SALVINI INDAGATO PER I VOLI DI STATO (ANCHE) IN CALABRIA

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La notizia dell’inchiesta sul leader della Lega nel giorno del suo minitour elettorale nella regione. Al vaglio dei magistrati c’è la trasferta Reggio-Platì-Catanzaro dello scorso maggio

Proprio nel giorno in cui si appresta alla prima trasferta elettorale per le regionali calabresi, una notizia potrebbe guastare non poco la giornata a Matteo Salvini. Anche perché proprio dai suoi più che frequenti viaggi, inclusi quelli in Calabria, nascono i suoi guai. L’ex ministro è indagato dalla procura di Roma per abuso d’ufficio per aver impropriamente utilizzato voli di Stato per trasferte politiche ed elettorali e le carte adesso sono state trasmesse al Tribunale dei ministri. Stanati da un’inchiesta di Repubblica, quei viaggi a scrocco sono finiti al vaglio della Corte dei Conti, che pur non ravvisando alcun danno erariale li ha ritenuti illegittimi e ha trasmesso gli atti alla procura di Roma, che contro l’ex ministro ha aperto un fascicolo per abuso d’ufficio. Al vaglio dei magistrati sono finite 35 trasferte e fra queste almeno un paio che riguardano la Calabria, come quella del 10 e 11 maggio, quando Salvini – si leggeva nell’inchiesta di Repubblica – alle 6.55 saliva a bordo del P-180 diretto a Reggio Calabria, dove un Augusta lo aspettava per raggiungere una cerimonia antimafia a Platì, per poi ripartire alle 12.12 per Lamezia Terme e da lì in elicottero fino a Catanzaro per un comizio elettorale. Alle 16.34, partenza per Napoli per un incontro in prefettura e due ore dopo l’ultimo viaggio per Linate in vista dell’adunata degli alpini il giorno dopo. Un’agenda strettissima possibile solo grazie all’utilizzo di messi di polizia e vigili del fuoco che hanno assicurato spostamenti tanto veloci, quanto – sostengono i magistrati – illegittimi perché secondo decreti e regolamenti i mezzi della polizia e dei pompieri sono riservati «allo svolgimento di compiti istituzionali o di addestramento, e non ai cosiddetti “voli di Stato”». Questi poi sono soggetti ad un’ulteriore normativa che ne restringe l’uso alle cinque alte e cariche dello Stato (presidente della Repubblica, delle due Camere, del Consiglio dei ministri e della Corte costituzionale), «salvo eccezioni che debbono essere specificamente autorizzate».

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