione “Rinascita Scott” dei carabinieri, coordinati dalla Dda di Catanzaro, ha azzerato le locali di ‘ndrangheta del Vibonese, capeggiate dalla famiglia Mancuso. 
Noto è il contenuto dell’indagine, i grandi numeri, i colletti bianchi coinvolti, i funzionari, i politici, i “massoni infedeli”, la permeabilità delle istituzioni alla forza seduttrice della ‘ndrangheta. Noto è quanto è seguito all’indagine: il plauso, i commenti rabbiosi di altri, le speculazioni dei professionisti della legge, parte della stampa nazionale che mette in secondo piano l’inchiesta. L’indagine del pool di Gratteri farà il suo corso. Eppure, al netto di tutto, il dato più importante sembra scomparire dai talk show di ogni ordine e grado (social network compresi). Ed è un dato delicato e fragile ma prezioso e unico. È una speranza. Dalle prime luci dell’alba, mentre i carabinieri operavano gli arresti la popolazione non è rimasta indifferente. Non si è barricata in casa, si è affacciata ai balconi. Si è fatto come si fa in Calabria con gli ospiti di rispetto: si offre il caffè. Ai carabinieri che hanno lavorato per tutta la notte la gente ha offerto il caffè, ha lasciato il caffè pagato al bar, sono stati mandati fiori, biglietti, ringraziamenti nella sede provinciale dei carabinieri di Vibo. «C’è stato un tifo da stadio – ha raccontato Luca Romano, comandante del Reparto operativo –, ancora oggi chi ci incontra per strada ci ferma e ci ringrazia». Piccola, delicatissima rivoluzione in una regione troppo spesso immota e soffocata dall’assuefazione. L’associazione Libera ha organizzato per giorno 24, dalle ore 10, una passeggiata di legalità da piazza San Leoluca fino al comando provinciale. “I cento passi di Vibo” «per riappropriarci dei nostri luoghi». E questo fa più paura di 334 arresti.

«FINO ALL’ULTIMO DEI NOSTRI GIORNI» «Fino all’ultimo dei nostri giorni dobbiamo lottare e non rassegnarci a questo stato di cose. Bisogna dire basta e avere il coraggio di occupare gli spazi che noi questa notte vi abbiamo dato. Da oggi dovete andare in piazza, dovete occupare la cosa pubblica, dovete impegnarvi in politica, nel volontariato in tutto quello che è possibile fare, dovete andare oltre quello che è il vostro lavoro. Altrimenti continueremo a parlarci addosso. Altrimenti continueremo a piangerci addosso facendoci portare per il naso una volta da uno e una volta dall’altro». È quasi un manifesto l’ultimo intervento che il procuratore di Catanzaro fa nel corso della conferenza stampa di “Rinascita Scott”. Rompe gli argini, parla a braccio di quello che definisce «progetto», «follia», «rivoluzione».

‘NDRANGHETA E MASSONERIA «Le mafie oggi – ha detto Gratteri – sono più ricche soprattutto perché noi magistrati, forze dell’ordine, storici giornalisti e politici abbiamo sottovalutato la ‘ndrangheta continuando a narrarla nel corso degli decenni come una mafia di pastori, al massimo di sequestratori di persona o di trafficanti di cocaina, non volendoci convincere che invece la ‘ndrangheta nel 1970 ha istituito la Santa proprio perché uno ndranghetista possa far parte di una loggia massonica deviata. Da quel momento avremmo dovuto capire lo spartiacque. Guardate che invenzione: essere ‘ndranghetista e massone allo stesso tempo, quindi poter avere rapporti con i quadri della pubblica amministrazione e decidere non chi deve vincere l’appalto ma se l’opera deve essere costruita o meno, avere potere decisionale».

CHI VUOLE CONTRAFFARE LA STORIA DELLA CALABRIA «Anzi – prosegue Gratteri – addirittura da un paio di anni c’è una sorta di movimento, di nuovo pensiero secondo il quale bisogna riscrivere la storia della Calabria, perché noi denigriamo la Calabria. Ma la Storia è una, i fatti sono quelli, non esiste un’altra storia, esiste la Storia che deve essere scritta con fatti, con circostanze non a seconda di come siamo posizionati».

CHI CI LASCIA SENZA MEZZI «Quindi noi tutti siamo colpevoli, quantomeno di omissione, quanto meno di non avere avuto il coraggio, la libertà e la volontà di arginare il fenomeno mafioso, di attaccarlo. Soprattutto il potere politico, soprattutto il potere legislativo che ancora oggi, mentre noi parliamo, non ci ha dato un sistema di norme proporzionato e proporzionale alla realtà criminale. Perché se noi avessimo avuto altri strumenti normativi e se qualcuno nel 2010 non avesse bloccato le assunzioni nelle forze dell’ordine – lasciandoci con 20mila carabinieri in meno, 20mila poliziotti in meno, 8mila finanzieri in meno – noi oggi avremmo fatto molto di più. Perché per realizzare oggi questa operazione io ho fatto i viaggi della speranza a Roma, per raccontare questo progetto e avere uomini e mezzi. E non finirò mai di ringraziare il generale Del Sette e l’attuale comandante generale dei carabinieri, il comandante del Ros che hanno creduto in questo progetto, in questa “follia”. Perché voi che siete qui da tanti anni – dice rivolto ai giornalisti – ricorderete com’erano combinate Catanzaro e le quattro province del distretto. A parte le chiacchiere su Gratteri che va in televisione e scrive solo libri, questi si chiamano fatti. Perché noi cerchiamo anche attraverso la divulgazione, scrivendo libri, andando in televisione, incontrando i ragazzi nelle scuole, di aprire gli occhi alla gente per non lasciare agli altri la narrazione continua che la ‘ndrangheta sia fatta di quattro pastori. Perché fa comodo divulgare queste cose. Perché le mafie votano e fanno votare e noi da calabresi siamo qui, sapete bene che potevamo essere in altri posti più prestigiosi. Abbiamo detto no, siamo qui perché vogliamo cambiare la Calabria, perché i nostri figli sono fuori dalla Calabria e non torneranno perché non hanno speranze. E questo è un fallimento per noi calabresi che non possiamo più consentire». Ecco, questo sì, fa più paura di 334 arresti: la consapevolezza della perdita dell’impunità, dei privilegi per quei circoli autoreferenziali di potere (impastati con la ‘ndrangheta e la massoneria deviata) che cadono sempre in piedi, che possono contare su un sistema che troverà sistemazione per i figli, assistenza sanitaria per i parenti, che farà trovare posti letto dove non ce ne sono (per gli altri), che aprirà le porte di tutti gli uffici amministrativi mentre il resto della regione arranca senza lavoro, le imprese oneste soccombono e appalti e subappalti sono riconducibili sempre alle stesse persone, così come espressione dei sempiterni centri di potere sono, nella maggior parte dei casi, le candidature politiche. Riprendersi gli spazi, denunciare, scuotersi dall’assuefazione al malcostume e alla corruzione. È questa reazione ciò che fa più paura alle élite che snobbano auditorium e teatri.

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